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Gioia mia (2025), recensione film: un’estate di crescita tra solitudine e immaginazione

15/12/2025 14:00

Claudio Cinus

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Gioia mia (2025), recensione film: un’estate di crescita tra solitudine e immaginazione

Opera prima di Margherita Spampinato, Gioia mia racconta l’infanzia, la noia e l’immaginazione in un’estate siciliana sospesa tra tradizione e scoperta.

Un esordio accolto con entusiasmo

Dopo la regia di due cortometraggi, e tante esperienze sui set italiani nel ruolo di segretaria di edizione, Margherita Spampinato ha subito fatto centro col suo primo lungometraggio Gioia mia. Invitato al Locarno Film Festival nella sezione Cineasti del Presente, rivolta alle opere prime e seconde, ha vinto il Premio speciale della giuria ma soprattutto ha conquistato il cuore del pubblico del festival, che ha applaudito a lungo (in sala e per le strade della città) regista e protagonista: una buona premessa per la futura distribuzione nelle sale di un’opera realizzata a costi molto contenuti, che inizia il suo percorso italiano nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città.

Un’estate forzata

È un’estate insolita per Nico, un bambino di undici anni al quale i genitori non possono badare perché lavorano e che deve anche rinunciare alle cure dell’amatissima babysitter prossima al matrimonio. È per la mancanza di lei, Violetta, che soffre: come se quello fosse il suo primo abbandono, a seguito del primo amore. Con questo peso nel cuore, arriva in Sicilia per essere ospitato da Gela, l'anziana zia di suo padre. La donna vive in un condominio d’epoca con un grande cortile interno, in un appartamento privo di ogni modernità, a partire dall’assenza della rete wifi che ormai percepiamo come un servizio vitale quanto acqua e corrente elettrica. L’effetto su Nico è sconcertante: “Mi avete spedito nel medioevo”, dice ai genitori durante una telefonata.

La figura di Gela

È vero che la zia Gela non è il tipo di compagnia cui è abituato, ma l’anziana è tutt’altro che una persona sgradevole: è spiccia e non ama capricci, ma a suo modo fa di tutto per farlo ambientare in un contesto dove Nico si sente completamente fuori luogo e abbandonato. Per il ruolo di Gela, anche Aurora Quattrocchi è stata premiata a Locarno, con uno dei due riconoscimenti per la recitazione che da qualche anno non fanno distinzione di genere: difficile non apprezzare la compostezza con cui cerca di educare il nipote a trascorrere un’estate diversa, e quei lampi di vita che si intravedono ogni volta che emergono tracce del suo passato, perché anche lei ha sperimentato amore e solitudine che può riconoscere nelle acerbe esperienze di Nico.

I giovani protagonisti

Ovviamente, in un film con queste premesse, oltre all’indispensabile presenza di una grande attrice che sapesse rappresentare una convincente congiunzione tra tradizione e modernità, bisognava avere la bravura di scegliere bene i giovani protagonisti: sia Marco Fiore nel ruolo di Nico, sia Martina Ziami nel ruolo di Rosa (l’unica tostissima ragazzina del palazzo, con cui Nico sviluppa un rapporto di odio e amore), possiedono quella spontaneità che rende travolgente il racconto della loro estate.

Immaginazione e crescita

I giovani di oggi sono ancora capaci di usare l’immaginazione, senza strumenti tecnologici a guidarla o plasmarla? La vacanza forzata di Nico in Sicilia (la regione è nota, mentre la città non viene palesata ma sappiamo che si tratta di una località di mare) non è solo un classico momento di crescita dovuto a un cambiamento sgradito ma inevitabile: è anche il racconto di come trovare dei modi accettabili di passare il tempo, quel tanto tempo a disposizione di chi non è adulto ed è troppo spesso inghiottito da idiozie accattivanti, peraltro quasi tutte contenute in uno smartphone. Il palazzo dove vive Gela è un piccolo parco giochi per ragazzini che non hanno molte alternative al restare quasi sempre lì, salvo trovare qualcuno che li accompagni in spiaggia. Si può giocare in cortile, ma si può anche girovagare di piano in piano alla ricerca di qualche avventura improvvisata, come entrare di soppiatto nelle case vuote oppure andare alla ricerca dei terrorizzanti fantasmi che pare infestino il fabbricato. Sono solitudine e noia a sviluppare complicità e fantasia: Gioia mia è anche il racconto di come l’inventiva fanciullesca, se non soffocata, può produrre universi creativi a partire da qualsiasi elemento quotidiano. È così che Nico riesce ad ampliare i suoi orizzonti, pur costretto a restare in un luogo che inizialmente lo scoraggia: è così che Gela riesce a fomentare nel nipote quel fuoco interiore che in lei stessa era stato domato, ma mai spento.

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Scheda Film

Regia: Margherita Spampinato
Sceneggiatura: Margherita Spampinato
Interpreti: Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Martina Ziami
Fotografia: Claudio Cofrancesco
Montaggio: Davide Cuccurugnani
Musica: Alice Zecchinelli
Produzione: Yagi Media, Arcopinto, Yagi Media
Distribuzione italiana / piattaforma: Fandango
Durata: 90 minuti

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un progetto di Piano9 Produzioni

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