Una guerra che non è mai davvero finita
Prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina ci fu la guerra tra Russia e Georgia. Nell’agosto del 2008, una delle prime guerre interstatali combattute sul suolo europeo nel XXI secolo culminò nel conflitto in Ossezia del Sud: la Russia intervenne militarmente a sostegno delle autorità separatiste e, dopo la guerra, riconobbe l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, territori internazionalmente riconosciuti come parte della Georgia sui quali Mosca continua a esercitare un controllo effettivo. Il conflitto provocò nuovi sfollamenti e, durante e dopo la guerra, in Ossezia del Sud furono documentati episodi di pulizia etnica ai danni della popolazione georgiana. Anche se quella guerra sembra ormai dimenticata, la Georgia torna periodicamente al centro delle notizie internazionali quando riemerge il problema dell’influenza russa sul Paese.
Nel marzo 2022 la Georgia ha presentato domanda di adesione all’Unione Europea e nel dicembre 2023 ha ottenuto lo status di Paese candidato, anche se il successivo arretramento democratico ha portato il percorso di adesione a un sostanziale arresto. Il trauma territoriale, invece, rimane concreto per chi ha perso la propria casa, è stato costretto a fuggire e può ancora vedere ciò che ha lasciato appena oltre quella che, per la Georgia e gran parte della comunità internazionale, rimane una linea amministrativa interna e non un confine nazionale riconosciuto. È proprio quella linea la prima ambientazione di Tear Gas, secondo lungometraggio di Uta Beria, presentato in prima mondiale nel Concorso Cineasti del Presente del Locarno Film Festival, sezione dedicata alla scoperta di cineasti emergenti. Qui si svolge una cerimonia funebre organizzata clandestinamente, quasi sottovoce, perché molti di coloro che sono stati cacciati dalla propria regione vogliono comunque essere sepolti lì.
La realtà inglobata nella finzione
Il silenzio surreale dei partecipanti alla cerimonia funebre, nascosti tra i tronchi degli alti alberi, è una necessità per non essere intercettati dalle forze armate presenti oltre la linea, ma non è una forma di sottomissione. Per far sentire la propria voce bisogna invece spostarsi in città. L’altra faccia della Georgia divisa è quella delle piazze che urlano il desiderio di libertà e democrazia. Beria ha portato la macchina da presa e gli attori del film in mezzo alle vere manifestazioni di Tbilisi, girando una storia di finzione completamente avvolta dal chiasso e dalla presenza fisica della folla nelle strade della capitale.
È un procedimento opposto, ma idealmente vicino a quello del cinema documentario che entra direttamente nelle rivolte, come accadeva in The Square, girato nel cuore delle manifestazioni di Piazza Tahrir durante la Primavera araba. Qui, però, Beria inserisce personaggi e vicende scritte dentro eventi che stanno realmente accadendo intorno a loro. Una serata di protesta contro le ingerenze russe e contro una controversa legge sull’“influenza straniera” diventa così il teatro di una disgregazione familiare che sembra la metafora delle spaccature del Paese intero.
Una famiglia divisa in un Paese diviso
Gli interpreti di questo dramma sono la sedicenne Elene, depressa da quando la madre ha lasciato la famiglia che vive in provincia; sua nonna, che l’accompagna alla manifestazione; suo padre, presente in quanto membro delle forze dell’ordine; e la madre, trasferitasi proprio a Tbilisi, che ricompare osservando da lontano la figlia muoversi tra la folla. La famiglia porta già addosso le conseguenze della guerra, che ne ha stravolto la vita e ha contribuito a dividerla. Le tensioni politiche non arrivano quindi dall’esterno dentro una situazione domestica serena: si sovrappongono a fratture già esistenti, amplificandole.
Quando la manifestazione degenera e iniziano gli scontri, la distanza tra i membri della famiglia diventa anche fisica. Ciascuno occupa uno spazio diverso della stessa protesta: la figlia è tra i manifestanti, il padre dalla parte delle forze dell’ordine, la madre osserva e cerca di riavvicinarsi, mentre la nonna appartiene a una generazione che porta direttamente con sé la memoria dello sfollamento. La divisione politica della Georgia trova così una forma concreta all’interno di una famiglia nella quale nessuno sembra riuscire a occupare lo stesso spazio dell’altro.
Un film immerso nella folla
Non sarebbe stato possibile inscenare un raduno di massa di quelle dimensioni a Tbilisi soltanto per assecondare la finzione cinematografica. Poco male, perché l’intrusione necessaria della realtà nella sceneggiatura è stata perfettamente integrata nella storia. La folla, pur accomunata da un ideale democratico ed europeista, è anche l’emblema della confusione che avvolge i protagonisti. Passa dalla gioiosa condivisione ai momenti di panico collettivo e, occupando ogni spazio, sembra progressivamente togliere respiro.
È proprio la presenza incontrollabile della realtà a impedire alla protesta di sembrare una semplice scenografia. Beria non deve simulare il movimento collettivo, il rumore, l’agitazione o l’incertezza: sono già lì. Gli attori devono trovare il proprio spazio dentro qualcosa che esiste indipendentemente dal film. Il metodo assume anche un significato politico: la finzione racconta persone la cui vita privata viene travolta dalla storia mentre, materialmente, il film viene girato dentro una storia politica che sta accadendo davvero. Una contaminazione tra realtà e rappresentazione che, in forme differenti, appartiene a molto cinema politico capace di utilizzare le immagini come strumento di testimonianza e resistenza.
La piazza come luogo della ricomposizione
La folla ha la forza dei numeri, ma è impersonale e non è la compagnia ideale per una ragazza come Elene, che soffre di una carenza d’affetto capace di spingerla anche verso l’autolesionismo. Eppure proprio la moltitudine diventa il contesto nel quale la protagonista è costretta a confrontarsi con ciò che la sua famiglia non riesce più a dirsi. La piazza rappresenta allo stesso tempo una possibilità e una minaccia: è il luogo dove una comunità può manifestare collettivamente il desiderio di cambiamento, ma anche quello in cui il singolo rischia di scomparire. Beria sfrutta questa contraddizione per avvicinare continuamente il dramma pubblico a quello privato.
La folla diventa così l’immagine più efficace dell’anima divisa eppure battagliera del popolo georgiano. Dentro quella moltitudine convivono il desiderio di Europa, la paura della Russia, la memoria della guerra, la sfiducia nelle istituzioni e la volontà di rivendicare una diversa idea di futuro. Non poteva che essere la piazza, quindi, il luogo in cui la famiglia di Elene venisse costretta a rimettere insieme i propri pezzi. In Tear Gas, la frattura politica e quella familiare non sono mai realmente separabili: un Paese che non riesce ancora a ricomporre il proprio passato diventa lo spazio nel quale anche una famiglia prova, faticosamente, a ricomporre sé stessa.
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Scheda Film
Titolo originale: Tear Gas
Genere: Drammatico
Paesi: Georgia, Francia, Germania
Anno: 2026
Regia: Uta Beria
Sceneggiatura: Uta Beria
Interpreti: Taisia Eradze, Mzia Arabuli, Gaga Shishinashvili, Kato Kalatozishvili, Boris Andronikashvili
Fotografia: Goga Devdariani
Scenografia: Ika Avaliani
Montaggio: Nodar Nozadze
Musica: Rémi Boubal
Produzione: 1991 Productions, Tripode Productions, 70 Steps
Distribuzione italiana: non ancora annunciata
Prima mondiale: Locarno Film Festival 2026 – Concorso Cineasti del Presente
Durata: 96 minuti



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