Raccontare la maternità oggi
Sebbene le donne abbiano fatto parte del mondo del cinema fin dalle sue origini, è solo da poco che nomi femminili hanno iniziato ad apparire con più frequenza nei titoli di coda accreditati come “regista” o “sceneggiatrice”. Con l’aumentare di donne nei ruoli della creazione filmica, è interessante vedere come l’aggiunta di una prospettiva femminile abbia influenzato i racconti che vengono trasposti su schermo e il modo in cui ciò viene fatto. Si può infatti rilevare una nuova lente utilizzata per le narrazioni sulla genitorialità, quella della maternità mostruosa, raccontata nei suoi aspetti più intimi e brutali da una prospettiva empatica e spesso con riferimenti al vissuto personale della regista. È questo il caso di film come Titane (Julia Ducournau, 2021) e Die My Love (Lynne Ramsay, 2025), che affrontano il tema in maniera diretta, o di The Substance (Coralie Fargeat, 2024), in cui il rapporto madre-figlia è una delle possibili letture della dinamica mostruosa tra le due protagoniste, fino ad arrivare al più recente Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You, 2025), scritto e diretto da Mary Bronstein che, alla sua seconda prova registica, offre un’ulteriore variante sul tema della maternità sofferta, in un film che unisce tratti di thriller psicologico, horror e dramma.
Una donna sola
Linda (Rose Byrne) è una psicoterapista in piena crisi. La figlia soffre di un disturbo alimentare, il marito è sempre in viaggio per lavoro e, ciliegina sulla torta, la casa le sta crollando addosso, letteralmente. È qui che Bronstein fa iniziare il suo film, buttando lo spettatore di fronte a una catastrofe imminente e lasciandolo solo, costretto a osservare, con crescente orrore, Linda discendere nel caos. La violenta iniziazione all’opera di Bronstein è assimilabile all’esperienza di un parto, in cui lo spettatore, nel ruolo di un neonato, si ritrova senza preavviso a passare dal conforto della sala buia a un mondo incomprensibile e rumoroso, popolato da volti giganteschi che invadono lo schermo. Suoni stridenti, fredde luci al neon, primissimi piani spinti quasi al dettaglio: tutto concorre a creare un’atmosfera claustrofobica, da incubo, che attacca lo spettatore di petto, sfidandolo a resistere a un’esperienza che innesca in lui una primitiva risposta di fuga dall’orrore.
Giorno e notte
Se la prima reazione, quasi fisiologica, è quella di rigetto dell’opera, con il passare dei minuti diventa impossibile non iniziare a sviluppare ammirazione per le qualità estetiche del film. Bronstein, nonostante i soli due titoli a suo nome, mostra controllo del mezzo e la sua regia sostiene quasi due ore di ansia in continua escalation che non lascia mai tregua allo spettatore, senza però scadere in un frustrante manierismo. Per creare delle variazioni di tono che in questo genere di opere “dell’angoscia” sono necessarie affinché lo spettatore non si assuefaccia al ritmo sfrenato, il film viene diviso in due parti alternate, scandite dall’intervallarsi del giorno e della notte. La prima parte, diurna, è caratterizzata dal biancore del sole che, anziché spargere luce sulle preoccupazioni notturne, rivela le crepe celate dalle tenebre e abbatte ogni certezza con programmatica violenza, mentre le notti sono l’altra metà, dove il buio rischiarato da luci artificiali mal cela i problemi del giorno, conferendo loro un’aura di inquietudine. Regno di mezzo tra sogni e realtà, la notte offre momenti di calma apparente rispetto al giorno. Se in quest’ultimo a prevalere sono rumori forti e urla, durante la notte le voci si riducono a sussurri, i suoni fastidiosi sono addomesticati in una sopportabile ripetitività, e Linda può godere di alcuni momenti di solitudine. Ma la sensazione di incertezza domina anche i momenti più tranquilli e basta un sospiro di troppo per far ricrollare tutto nel caos.
Sfidare il canone
Il ritmo estenuante del film, unito alla scelta del punto di vista di una persona che non ha una visione lucida della realtà, sono elementi tipici di un certo genere di cinema hollywoodiano, che trova in Martin Scorsese, nei fratelli Coen e nei Safdie (questi ultimi amici di lunga data di Bronstein) alcuni dei più stimati esponenti. Inserendosi in una tradizione quasi interamente al maschile, Bronstein rivendica quel linguaggio già canonizzato declinandolo in chiave femminile, trasformandolo nello strumento di indagine della psiche di una donna sull’orlo del baratro. A differenza di quanto altri avevano fatto prima di lei, Bronstein non è interessata tanto al ritratto della sua protagonista dall’esterno, quanto a far entrare lo spettatore nella sua mente. La frenesia della regia, i primi piani invadenti sul volto di Rose Byrne, l’ingombrante aspetto sonoro: tutto è in funzione dell’immedesimazione forzata del pubblico in Linda. Nato a seguito dell’esperienza personale di Bronstein con la malattia della figlia, Se solo potessi ti prenderei a calci contiene in sé il dolore di Bronstein madre e Bronstein donna, la prima afflitta dalla condizione della figlia, la seconda ingabbiata nel ruolo che la vede persona designata a prendersene cura. Da qui l’inquadratura di Linda, che è sì caratterizzata in quanto madre, ma come “donna che è madre” e mai in relazione alla figlia, la quale resta senza nome e non viene mai mostrata sullo schermo, se non nell’ultima inquadratura. Bronstein vieta allo spettatore di simpatizzare con la figlia, quasi deumanizzata e il cui ruolo è assimilabile a quello dei vari elementi di disturbo sonori, più che a quello di personaggio, dando a Linda l’attenzione, comprensiva e priva di pregiudizi, che la società le nega.

Scheda Film
Titolo originale: If I Had Legs I’d Kick You
Regia: Mary Bronstein
Sceneggiatura: Mary Bronstein
Interpreti: Rose Byrne, A$AP Rocky, Conan O’Brien, Danielle Macdonald, Delaney Quinn, Christian Slater
Fotografia: Christopher Messina
Montaggio: Lucian Johnston
Musica: Filipe Messeder, Ruy García, Mary Bronstein
Produzione: A24, Central Pictures, Fat City, Bronxburgh
Distribuzione italiana / piattaforma: I Wonder Pictures
Durata: 113 minuti



.png)





