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Philadelphia (1993): la recensione del cult di Jonathan Demme, che ha cambiato il racconto dell'Aids

03/03/2021 11:20

Marcello Perucca

Recensione Film, Film Cult, Di Tendenza, Film Drammatico, Antonio Banderas, Denzel Washington, Film USA, Jonathan Demme, Jason Robards,

Philadelphia (1993): la recensione del cult di Jonathan Demme, che ha cambiato il racconto dell'Aids

Philadelphia esce in Italia il 4 marzo 1994, quando l’Aids aveva già mietuto parecchie vittime ma, ancora, non si sapeva come trattare

La voce di Bruce Springsteen che canta Street of Philadelphia accompagna i titoli di testa in quello che, all’epoca, fu un film importante per le tematiche affrontate e per il modo con cui le stesse vengono affrontate: stiamo parlando di Philadelphia di Jonathan Demme, uscito in Italia il 4 marzo 1994, in un momento storico nel quale l’Aids aveva già mietuto parecchie vittime ma che, ancora, non si sapeva come trattare. 

Il film di Demme, interpretato in maniera superlativa, fra gli altri, da Tom Hanks, Denzel Washington, Jason Robards e Antonio Banderas, tratta il tema della sieropositività all’Hiv, coniugandolo con i pregiudizi nei confronti delle persone omosessuali ancora troppo radicati, allora come oggi, nella nostra cultura.

Partorito dalla fantasia di Demme e dell’autore e sceneggiatore Ron Nyswaner, Philadelphia è ispirato a una vicenda realmente accaduta. Quella di Geoffrey Bowers, avvocato di Boston affetto da Aids e, per questo, discriminato dai suoi datori di lavori, ai quali intentò una causa risultata vittoriosa.

Sulle note iniziali della canzone di Bruce Springsteen, Demme accompagna lo spettatore fra le strade di Philadelphia, la metropoli della Pennsylvania simbolo della democrazia americana, nella quale vennero scritte la dichiarazione di Indipendenza e la costituzione degli Stati Uniti.

 

È bello partecipare a questo tour nel quale il regista ci mostra, dapprima, i grattacieli dove pulsa la vita economica e finanziaria, per poi, via via, portarci nelle strade dove vive e lavora la gente comune, sino ad arrivare ai quartieri più poveri e degradati della città.

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In uno di quei grattacieli del centro lavora Andrew Beckett (Hanks), giovane e promettente avvocato, impiegato in uno dei più prestigiosi studi legali della città.

A lui, benvoluto e altamente considerato da tutti i soci dello studio, verrà affidata un’importante causa che gli permetterebbe di fare un salto in avanti nella sua già brillante carriera. Tuttavia, durante l’incontro in cui gli viene comunicato l’affidamento del caso, uno dei soci nota sul viso di Andrew una strana lesione, che potrebbe far pensare a una prima manifestazione esteriore dell’Aids, ma che egli giustifica definendola come un livido causato da una pallina da tennis. Mentre nei soci dello studio legale cresce il sospetto su quanto stia accadendo al loro giovane collega, per Andrew inizierà un periodo di grande stress emotivo: per la causa affidatagli e, soprattutto, per il tentativo disperato di celare la malattia e la propria omosessualità.

Sarà tutto inutile perché, con la scusa di negligenza sul lavoro, verrà licenziato. In realtà i soci dello studio legale non accettano di avere alle loro dipendenze una persona affetta da quella che, al tempo, era considerata come la peste del XX secolo. Saranno la forza di volontà di Andrew, intenzionato a citare in tribunale i suoi ex datori di lavoro, e la perseveranza di Joe Miller, (Washington) un avvocato che accetterà di assisterlo superando i propri radicati pregiudizi nei confronti dei gay, a permettere al giovane di ottenere un risarcimento per i danni subiti. Dando, inoltre, un contributo alla lotta verso i pregiudizi nei confronti dei malati di Aids.

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Rivedendo dopo molto tempo il film di Jonathan Demme, pur con alcuni difetti riscontrabili, soprattutto, in alcuni personaggi troppo stereotipati - i soci dello studio legale sono tutti, veramente, molto cattivi e l’avvocatessa che li rappresenta, perfida e velenosa oltre ogni dire - ci si rende conto di come questa pellicola sia stata importante per far giungere al grande pubblico un messaggio di tolleranza nei confronti dei malati di Aids.

Lo stile lineare che caratterizza la pellicola, in cui tutto è spiegato nei minimi dettagli senza lasciare nulla all’intuizione dello spettatore, è funzionale per la visione di un pubblico vasto ed eterogeneo.

 

Ciò ha permesso al film di entrare nell’immaginario collettivo, grazie anche - e soprattutto - ad alcune scene ormai diventate cult. Una su tutte, lo straziante episodio in cui Andrew canta un brano dell’Andrea Chenier sovrapponendosi alla splendida voce di Maria Callas, con la fotografia che, via via, vira verso tonalità rosso cupo. Chiaro esempio di come un film di questo tipo necessiti di momenti di forte impatto emotivo - e melodrammatico - per toccare le corde di una grande platea, veicolando in tal modo un messaggio importante come quello presente nel film.

Nel momento in cui si entra nella fase del processo - che occupa tutta la parte centrale del film - l’opera di Demme assume le tipiche cadenze da legal movie, pur non rinunciando a scene emotivamente impattanti.

 

Come, ad esempio, la lunga deposizione dello stesso Andrew Beckett, ormai debilitato dalla malattia e allo stremo delle forze. L’interpretazione che ne fa Tom Hanks – senza nulla togliere a quella di Denzel Washington nella parte dell’avvocato Miller, altrettanto efficace – colpisce per la capacità dell’attore di rendere così naturale il tormento del personaggio, che si aggrappa, con ostinazione, agli ultimi barlumi di vita pur di vedere riconosciuto il sacrosanto diritto di non essere discriminato per la propria malattia e per il proprio orientamento sessuale.

Certo, anche Philadelphia si è attirato delle critiche, soprattutto da parte della comunità Lgbt+ che, all’epoca, lo accusò di aver mostrato un amore troppo casto fra Andrew e il suo compagno Miguel, interpretato da Banderas. Effettivamente l’unico momento di contatto fisico fra i due si ha durante una festa in cui li vediamo ballare un lento, teneramente abbracciati. Ma, al di là di questo, l’importanza di Philadelphia sta soprattutto nell’essere stato un film di denuncia in un momento storico determinante per la conoscenza, l’accettazione e la lotta a questa malattia, che ha rappresentato un problema non solo di natura medica ma, anche, di ordine sociale.

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Vincitore di numerosi premi, fra i quali l’Oscar per la Miglior Canzone (fra le più belle e famose della sterminata discografia di Bruce Springsteen) e, soprattutto, la statuetta per il Migliore Attore Protagonista a Tom Hanks, Philadelphia si chiude, dopo la morte di Andrew, con i filmini che ritraggono lui bambino (le immagini sono quelle dello stesso Tom Hanks da piccolo) che, felice, gioca su una spiaggia. Un finale tutto sommato inutile e ridondante, ma che nulla toglie al valore del film e al significato che questa pellicola ha rappresentato.


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Genere: drammatico

Titolo originale: Philadelphia

Paese: USA, 1993

Regia: Jonathan Demme

Sceneggiatura: Jonathan Demme, Ron Nyswaner

Fotografia: Tak Fujimoto

Montaggio: Craig McKay

Interpreti: Tom Hanks, Denzel Washington, Roberta Maxwell, Buzz Kilman, Karen Finley, Ron Vawter, Joanne Woodward, Jason Robards, Antonio Banderas, Daniel Chapman, Paul Moore, Anna Deavere Smith, David Drake, Freddie Foxx, Paul Lazar, Jane Moore, Charles Glenn

Colonna sonora: Howard Shore

Produzione: Clinica Estetico, TriStar Pictures

Distribuzione: Columbia TriStar Films

Durata: 125'

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