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Everything everywhere all at once: un'esplorazione dell’amore tra filosofia e fisica quantistica

30/04/2023 22:00

Chiara Maria D'Angelo

Approfondimento Film, Oscar, Film Azione, Film Drammatico, Film USA, Jamie Lee Curtis, The Daniels, Michelle Yeoh, Oscar 2023,

Everything everywhere all at once: un'esplorazione dell’amore tra filosofia e fisica quantistica

Realtà multidimensionali e scoperta di sé in Everything everywhere all at once.

I Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) sono registi visionari. In ogni singolo fotogramma delle loro opere, dove invitano alla contemplazione della bellezza e della complessità dell’esistenza umana, infondono l’idea dantesca che è “l’amore che move il sole e l’altre stelle”. Le immagini suggestive e surreali, come l’abbraccio di gruppo che crea un transformer fatto di uomini, un frigo che cammina, una palla che ha vita propria (in Interesting Ball) o - ancora - un uomo morto che si anima per salvare dalla solitudine Hank, un giovane bloccato su un’isola deserta (Swiss army man); creano una metafora potente che supera le barriere della razionalità e della fisica e offrono uno sguardo unico sull’universo che ci circonda.

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Questo concetto viene esaltato nella sua massima espressione nel film Everything everywhere all at once, vincitore meritato di ben 7 Premi Oscar (Miglior Film, Regia, Attrice Protagonista, Attore Non Protagonista, Attrice Non Protagonista, Sceneggiatura Originale, Montaggio).

 

Everything everywhere all at once è un viaggio audiovisivo mozzafiato che esplora il mondo della fisica quantistica attraverso la lente della filosofia, ritraendo la lotta dell’esistenza umana nel concetto di maternità: una forza potente e trasformativa. 

Amore&morte in Everything everywhere all at once

La forza unificante dell’amore che trascende il tempo e lo spazio, collega la protagonista Evelyn Quan Wang (Michelle Yeoh) a versioni alternative di sé stessa, da cui assorbe abilità ed esperienze per sconfiggere il male assoluto: Jobu Tupaki, la personificazione del dolore della figlia Joy (Stephanie Hsu) che, non sentendosi amata e accettata, diventa una forza distruttrice. 

Jobu Tupaki è un sasso su un precipizio che affonda le proprie radici nell’esistenzialismo, dove la negazione di un’esistenza priva di senso e valore oggettivo condanna l’essere umano. È un'entità magnetica che attrae a sé tutto ciò che è condizionato dall’amore convertendolo nel pessimismo nichilistico ed è profondamente radicata in alcune teorie filosofiche e psicologiche.

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Le analogie alla teoria di Eros&Thanatos di Sigmund Freud rappresentano un’importante chiave di lettura per comprendere la trama di Everything everywhere all at once. In quest’analisi, Jobu è la personificazione di Thanatos, l’istinto di morte e forza distruttiva, che lotta contro l’amore come stimolo alla ricerca di un senso personale nella vita, ovvero Evelyn. 

 

L’antitesi tra i due personaggi accompagna in un percorso di profonda riflessione sulla condizione umana e sulle forze che ci spingono ad agire e a esistere nel mondo. Il confronto serrato tra le varie personalità di Evelyn fa emergere prospettive di vita e di valori che inducono lo spettatore a interrogarsi su sé stesso e sul proprio rapporto con gli altri e con la realtà che lo circonda.

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Che cos'è la realtà?

Ssoggetta alle decisioni dei multiversi dai quali Evelyn (la prescelta, come Neo) attinge, la realtà si genera nuova a ogni salto multidimensionale. Essa è rappresentata come una tavolozza di colori blu e rossa per differenziare le molteplici realtà, assimilabile alla cultura popolare di Matrix (di Lana e Lilly Wachowski) dove la pillola blu simboleggia l’illusione e quella rossa la verità. 

 

In Everything everywhere all at once l’illusione è credere che le esistenze siano già definite e strutturate dall’esperienze passate, mentre la verità si nasconde nella paura della possibilità di plasmare il proprio essere attraverso l’autoanalisi (come accade in Beau ha paura ma con esiti opposti), l’esaltazione delle proprie qualità migliori e l’amore. Il mosaico di esperienze delle diverse dimensioni - che, come l’armatura “Mark” di Ironman, interagiscono potenziando Evelyn - si riflette nella colonna sonora dei Son Lux, dove le sequenze musicali vengono manipolate e modulate per enfatizzare la coesistenza di più realtà.

La ricerca di identità confluisce nella condivisione di esperienze tra i personaggi Evelyn e Waymond Wang (il marito di Evelyn) in una dimensione parallela, un mondo sognante dove colori saturi e le luci verdi soffuse creano un’atmosfera romantica e suggestiva. Waymond ed Evelyn (in questa realtà ex amante star delle arti marziali) si nascondono tra le ombre dei vicoli di Hollywood che, come la Hong Kong di In the Mood for Love, diventa testimone della complessità delle relazioni umane e di come queste influenzino la nostra identità.

 

Le parole non dette si dissipano in un’atmosfera emotivamente coinvolgente, Evelyn precipita in varie dimensioni con una velocità stupefacente e, mentre spazio e tempo cambiano, la musica si adatta e si immerge nella nuova realtà di cui fa parte. 

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Everything everywhere all at once tra intrattenimento e filosofia

Questo concetto di unione, emotivo e motivico, richiama le connessioni di Sense8 (2015) delle sorelle Wachowski e J. Michael Straczynski: seguendo le sue orme, nei combattimenti coreografici e nelle scene di azione che scorrono attraverso le diverse realtà, vengono spinti più in là i limiti di ciò che è possibile sul grande schermo. Si susseguono dinamici, come un tornado che cattura e sbalordisce a colpi di arti marziali. 

 

L’azione in Everything everywhere all at once supera l’intrattenimento, è uno spettacolo visivo che enfatizza la potenza spirituale dell’unione e del sostegno emotivo. La dilatazione del tempo in ambientazioni uniche e surreali si interseca e si fonde con la realtà di Evelyn proprietaria di una lavanderia; fino a quando la protagonista non entra consapevolmente nei multiversi per assemblare la propria identità, proprio come Dominic Cobb di Inception di Christopher Nolan (2010), manipola i sogni per estrarre le verità nascoste nel subconscio.

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Come orientarsi nel film

La narrazione non lineare influenza e acuisce il carattere a matrioska della trama, che diventa esso stesso parte della metafora, in cui l’entaglement quantistico (il principio di non-località, secondo cui particelle subatomiche possono essere collegate in modo misterioso e che una particella può influenzare l’altra istantaneamente, indipendentemente dalla distanza tra loro) diventa un vettore che giustifica la struttura narrativa e il collegamento tra personaggi di diversi livelli di realtà coesistenti. 

 

La trama si espande in dimensioni multiple, intrecciandosi come fili sottili a sequenze musicali che si rincorrono e divengono un “suono cosmico”. Una potente onda energetica alla Dragonball, che si propaga nel multiverso dei Daniels. Un tappeto sonoro straordinario che accompagna la storia in un gioco sinergico, sommando e sottraendo le diverse tracce musicali per creare coesione e tensione in un continuo crescendo, fino al climax finale. Infatti, nell’epica battaglia conclusiva, mentre musiche di stili diversi si intrecciano in un’armonia glitchata, l’incontrollabile fluttuante bagel nero a cui Jobu Tupaki/Joy, piegata dalla sofferenza, si abbandona; svela di essere la somma del tutto che era sparso ovunque, senza un’ordine e che, adesso, una volta per tutte, diventa un unicum: l’amore, un pianoforte solo che suona all’unisono con la realtà.

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I Daniels hanno intrapreso una significativa indagine sull’idea di interconnessione multidimensionale e, con tecniche innovative ed effetti visivi sbalorditivi, hanno portato sul grande schermo una nuova interpretazione dell’esistenza. Qui l’assenza di amore è un buco nero in cui tutte le realtà vengono inghiottite e convergono in un unico punto, una singolarità da cui tutto ha inizio, di nuovo. Tutto è niente, il niente definisce tutto. In ogni cosa, ovunque.

 

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