photo

NETFLIX

copertine blog.jpeg

NOW TV

footer
pngwing.com(17)
sis nero

ULTIMI ARTICOLI

I PIÙ LETTI

SOSTIENI IL PROGETTO

Once - Una volta (2006) è un film indimenticabile sull’amore che sa lasciare andare

07/08/2026 10:00

Chiara Maria D'Angelo

Approfondimento Film, -glen-hansard, john-carney,

Once - Una volta (2006) è un film indimenticabile sull’amore che sa lasciare andare

Once di John Carney racconta la musica, la solitudine e un amore che rinuncia al possesso per trasformarsi in ascolto, libertà e dono.

Un gioiello da custodire

Ci sono film che si guardano. E poi ci sono film che si custodiscono. Once, diretto e scritto da John Carney, appartiene a quella rarissima categoria di opere che non cercano il consenso del grande pubblico, non rincorrono il successo commerciale né l’effetto spettacolare. È una di quelle piccole gemme che si conservano gelosamente, come un gioiello ereditato da qualcuno che abbiamo amato: lo si indossa di rado, quasi con timore, perché il suo splendore risiede proprio nella sua fragilità. È un film che entra in punta di piedi, senza bussare, senza imporsi. Non grida mai, non pretende di emozionare attraverso artifici narrativi o colpi di scena. Si limita a esserci. A osservare. Ad ascoltare.

Ed è proprio qui che risiede la grandezza del cinema di John Carney. La sua regia rinuncia deliberatamente all’ostentazione. La macchina da presa sembra dimenticare la propria presenza e lascia che siano i personaggi a vivere lo spazio, il tempo e il silenzio. L’inquadratura non costruisce l’emozione: la intercetta. È una poetica profondamente realista, quasi documentaristica, in cui ogni movimento di camera restituisce la sensazione di assistere non a una finzione cinematografica, ma a un frammento di vita sottratto alla quotidianità. Anche la fotografia di Tim Fleming segue la medesima direzione. Le luci naturali sostituiscono i grandi impianti illuminotecnici, gli interni conservano le proprie ombre e i riflessi delle vetrine, mentre le giornate nuvolose e le piogge irlandesi diventano parte integrante della narrazione. Nulla appare costruito. Nulla cerca di essere più bello di ciò che è realmente. Eppure, proprio in questa apparente semplicità, il film raggiunge una delle forme di bellezza più difficili da ottenere: l’autenticità.

Dublino, la musica e la solitudine

A rendere ancora più potente questa scelta è Dublino, che non rappresenta semplicemente il luogo in cui la vicenda prende forma, ma diventa un personaggio silenzioso. Carney rifiuta la cartolina turistica dell’Irlanda fatta di monumenti, colori saturi e vedute spettacolari. La sua Dublino è quella dei marciapiedi umidi, dei vicoli attraversati da musicisti di strada, degli autobus, dei piccoli negozi di strumenti musicali, dei pub, delle case modeste e delle piazze percorse ogni giorno da migliaia di persone invisibili. Ed è proprio questa scelta ad avvicinare ancora di più il film alla dimensione documentaristica. Lo spettatore non ha la sensazione di visitare Dublino. Ha l’impressione di abitarla. La macchina da presa segue i protagonisti senza mai anticiparne il percorso, lasciando che siano gli spazi urbani a determinare il ritmo della narrazione. Le lunghe passeggiate, gli attraversamenti, le soste improvvise, i rumori del traffico e il brusio della città diventano una partitura invisibile che accompagna costantemente il racconto.

In fondo, Once è un film profondamente musicale ancora prima che inizi la musica. Perché ogni città possiede un proprio paesaggio sonoro. E Dublino suona: suonano le monete che cadono nella custodia di una chitarra, le porte dei negozi che si aprono, la pioggia che batte sull’asfalto, le voci lontane dei passanti. John Carney non elimina questi rumori, li conserva. Li lascia vivere accanto alle canzoni. È una scelta apparentemente semplice, ma dal fortissimo valore drammaturgico. La musica non interrompe mai la realtà: nasce dalla realtà. Non arriva dall’esterno come commento emotivo, ma si sviluppa all’interno dello spazio diegetico, come se appartenesse naturalmente alla città stessa. Non è un caso che il protagonista sia un musicista di strada. La strada rappresenta il luogo più democratico della musica: non esiste una distanza prestabilita tra artista e pubblico. Chiunque può fermarsi oppure proseguire. La musica, come l’amore, non pretende attenzione: la spera. Ed è forse questa la metafora più potente costruita da Carney. Le persone passano accanto al protagonista senza guardarlo davvero. Alcune rallentano, altre lasciano qualche moneta, molte continuano a camminare. È l’immagine perfetta della nostra società: vediamo tutto, ma osserviamo sempre meno. Ascoltiamo continuamente rumori, parole, notifiche e conversazioni, ma raramente ci fermiamo ad ascoltare davvero qualcuno.


Dublino diventa così il riflesso della condizione interiore dei protagonisti: immensa, affollata, eppure incredibilmente sola. Persino la fotografia dialoga con questo stato emotivo. Le tonalità fredde del cielo irlandese, le superfici umide che riflettono una luce morbida e diffusa e le strade prive di qualsiasi spettacolarizzazione costruiscono un ambiente sospeso, quasi malinconico.


Una malinconia che, tuttavia, non coincide mai con la disperazione. Perché la città, esattamente come i suoi protagonisti, conserva sempre una possibilità. Quella dell’incontro. È significativo che il loro legame non nasca in un luogo straordinario, ma lungo un marciapiede, tra il rumore della città e il suono di una chitarra. Carney sembra suggerire che la bellezza non appartenga ai luoghi eccezionali, ma agli occhi di chi è ancora disposto ad accorgersene. Ed è proprio qui che Dublino smette definitivamente di essere un’ambientazione e diventa una metafora dell’animo umano. Una città che corre, che lavora, che si perde tra migliaia di volti, ma che continua ostinatamente a lasciare uno spazio alla musica. Perché, forse, è proprio questo che Once vuole ricordarci fin dall’inizio. Le città non sono fatte di edifici, ma di persone. E ogni persona custodisce una canzone che aspetta soltanto qualcuno disposto a fermarsi, ad ascoltarla e, magari, a cantarla insieme. Ed è forse proprio questo il primo grande tema di Once. Non l’amore, ma la solitudine. Quella forma di solitudine che non coincide con l’essere soli, bensì con il non sentirsi ascoltati. Con il vivere accanto agli altri senza che nessuno si accorga davvero di noi. Una condizione profondamente contemporanea che John Carney racconta con una delicatezza quasi disarmante, evitando qualsiasi giudizio e qualsiasi retorica.

Per questo motivo Once non appartiene, fortunatamente, alla tradizione della commedia romantica americana. Non è il cinema delle grandi dichiarazioni, dei finali costruiti per soddisfare lo spettatore o delle emozioni amplificate fino all’eccesso, come accade ne Le pagine della nostra vita di Nick Cassavetes. Qui l’amore non viene raccontato attraverso ciò che i protagonisti si dicono. Nasce, invece, da tutto ciò che scelgono di non dire: da uno sguardo che dura qualche secondo in più, da una pausa, da un silenzio, da una melodia che riesce ad arrivare laddove le parole si arrestano. È in questo spazio sospeso tra il silenzio e la musica che Once trova la propria identità e si trasforma in qualcosa di infinitamente più grande di una semplice storia d’amore.
Diventa una riflessione sull’essere umano. Sulla necessità, forse la più antica di tutte, di trovare qualcuno disposto a fermarsi. Ad ascoltare. E, finalmente, a vedere.

glen-hansard-once.jpeg

John Carney e il coraggio della semplicità

John Carney racconta una storia comune, la sua storia. L’idea di Once nasce nel 2004 dalla mancanza della compagna, trasferitasi a Londra per lavorare come attrice, e prende forma in pochi minuti, dentro un bar, in una trama che il regista non avrebbe più modificato nella propria ossatura. La sceneggiatura non è che un canovaccio, una linea di basso sulla quale Lui e Lei, i protagonisti senza nome, una ragazza con l’aspirapolvere rotta e un artista di strada che, per vivere, aggiusta aspirapolveri, introducono una nota alla volta: verticalmente, per creare l’armonia tra loro; orizzontalmente, per costruire la melodia, la loro storia. Carney osserva i propri personaggi senza giudicarli. Non impone mai allo spettatore cosa provare. Li segue con discrezione, quasi con pudore, lasciando che siano le loro esitazioni, i silenzi e le imperfezioni a costruire il racconto. Ed è proprio questa scelta ad avvicinare il suo cinema più alla tradizione europea che a quella hollywoodiana. La macchina da presa diventa uno sguardo.

Mai un giudice. Men che meno uno spettacolo. Il regista rinuncia sistematicamente a tutto ciò che potrebbe apparire ridondante. Non ricerca la composizione perfetta, non utilizza movimenti virtuosistici fini a sé stessi e non trasforma la fotografia in un esercizio di stile. Ogni scelta tecnica è subordinata alla verità emotiva della scena. Nel suo cinema la forma non precede mai il contenuto: lo accompagna. È un approccio che ricorda il neorealismo italiano, pur mantenendo un linguaggio profondamente contemporaneo. Come accadeva nei film di Vittorio De Sica o Roberto Rossellini, anche in Once la realtà quotidiana diventa materia cinematografica. Nulla viene idealizzato. Persino i protagonisti sembrano dimenticare di essere davanti a una macchina da presa. La sensazione è quella di assistere a un documentario sulla vita di due musicisti che casualmente si incontrano lungo le strade di Dublino. Ma questa apparente spontaneità è il risultato di una regia estremamente consapevole. Far sembrare semplice ciò che semplice non è rappresenta probabilmente una delle sfide più complesse dell’arte cinematografica. John Carney elimina ogni barriera tra spettatore e personaggio: non ci invita a osservare i protagonisti. Ci permette di viverli.

È un cinema che non cerca il consenso attraverso la spettacolarizzazione delle emozioni, ma attraverso il loro riconoscimento. Lo spettatore non si identifica con i protagonisti perché desidera essere come loro. Si identifica perché, almeno una volta nella vita, è stato come loro. Ha conosciuto la solitudine. Ha avuto paura di non essere ascoltato. Ha desiderato che qualcuno riuscisse a comprendere ciò che non trovava il coraggio di dire. Ed è proprio qui che emerge la straordinaria coerenza della poetica di Carney. La colonna sonora di Once non arriva per commentare ciò che accade, ma nasce dall’esigenza dei protagonisti, che non possiedono altri strumenti per raccontarsi.

Lo si vede nella sequenza dello studio di registrazione, quando la piccola band improvvisata incide When Your Mind’s Made Up. Il tecnico del suono accoglie inizialmente quei musicisti con la distrazione di chi crede di trovarsi davanti all’ennesimo gruppo senza esperienza; poi la chitarra cresce, la voce di Hansard si lacera, il brano si espande e il suo sguardo cambia. Non occorre alcuna battuta per dichiarare che qualcosa è accaduto. È il momento in cui persino chi dovrebbe limitarsi a registrare il suono finisce per essere registrato dalla musica: il suo stupore diventa la prova visibile della verità che ha appena ascoltato. Allo stesso modo, la passeggiata notturna di Markéta con il walkman trasforma un gesto quotidiano in un atto creativo. La città continua a dormire, lei cammina verso il negozio per comprare delle batterie e, mentre ascolta If You Want Me,nascono le parole della canzone. Nessuno spazio separa più la vita dalla composizione: il marciapiede diventa uno spartito, il passo detta il tempo e la sua voce, ancora sommessa, prende forma dentro il rumore della strada. Carney non illumina quel momento come una rivelazione spettacolare, lo lascia scorrere nella notte, tra le ombre dei lampioni accesi, con la naturalezza di un pensiero che nasce mentre si cammina.
 

Ma è nel negozio di strumenti musicali che questa poetica raggiunge la sua forma più limpida. Lui e Lei si siedono davanti al pianoforte e provano insieme Falling Slowly per la prima volta. La macchina da presa non frammenta l’esecuzione per costruire artificialmente l’intimità e non trasforma la canzone in un montaggio romantico: rimane accanto ai loro corpi mentre due linee ancora separate cominciano a riconoscersi. Non è soltanto musica: è un dialogo, una confessione. Il prolungamento naturale della parola quando la parola non basta più. Per questo motivo, in Once, sarebbe impossibile separare la regia dalla musica. Carney dirige come un musicista: costruisce pause invece che colpi di scena. Alterna silenzi e pieni emotivi come se stesse componendo una partitura. Ogni scena possiede un proprio ritmo interno, un proprio respiro, una propria musicalità. Ed è forse questa la sua qualità più rara: Once non vuole impressionare lo spettatore, vuole semplicemente incontrarlo. E, con la stessa delicatezza con cui un musicista accorda il proprio strumento prima di iniziare a suonare, John Carney accorda le emozioni del pubblico, preparandolo a un’esperienza che non si limita a essere vista. Si ascolta. E, soprattutto, si sente.

È un cinema che si fida dello spettatore e non gli suggerisce continuamente cosa provare. Gli concede il privilegio, oggi sempre più raro, di costruire autonomamente la propria esperienza emotiva. La macchina da presa segue i protagonisti con una mobilità discreta, spesso a mano, mantenendo una distanza che non invade mai la loro intimità. Non li osserva dall’alto, non li idealizza, non li trasforma in figure cinematografiche irraggiungibili. Rimane accanto a loro, quasi fosse un amico silenzioso che decide semplicemente di condividere un tratto del loro cammino. È impossibile non pensare, osservando questa scelta registica, al concetto di cinéma vérité, quella corrente che cercava di ridurre al minimo la distanza tra realtà e rappresentazione. Pur non appartenendovi direttamente, Once ne recupera lo spirito più autentico: eliminare tutto ciò che rischia di trasformare la vita in spettacolo. La forma, in Once, non cerca mai di prevalere sul contenuto: lo serve, lo protegge, lo accompagna. È forse questa la più grande lezione estetica del film: ogni scelta tecnica diventa profondamente etica. La regia rinuncia all’ego del regista, la fotografia rinuncia all’estetizzazione della realtà, la macchina da presa rinuncia a essere protagonista. Per lasciare spazio all’unica cosa che davvero conta: l’essere umano. Ed è proprio quando il cinema smette di voler stupire che riesce, paradossalmente, a compiere il gesto più straordinario di tutti. Dire la verità.

Éros e Agápē: l’amore che desidera e quello che sa fermarsi

Esistono storie d’amore fondate sul desiderio e altre in cui il desiderio, per diventare amore, deve imparare un limite. Once appartiene a questa seconda categoria. Fin dai primi incontri Glen e Markéta si attraggono. Il film non nasconde questa tensione dietro una purezza spirituale artificiale: passa attraverso sguardi, esitazioni, gelosie trattenute e tutto ciò che non viene detto, ma affidato alle canzoni. Ridurre il loro rapporto a qualcosa di “platonico” significherebbe impoverirlo, perché cancellerebbe proprio quella vibrazione emotiva e fisica che Carney lascia emergere senza mai trasformarla in spettacolo. Eppure, nonostante questa attrazione evidente, il passaggio all’azione non è immediato né inevitabile. È qui che Once si distanzia da molta narrativa romantica contemporanea, dove ogni ostacolo diventa un nemico da abbattere e l’amore una forza capace di giustificare qualsiasi scelta. l film suggerisce invece un’altra prospettiva. Non tutto ciò che nasce da un legame profondo è automaticamente giusto. Non ogni impulso deve essere realizzato. Non ogni rinuncia coincide con una sconfitta.

Per comprendere questa dinamica, il loro rapporto può essere letto attraverso la tensione tra Éros e Agápē. Il primo è la spinta verso l’altro, la mancanza che cerca forma, la forza che avvicina e tende a possedere. Non è una dimensione negativa: è ciò che li fa incontrare e alimenta la loro musica. Tuttavia, se lasciato senza misura, può trasformare l’altro in uno strumento della propria felicità. A questo punto interviene Agápē, non come negazione, ma come maturazione. Non spegne il movimento di Éros, ma lo orienta e ne diventa cura. Dono. Riconoscimento dell’altro come vita autonoma. Glen e Markéta non arrivano a questo incontro come individui inermi. Portano con sé storie già scritte, ferite, relazioni interrotte, una figlia, un amore non risolto. Il loro legame nasce quindi dentro esistenze già in corso, non in uno spazio neutro. In particolare, la condizione di Markéta come madre introduce una responsabilità che non può essere ignorata. Il film non la riduce a una figura sacrificale: la sua scelta non è automatica né idealizzata, ma consapevole e rischiosa. Decide di dare spazio al padre di sua figlia, pur senza garanzie sul risultato. Non segue semplicemente l’intensità di ciò che prova, ma ciò che ritiene necessario assumersi. Quello che sente non può restare confinato alla sfera privata, perché coinvolge inevitabilmente un’altra vita. Proprio per questo non trasforma Glen in una via di fuga: lo accoglie, lo ascolta, lo sostiene. Ma non lo usa come soluzione alla propria esistenza. Glen, dal canto suo, ha bisogno di un movimento analogo: partire, tornare alla musica, uscire da una condizione di stasi. Markéta lo accompagna in questo processo senza diventare il centro del suo futuro. Lo aiuta a ripartire, poi si ferma.


Non si tratta quindi di un amore incompleto, ma di un legame che rifiuta di consumarsi soltanto per dimostrare di essere esistito. Éros continua a spingere verso la continuità, mentre Agápē introduce la consapevolezza del limite. La differenza non è tra presenza e assenza di sentimento, ma tra possesso e rispetto. Glen e Markéta non negano ciò che è accaduto tra loro, ma non lo trasformano in una relazione necessaria per renderlo reale.


Lo custodiscono senza appropriarsene. È una forma di legame difficile da comprendere in un’epoca in cui le relazioni vengono spesso valutate, sostituite e consumate con la stessa rapidità dei contenuti. Once si oppone a questa logica proponendo un’altra idea: l’incontro non deve essere consumato, ma diventare generativo. Ciò che nasce tra loro non si esaurisce nella coppia mancata, ma prende forma in qualcosa che resta: la musica, un demo, nuove possibilità creative. Anche quando la relazione non si stabilizza, qualcosa continua a esistere. È proprio nella musica che la tensione tra Éros e Agápē trova la propria espressione più chiara. Éros si manifesta nella vibrazione delle voci, nella spinta emotiva e nella densità del suono condiviso. Agápē, invece, si riconosce nell’ascolto reciproco, nello spazio lasciato all’altro e nella scelta di non sovrastare, ma accompagnare. Non si fondono: si rispondono. Questa è la loro forma di equilibrio: non fusione, ma coesistenza. Due linee che restano distinte e, tuttavia, armoniche. L’incontro, in questo senso, è più complesso della fusione, perché richiede di riconoscere i confini senza eliminarli.

Non si tratta di un amore privo di corpo, ma di un legame in cui il corpo dell’altro non diventa proprietà. Il desiderio rimane, attraversato però da una cura che ne impedisce la deriva possessiva. Il film decostruisce così una retorica molto diffusa: quella secondo cui amare significhi sacrificare e distruggere tutto ciò che esisteva prima. Al contrario, Once mostra un legame che non chiede distruzione, ma libertà. Glen e Markéta non si trattengono a vicenda, ma si aiutano a proseguire. Un accordo musicale funziona allo stesso modo: non nasce da una nota che assorbe tutte le altre, ma dalla relazione tra suoni diversi. Se uno prevalesse completamente, l’armonia scomparirebbe. Così accade tra loro: due elementi che, per un momento, trovano un equilibrio senza coincidere. L’errore sarebbe pensare che, una volta terminato l’accordo, esso non sia mai esistito. Ogni suono finisce, ma ciò che conta è la risonanza che lascia. Il loro legame non si chiude con la vittoria di Agápē su Éros. La tensione iniziale non scompare del tutto: riaffiora nella richiesta di un’ultima notte, nelle parole non dette e nella distanza finale. Tuttavia, non si trasforma mai in pretesa, perché viene contenuta da una consapevolezza più ampia. Il sentimento non viene negato, ma custodito. Non come rinuncia sterile, bensì come forma di rispetto. Non sapremo mai se sarebbero stati felici insieme, e non è necessario saperlo. La forza di Once sta proprio nel rifiuto di trasformare una possibilità in una certezza. L’amore non è grande perché dura per sempre, ma perché, anche per un tempo breve, restituisce vita. Glen e Markéta si donano ciò che serve per ripartire, poi si lasciano andare. È questa la forma più difficile di libertà. Non: «Vivi per me». Ma semplicemente: «Vivi». Anche senza di me.

L’Agápē di Once non è sacrificio, ma dono senza possesso. Non è annullamento, ma rispetto della libertà dell’altro. Glen e Markéta non diventano una coppia, diventano qualcosa di più raro: la prova che un incontro può essere reale anche senza trasformarsi in possesso, che il legame può esistere senza distruggere, che ciò che si prova può non realizzarsi e restare comunque significativo. Éros li avvicina, Agápē li orienta altrove. Nell’inquadratura finale, attraverso una finestra, vediamo Markéta suonare il pianoforte mentre il marito tiene in braccio la figlia. Falling Slowly continua a risuonare in sottofondo e, quasi avvertisse su di sé uno sguardo, lei solleva gli occhi verso la macchina da presa. Solo allora l’inquadratura comincia ad allontanarsi, ad allargarsi sempre di più, fino a lasciare spazio alle loro vite, alle vite degli altri, a tutte le finestre del palazzo che custodiscono storie invisibili. Carney non chiude il racconto, lo restituisce al mondo: Glen e Markéta smettono di appartenere al film e tornano a essere parte di quel flusso di esistenze che il cinema può soltanto sfiorare, osservare per un istante e poi lasciare andare. La musica conserva entrambi. Ed è in quello spazio sospeso tra impulso e responsabilità che si incontrano davvero. 

Non per sempre. Ma una volta. 
E, a volte, una volta basta per cambiarti la vita.

once-john-carney-2006.jpeg
sisbianco
sisbianco

un progetto di Piano9 Produzioni

cinemadvisor
Silenzioinsala.com © | All Right Reserved | Powered by Vito Sugameli

Disclaimer legale
SilenzioinSala.com è un blog culturale e divulgativo gestito da appassionati di cinema, senza alcuno scopo di lucro. Non rappresenta una testata giornalistica ai sensi della Legge n. 62/2001, poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità regolare e senza struttura redazionale organizzata. Tutti i contenuti pubblicati – articoli, recensioni, approfondimenti e immagini – hanno esclusivamente finalità informative, educative e critiche, in pieno rispetto della normativa sul diritto d'autore (L. 633/1941, art. 70 e seguenti). Le immagini utilizzate (come locandine, fotogrammi, still promozionali, loghi, ecc.) sono di proprietà dei rispettivi titolari dei diritti (produttori, distributori, artisti, ecc.) e vengono impiegate unicamente a scopo illustrativo e senza fini commerciali. Se un contenuto visivo pubblicato risultasse lesivo di diritti di proprietà intellettuale, invitiamo i titolari a contattarci per richiederne la modifica o la rimozione, che sarà effettuata con tempestività. SilenzioinSala.com declina ogni responsabilità civile e penale per un eventuale utilizzo improprio, illecito o strumentale dei contenuti da parte di terzi. Il sito può ospitare banner pubblicitari gestiti da circuiti esterni, il cui unico scopo è contribuire alla copertura dei costi tecnici e di gestione (hosting, manutenzione, domini, ecc.). La presenza di tali annunci non costituisce in alcun modo promozione o approvazione da parte nostra dei prodotti o servizi pubblicizzati. Non siamo responsabili per eventuali contenuti ingannevoli o dannosi presenti nei materiali promozionali visibili tramite il sito. Per maggiori informazioni clicca qui.