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Good Boy (2025), recensione film: l’orrore umano visto dagli occhi di un cane

26/01/2026 15:00

Claudio Cinus

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Good Boy (2025), recensione film: l’orrore umano visto dagli occhi di un cane

Un horror minimale raccontato dal punto di vista di un cane, dove il vero terrore nasce da ciò che resta invisibile e inaffrontabile per gli esseri umani.

Un’idea virale che anticipa il film

L’inatteso successo del trailer ha trasformato un piccolo film di limitate ambizioni in uno dei più attesi dell’anno, col rischio che la visione effettiva deluda poi le attese. Ma tanto forte è stato il chiacchiericcio generato online, che Alice nella Città, l’evento che si svolge parallelamente alla Festa del Cinema di Roma rivolto soprattutto ai giovani, lo ha scelto come film inaugurale nonostante non sembri quel tipo di lavoro aderente alle linee programmatiche dell’evento. Good Boy, diretto da Ben Leonberg, è un horror girato dal punto di vista di un cane: uno di quei film di atmosfera che puntano soprattutto sull’idea di partenza e sulle suggestioni di ciò che viene solo accennato.

Uno sguardo animale sul non visibile

Parlare di punto di vista del cane, a dire il vero, è parzialmente fuorviante. Non è un film interamente in soggettiva, stratagemma che viene usato poche volte; il cane Indy è però quasi sempre al centro delle inquadrature, lasciando il resto – umani compresi – ai margini o sfocato. Il controcampo è ciò che Indy vede laddove gli esseri umani non prestano attenzione: presenze fantasmatiche, ombre inquietanti, invisibili agli uomini ma reali per lui. Il proprietario Todd (Shane Jensen) decide di trasferirsi nella fatiscente casa di campagna appartenuta al nonno, ignorando le perplessità della sorella; in quel luogo isolato e cupo, Indy coglie segnali di pericolo che Todd non percepisce, cercando di proteggerlo con la fedeltà che gli è propria.

Meccanismi semplici e durata calibrata

L’horror si compone di ombre sinistre sullo sfondo, inseguimenti per gli anfratti della casa e un giardino spettrale anche di giorno, oltre a scene distorte che dovrebbero simulare l’attività onirica del cane e sembrano collegate al passato del luogo. I meccanismi sono semplici e ripetitivi, ma Leonberg ha avuto l’accortezza di non allungare il racconto oltre i 73 minuti, dopo i quali non sarebbe rimasto molto altro da dire. È però difficile che ciò basti a generare una paura autentica: le ombre sembrano minacciare Todd, mentre lo spettatore finisce per affezionarsi soprattutto a Indy, che appare raramente davvero in pericolo.

Il vero orrore è ciò che non si può affrontare

Forse anche perché Indy è un cane adorabile che ruba la scena, si ha talvolta l’impressione di osservarlo dall’esterno della storia, pronto a seguire le istruzioni impartite fuori campo (il regista è anche il suo padrone). Se Indy percepisce le ombre, lo spettatore percepisce i comandi che guidano i suoi movimenti e le sue reazioni, come se il set fosse per lui un grande parco giochi e non uno spazio narrativo. Questa consapevolezza incrina l’immersione nella finzione e rende più fragile la tensione. A salvare un film elementare come Good Boy è però il valore simbolico del non visibile, elemento cardine di ogni horror. Indy vede qualcosa che gli esseri umani non possono vedere, qualcosa di spaventoso e ineluttabile, che non può essere comunicato né contrastato. È un dono senza colpa e senza utilità pratica, che genera solo angoscia: ed è proprio questa percezione dell’inevitabile, dell’impossibilità di agire, a costituire il vero orrore della storia.

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Scheda Film

Regia: Ben Leonberg
Sceneggiatura: Ben Leonberg
Interpreti: Shane Jensen
Fotografia: Luke McCoubrey
Montaggio: Ben Leonberg
Musica: Jon Natchez
Produzione: Leonberg Pictures
Distribuzione: indipendente
Durata: 73 minuti

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un progetto di Piano9 Produzioni

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