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Poppy Field (2020): dal TFF38, la recensione del film di Eugen Jebeleanu sul tema LGBTQ+ in Romania

27/11/2020 14:15

Marcello Perucca

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Poppy Field (2020): dal TFF38, la recensione del film di Eugen Jebeleanu sul tema LGBTQ+ in Romania

Il film prende spunto da numerosi episodi di intolleranza nei confronti delle persone omosessuali avvenuti negli ultimi tempi in Romania

Prosegue l’onda lunga del nuovo cinema rumeno grazie a Câmp de maci (Poppy Field) di Eugen Jebeleanu, regista teatrale qui al suo primo lungometraggio - scritto e sceneggiato da Ioana Moraru - che approda in Concorso al 38° Torino Film Festival. Un breve ma intenso film della durata di un’ottantina di minuti, ambientato nella Romania di oggi, che affronta un tema estremamente delicato: quello della scarsa accettazione e delle azioni violente nei confronti del movimento LBGTQ+ da parte di gruppi profondamente omofobi e nazionalisti.

 

Siamo a Bucarest e, nella prima parte del film, veniamo resi partecipi del rapporto - a tratti tenero, a tratti conflittuale - fra Cristi (Conrad Mericoffer) e Hadi (Radouan Leflahi), che vive a Parigi e che è venuto a far visita al compagno con cui intrattiene una relazione a distanza.

Dopo la prima parte, che si svolge fra le mura domestiche, il film stacca, cambiando improvvisamente registro. Vediamo Cristi, che di mestiere fa il poliziotto, recarsi con un gruppo di colleghi presso un cinema dove una proiezione di un film a tematica LGBT+ è appena stata interrotta dall’irruzione di un gruppetto di dimostranti appartenenti a un movimento omofobo e ultranazionalista. 

La polizia, che non ha intenzioni cattive, cerca di raffreddare gli animi. Ma il nervosismo fra i partecipanti è alle stelle e la concitazione delle scene è ben raccontata dai frenetici movimenti di macchina che si spostano rapidamente da un volto all’altro. Anche Cristi è visibilmente turbato e nervoso, soprattutto quando viene avvicinato da un ragazzo con il quale, intuiamo, ha avuto qualche rapporto nel passato. Per la paura di essere scoperto da parte dei colleghi, gli intima di fare silenzio e sparire ma, al suo rifiuto, lo prende a pugni.

L’opera di Jebeleanu, che prende spunto da numerosi episodi di intolleranza nei confronti delle persone omosessuali realmente avvenuti negli ultimi tempi in Romania, è soprattutto un film di interni: girato inizialmente nella casa di Cristi e poi in un cinema, per tutta l’ultima parte vediamo l’uomo da solo, davanti a uno schermo desolatamente vuoto, ad attendere che i colleghi cerchino, in qualche modo, di insabbiare l’incidente con il ragazzo. 

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Diventiamo così partecipi del tormento interiore del poliziotto, costretto a nascondere la sua vera identità sessuale in un ambiente profondamente machista come è quello della polizia. E nello sguardo di Cristi, che da un lato vorrebbe essere libero di manifestare il proprio orientamento sessuale ma, dall’altro, è immobilizzato dalle convenzioni sociali (che, semplicemente, non contemplano la possibilità che un poliziotto possa essere gay) risiede l’accusa del regista e della sceneggiatrice.

Câmp de maci si rivela per ciò che vuole essere: «un film sull'identità, sulla difficoltà di essere liberi, sulla censura e autocensura, e principalmente sull'amore e l'impossibilità dell'amore», come spiega lo stesso regista. Il finale, dove tutto rimane tristemente invariato, racconta di quanto lavoro ci sia ancora da fare in Romania per arrivare a una piena accettazione delle persone LGBTQ+.


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Genere: drammatico

Titolo originale: Câmp de maci

Paese, Anno: Romania, 2020

Regia: Eugen Jebeleanu

Sceneggiatura: Ioana Moraru

Fotografia: Marius Panduru

Montaggio: Catalin Cristutiu

Interpreti: Conrad Mericoffer, Alexandru Potocean, Radouan Leflahi, Cendana Trifan, Ionut Niculae, Alex Calin, Rolando Matsangos, George Piştereanu

Produzione: Icon Production, Motion Picture Management, Cutare Film

Durata: 83'

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