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Hedda (2025), recensione film: ambiguità femminile e caos del desiderio

03/01/2026 08:00

Claudio Cinus

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Hedda (2025), recensione film: ambiguità femminile e caos del desiderio

Nia DaCosta rilegge Ibsen in Hedda, adattamento moderno che intreccia potere, desiderio e manipolazione in un dramma carico di tensioni irrisolte.

Un nuovo cambio di rotta per Nia DaCosta

La trasposizione di un testo teatrale di Henrik Ibsen segna un ulteriore cambio di rotta nella particolare carriera della regista Nia DaCosta, capace di muoversi dal cinema d’autore all’horror, passando per il Marvel Cinematic Universe (è lei ad avere diretto The Marvels, che per sua sfortuna è il film con l'incasso più deludente tra tutte le pellicole Marvel, ma allo stesso tempo è anche il maggiore della storia per un film diretto da una donna nera). Hedda non è altro che un adattamento di Hedda Gabler, dramma di Ibsen rappresentato per la prima volta nel 1891. L'unica occasione di vederlo in sala, in Italia, è stata alla Festa del Cinema di Roma, durante la quale DaCosta ha ricevuto il Premio Progressive alla Carriera (nome un po' contraddittorio per un premio assegnato ai talenti emergenti del cinema, quindi alla carriera che verrà anziché a quella che è stata): il film è stato poi direttamente pubblicato su Prime Video.

Un personaggio femminile volutamente detestabile

Ci sono molti cambiamenti rispetto al testo originale, nell'adattamento di DaCosta: a partire proprio da Hedda Gabler, che non è più una donna norvegese di fine Ottocento ma ha le fattezze di Tessa Thompson. In una delle prime scene del film, quando osserva dall'alto l'ampio giardino della sua villa e si permette persino di giocare al tiro a segno sparando nelle vicinanze di un ospite in arrivo solo per il gusto di spaventarlo, si coglie subito il carattere del personaggio: è altezzosa, con una punta di divertita malvagità, sprezzante verso praticamente chiunque, annoiata nei confronti della vita. Hedda è un personaggio femminile complesso perché fa di tutto per farsi odiare, eppure non si riesce del tutto a disprezzare: lei stessa ammette di non sapere il perché dei suoi comportamenti, ciononostante persevera nei suoi piani che rischiano di distruggere chi le sta vicino, senza tuttavia liberarsi dall'oppressione che le rende insopportabile la vita (è immediatamente chiaro ed esplicito che vagheggi il suicidio).

Fedeltà e aggiornamento dell’opera di Ibsen

Pur spostando la vicenda di epoca (negli anni Cinquanta) e di luogo (in Inghilterra), DaCosta non si è discostata dagli elementi fondamentali dell'opera di Ibsen. In quello che inizia come un poliziesco, a Hedda Gabler viene chiesto da due investigatori di raccontare ciò che è accaduto il giorno prima nella sua villa. C'è stata una festa sfarzosa organizzata dal marito di Hedda, George Tesman (Tom Bateman) che ama moltissimo la moglie ma non riceve altrettanto trasporto sentimentale. Tra gli ospiti, a sorpresa, si presenta Eileen Lovborg (Nina Hoss), vecchia conoscenza di Hedda con un passato turbolento e una brutta reputazione, che però ha con sé un testo da lei scritto assieme alla sua collaboratrice – e forse amante – Thea Clifton (Imogen Potts) così straordinario che le potrebbe valere non solo un notevole riconoscimento in ambito accademico, ma anche l'ottenimento della cattedra su cui conta Tesman; il quale a sua volta, senza promozione, non avrebbe abbastanza soldi per mantenere quel tenore di vita che lo ha portato a spendere troppo per acquistare la villa, nell'illusorio impeto di compiacere la moglie capricciosa.

Ambiguità, desiderio e rivalità

Il piano di Hedda, che fa di tutto per causare scompiglio nel corso della serata, non è chiaro neppure a lei stessa. Decide di aiutare il marito o sé stessa? Decide di ostacolare Eileen perché è gelosa, invidiosa, ne è attratta o intimorita? È mossa da questioni sospese del loro passato o vuole distruggere il loro futuro? Il personaggio interpretato da Thompson mantiene la stessa ambiguità dell'originale di Ibsen, dandole corpo con una sottile sofferenza sempre percepibile: è una figura femminile caotica e imprevedibile che contiene sia forza femminista sia fragilità psicologica, ambizione di fare del bene come del male. Invece, diversamente dal testo di Ibsen, in questa versione Lovborg si chiama Eileen e non Ejlert, è una donna e non un uomo: è stata aggiunta un'ulteriore componente erotizzante ad ampliare i desideri di Hedda, rendendo il rapporto tra le due donne – apertamente conflittuale, eppure dissimulato nelle regole della convivenza sociale – anche una sfida al modo in cui porsi nei confronti di uomini che non le prendono mai abbastanza sul serio.

Un adattamento sovraccarico

Hedda ha il vantaggio di contare su un grande testo di partenza di cui preserva la potenza ambigua della protagonista, e si svincola abilmente dall'origine teatrale usando l'opulenza esibita della villa, e del grande giardino con lago, come scenografia grandiosa in cui si cerca di nascondere l'ipocrisia di una società arrivista, maschilista e razzista. Ma proprio questo carico di conflitti aggiuntivi – razziali, economici, sessuali, introducendo anche il tema della violenza sulle donne – carica il film di troppe questioni da affrontare, lasciando una sensazione di caos incompiuto (che somiglia molto al disordine finale che resta dopo una festa con decine di invitati). Quando poi si decide di rinunciare a una delle battute finali più belle della storia del teatro, bisognerebbe osare qualcosa di altrettanto potente: invece il piccolo colpo di scena finale, del tutto evitabile, sembra un convenzionale finale di stagione di una serie, anziché una chiusura adeguata della trama di Ibsen.

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Scheda Film

Regia: Nia DaCosta
Sceneggiatura: Nia DaCosta
Interpreti: Tessa Thompson, Tom Bateman, Nina Hoss, Imogen Poots
Distribuzione italiana / piattaforma: Prime Video
Durata: 107 minuti

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un progetto di Piano9 Produzioni

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