Tra tutti i killer che hanno imbrattato il mondo di sangue, uno in particolare è entrato nell’immaginario comune, penetrando tanto in profondità da influenzare la cultura pop e diventarne parte senza che ce ne rendessimo conto. Ed Gein, il macellaio di Plainfield. Da Psycho a Non aprite quella porta, da Deranged – Il folle (che Ryan Murphy si è guardato bene dal citare nella serie perché troppo poco cool rispetto agli altri titoli) a Il silenzio degli innocenti... ma ormai queste cose le sapete tutti perché avete preso un dottorato in criminologia all’università di Netflix grazie alla terza stagione di Monster. Una stagione, diciamolo subito, non all’altezza delle due precedenti perché il suo creatore si è fatto prendere un po’ troppo la mano.
Il killer che ha colonizzato l’immaginario
Tra tutti i killer che hanno imbrattato il mondo di sangue, uno in particolare è entrato nell’immaginario comune, penetrando tanto in profondità da influenzare la cultura pop e diventarne parte senza che ce ne rendessimo conto. Ed Gein, il macellaio di Plainfield. Da Psycho a Non aprite quella porta, da Deranged – Il folle (che Ryan Murphy si è guardato bene dal citare nella serie perché troppo poco cool rispetto agli altri titoli) a Il silenzio degli innocenti... ma ormai queste cose le sapete tutti perché avete preso un dottorato in criminologia all’università di Netflix grazie alla terza stagione di Monster. Una stagione, diciamolo subito, non all’altezza delle due precedenti perché il suo creatore si è fatto prendere un po’ troppo la mano.
A proposito di Ryan... c’è una cosa che va tenuta a mente quando parliamo di una serie di Ryan Murphy, ovvero che le sue prime prove da showrunner furono Nip/Tuck e Glee. Poi, a un certo punto, scoprì l’horror e si convinse di poterlo fare anche lui buttando alla rinfusa qualsiasi tipo di suggestione in American Horror Story, ignorando però che il genere funziona per sottrazione, non per accumulo. Nel complesso ci sono un sacco di buone idee e trovate visive, ma sulle 12 stagioni uscite sino a ora, quelle davvero riuscite sono prossime allo zero. Insomma, se chiedete a chi sta scrivendo, Ryan Murphy non è antipatico, però è più apprezzato con altri tipi di narrazione (American Crime Story su tutte), dov’è a suo agio con il lato drammatico, le sfumature crime e thriller e la possibilità di dar voce alle minoranze, che siano etniche, di genere o di identità sessuale. La storia di Jeffrey Dahmer verte totalmente su queste minoranze e riesce a unire gli interessi narrativi di Murphy con le efferate gesta del cannibale di Milwaukee. La storia dei fratelli Menendez è forse quella più riuscita perché ambientata là dove Murphy ci sguazza: il glam degli anni ’90, la borghesia di Beverly Hills, il marcio che si annida dietro le facciate immacolate. Perciò, sin dall’annuncio della terza stagione, la domanda è stata: qual è il punto di contatto tra Ryan Murphy e la storia di Ed Gein? Ed è qui che, gliene dobbiamo dare atto, c’è il miglior gioco di prestigio che Murphy potesse fare. Da una parte ci viene raccontata la spirale di follia e ossessione di Ed Gein; dall’altra assistiamo alla sua ascesa nella cultura di massa attraverso gli occhi di Alfred Hitchcock e Tobe Hooper, che l’hanno declinato nei loro mostri di celluloide. Peccato che entrambe le facce di questa medaglia abbiano dei grossi problemi.

La biografia di Gein e il peso di Adeline
La storia di Ed Gein. Edward Theodore Gein nacque il 27 agosto 1906 e crebbe insieme al fratello Henry in una fattoria nel Wisconsin, con un padre violento e alcolizzato e una madre fanatica religiosa che additava le donne come strumento del Diavolo e leggeva ai figli passi dell’Antico Testamento in cui si parla di omicidi e punizione divina. Dopo che il padre morì di arresto cardiaco, i due figli rimasero con la madre Augusta, il cui atteggiamento nei loro confronti si fece sempre più opprimente e ossessivo. Nella primavera del 1944 la fattoria andò a fuoco ed Henry bruciò nell’incendio in circostanze misteriose: quando il suo corpo venne trovato presentava le tracce di un trauma cranico che fece sospettare (e arrestare) Ed, prima di giungere alla conclusione che fosse morto di asfissia nel tentativo di spegnere l'incendio. L’anno successivo la madre morì colta da un ictus e Ed si ritrovò solo, rintanandosi nella grande fattoria isolata e riducendo i contatti con il mondo esterno per 12 lunghi anni. In questo periodo si avvicinò alla lettura di riviste che trattavano storie di cannibali, cacciatori di teste e cronache di atrocità naziste che fecero crescere in lui un senso di emulazione e piantarono il germe di pericolose fantasie necrofile. La morte della madre Augusta aveva fatto scomparire quello che, nell’ambito della psicologia criminale, viene definito come “l’unico filo che ne preservava la sanità mentale”. Il resto, come si suol dire, è storia...
Notate nulla di strano in questa descrizione della vita di Ed Gein? Qualcosa che non sposa perfettamente la politica produttiva di Netflix? Se avete risposto “non ci sono figure femminili”, allora avete indovinato, perché l’unica è la madre Augusta, tutt’altro che una figura positiva. Le altre sono vittime. E Adeline Watkins? Quando si parla di Ed Gein, spesso Adeline Watkins non viene mai nemmeno menzionata. Non che non sia esistita, ma è un elemento irrilevante per raccontare la biografia del killer. Il nome di Adeline compare negli atti di cronaca in seguito all’arresto di Gein, quando lei dichiarò di conoscerlo e frequentarlo da anni e che questo si era spinto a farle una proposta di matrimonio. Nel giro di qualche giorno, però, questa dichiarazione venne definita come “esagerata dalla stampa” perché la verità era molto più semplice: i due si conoscevano, ma si erano frequentati solo per un breve periodo diversi anni prima, e non c’era mai stato nessun legame sentimentale tra loro. A parte queste due contraddittorie dichiarazioni, non c’è null’altro che unisce Adeline a Ed; nulla che sia mai stato provato, nulla che sia mai emerso dalle indagini, nulla che abbia contraddetto questa ricostruzione negli anni a venire. Nella serie Adeline Watkins è a tutti gli effetti la co-protagonista, un controaltare morale necessario (?) per raccontare una storia così atroce e donare un barlume di redenzione al suo protagonista. Il peso del personaggio è stato gonfiato sino a diventare ingombrante, sacrificando lo spazio narrativo di Augusta Gein, vero motore repressivo se si vuole scavare nelle origini della follia di Ed. Basti pensare al fatto che nella serie non c’è mai una sequenza che ci racconti la sua infanzia.

Il rischio di umanizzare troppo
Non necessariamente tutto ciò che vediamo è “storicamente accurato”, ma dato che della vita privata di Ed nei 12 anni trascorsi in solitudine nella fattoria di famiglia non sappiamo granché, Murphy gioca con l’ambiguità, sfocando il confine tra realtà e immaginazione e spingendoci a empatizzare con Ed Gein. Nell’economia delle 8 ore di narrazione, però, questa storyline occupa davvero un minutaggio eccessivo; oltre ad Adeline c’è anche la parte in cui Ed parla con Ilse Koch e Christine Jorgensen attraverso una radio scollegata, il cui unico scopo è quello di farcelo vedere sotto una luce più tenue e fragile. Tutto ciò rischia di umanizzare troppo una figura che comunque dovrebbe essere condannata.
I personaggi cinematografici a lui ispirati e citati nella serie hanno tutti una cosa in comune: Norman Bates è il cattivo di Psycho. Leatherface è il cattivo di Non aprite quella porta. Buffalo Bill è il cattivo de Il silenzio degli innocenti. Ed Gein invece è il protagonista di Monster e, in quanto tale, lo spettatore deve empatizzare con lui. È il cattivo? Sì, ma fino a un certo punto. Un modus operandi quasi disneyano che sembra dire che anche i cattivi non sono poi così cattivi, ma vanno compresi perché hanno avuto un vissuto particolare; un conto però è fare questo discorso a proposito di Maleficent o Crudelia De Mon, tutt’altro paio di maniche è farlo con il Macellaio di Plainfield. Viviamo in un’epoca che si affatica tanto a sensibilizzare la società sull’argomento “violenza sulle donne” e poi una serie mainstream ci parla del prototipo dell’incel nella sua peggiore accezione, prendendosi pure il disturbo di ritrarlo nel modo più fragile e umano possibile. La sensazione è che, a furia di “non è cattivo, è che lo disegnano così”, stiamo arrivando a giustificare qualsiasi cosa.

Il fascino del glamour e i limiti della messa in scena
Il fascino del glamour. Dal punto di vista dei fatti documentati, invece, la serie è molto aderente. Le ossessioni che trascinano Ed nel gorgo, le scorribande nei cimiteri, gli omicidi e persino il contrasto tra la sua natura generalmente gentile e le nefandezze che ha compiuto. Anche tutta la parte meta-cinematografica è accurata e forse anche la cosa migliore della serie, dato che Murphy ne è attratto e si trova a proprio agio con l’argomento. Permette di lanciare un gancio per un interrogativo più profondo e complesso: la nostra fascinazione verso il true crime e la violenza in generale. La sequenza più emblematica è la reazione alla prima di Psycho, con gente che sviene e vomita dopo aver assistito alla scena della doccia. Nel 2025 però questa scena ha tutt’altro significato: una pietra angolare del cinema che potete approfondire nel documentario dedicato 78/52. Ma soprattutto oggi non shocka più come 65 anni fa. Ascoltiamo podcast true crime mentre cuciniamo o torniamo a casa dal lavoro, vediamo documentari e serie sui serial killer per rilassarci. L’ipocrisia de La storia di Ed Gein sta proprio nel fatto che condanna questo atteggiamento mentre al contempo lo sta alimentando.
Non si può condannare la violenza in modo patinato e glam, bisogna sconvolgere il pubblico mostrando quanto può essere brutale, e nella serie questo non avviene. In altre parole La storia di Ed Gein doveva essere ben più estrema, ma se lo fosse stata allora non avrebbe potuto essere su Netflix. L’altro grosso problema riguarda la messa in scena (soprattutto le scenografie), che risultano artefatte, posticce, di plastica, ma non ci voleva molto a prendere come riferimento qui i film che la stessa serie cita. Le atmosfere di Non aprite quella porta sono torbide, malsane, al punto che quasi si riesce a percepire l’odore di carne andata a male. La casa di Norman Bates è in stato di abbandono e riflette la follia della mente del protagonista. In Monster, quando lo sceriffo e il suo vice fanno irruzione nella fattoria di Ed, mentre si aggirano per le varie stanze c’è disordine, ma nulla è realmente fuori posto. La carta da parati è perfetta e immacolata, non c’è una macchia di umidità, non ci sono ragnatele né polvere... in una fattoria degli anni ’50 dove un uomo ossessionato da feticci di cadaveri ha vissuto in uno stato di reclusione per 12 anni! Ci sono persino i centrini al loro posto, inquadrati in primo piano... Un dettaglio del genere, per quanto venga ignorato dalla maggior parte del pubblico, è comunque fondamentale per capire quanto Gein fosse in balia della propria follia.

Il finale, il crossover e il tracollo
Il finale e la linea dello spoiler. Dove la serie crolla definitivamente è l’episodio finale, e lo fa per lo stesso motivo per cui nessuna delle 12 stagioni di American Horror Story è davvero riuscita fino in fondo: l’incapacità di Ryan Murphy di mettersi un freno. Ripetiamo ancora una volta: l’horror funziona per sottrazione, non per accumulo. In 7 puntate Murphy non ci ha raccontato solo la storia di Ed Gein, ma ci ha infilato anche Alfred Hitchcock, Robert Bloch, Alma Reville, mezza puntata sulla “confusione sessuale” di Anthony Perkins, Tobe Hooper, Weegee, Jonathan Demme, Ted Levine, Ilse Koch, Christine Jorgensen. Eppure tutto questo non gli era sufficiente e ha dovuto anche chiamare in causa Ted Bundy, Jerry Brudos, Richard Speck, Ed Kemper, Charles Manson e fare un crossover del discount con Mindhunter totalmente gratuito.
A un certo punto compaiono infatti gli agenti Douglas e Ressler che sembrano i cosplayer di Holden Ford e Bill Tench, protagonisti di Mindhunter, il che porta a galla una serie di interrogativi. Innanzitutto l’ipocrisia intrinseca di Netflix che si appoggia all’effetto nostalgia per una serie (una delle migliori mai prodotte dal colosso streaming) che è stata cassata dalla stessa piattaforma senza troppi convenevoli ormai 6 anni fa, ignorando ogni protesta dei fan e ora riproposta così, senza senso, solo per mero fan service e senza nemmeno avere il coraggio di richiamare gli interpreti originari. Una scelta che definire kitsch sarebbe un complimento. Inoltre un’operazione del genere rischia di spingere Monster verso una sorta di “effetto Marvel”, dove però i protagonisti di questo universo condiviso non sono supereroi, ma personaggi che incarnano il peggio della razza umana, il tutto portato in scena con un eccesso di autocompiacimento e referenzialità davvero fuori luogo. Se alcune digressioni narrative sono funzionali al senso del racconto, altre diventano appena accettabili, e tutto conduce a un finale che, anziché concentrarsi su un senso di chiusura e morale (e dopo 8 ore di visione è diritto dello spettatore esigere una chiusura soddisfacente), sembra più preoccupato di tenersi aperte varie possibilità per sfornare altre serie. Ma onestamente cercare di creare un universo condiviso di serial killer è qualcosa che sfida ogni etica morale e senso di buon gusto. Se la morale della stagione era spingerci a riflettere sulla nostra morbosa fascinazione per la violenza, allora Ryan Murphy ha sbagliato davvero su tutta la linea.



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