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Lo sconosciuto del lago

04/10/2013 10:00

Paolo Sammati

Recensione Film,

Lo sconosciuto del lago

Estate, un lago nel sud della Francia, locus amenus del battuage per soli uomini...

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Estate, un lago nel sud della Francia, locus amenus del battuage per soli uomini. Franck (Pierre Deladonchamps) trascorre le sue giornate incrociando sguardi ammiccanti, intrattenendo conversazioni con Henri (Patrick Dassumçao) e facendosi trasportare da un’ardente passione per un uomo affascinante e misterioso, Michel (Christophe Pau), verso il quale nutre curiosità e timore, sapendolo responsabile della morte del suo precedente amante.


Il film di Alain Guiraudie, vincitore della Queer Palm e del premio alla regia Un Certain Regard allo scorso festival di Cannes, è capace di non cedere alle modalità espressive della provocazione fine a se stessa, nonostante nudi reiterati e scene di sesso estremamente esplicite, ai limiti kitsch del porno. La nudità insistita dei protagonisti, l’indugiare della macchina da presa sui corpi e sugli sguardi, sono invece sintomatici della volontà del regista di eliminare dal proprio lavoro convenzioni perbeniste, rifiutando qualsiasi mediazione accomodante che possa nascondere, lasciar intendere, piuttosto che, semplicemente, mostrare, indagare. Eppure il non detto, l’allusione ambigua, sono il vero punto di forza della pellicola, trovando spazio non nell’esteriorità dei personaggi, nella loro corporeità, quanto piuttosto nelle profondità insondabili dei loro animi, torbidi e combattuti, sempre difficilmente leggibili.


L’incertezza e la doppiezza sembrano amplificarsi, esplodere quasi, dall’animo dei protagonisti per riflettersi sullo spazio circostante, il lago, che si fa cangiante, paradiso dove cercare serenità prima e gabbia oscura, prigione notturna dalla quale è impossibile allontanarsi. Il lago (e il bosco adiacente) rappresentano il microcosmo di questi spiriti inquieti, ai quali non è concessa una vita al di fuori di tale realtà irrimediabilmente delimitata, come la casa dell’omicidio dei più classici film gialli, dove tutti gli ospiti sono sospettati e non possono abbandonare la dimora. Interessante la particolare concezione di tempo adottata dal regista: sempre uguale a se stesso, temporalità della routine, delle abitudini ripetute che pure riescono a suscitare inquietudine, sostenute da un mirabile utilizzo espressivo della luce, capace di suggerire il progressivo espandersi del mistero attraverso un inevitabile passaggio dai colori rassicuranti del giorno a quelli ambigui e indecifrabili del tramonto prima e della notte poi. Durante la notte il lago diventa specchio deformante, rivelatore di verità occultate nel profondo: allo spettatore non resta che farsi trascinare, abbandonarsi ad un vortice narrativo e formale piuttosto raro e prezioso.


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