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Gambit

20/02/2013 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Gambit

Lionel Shabander (Alan Rickman) è un odioso magnate dei media, proprietario di una ricchissima collezione di quadri impressionisti...

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Lionel Shabander (Alan Rickman) è un odioso magnate dei media, proprietario di una ricchissima collezione di quadri impressionisti. Harry Deane (Colin Firth), suo maltrattato curatore, decide di vendicarsi, organizzando - con l'aiuto della rodeista texana PJ Puznowski (Cameron Diaz) - una colossale truffa: far comprare a Shabander un falso Monet per la cifra di 12 milioni di sterline.


L'idea di un remake di Gambit - divertente caper movie a tinte rosa del 1967 di Ronald Neame, con Michael Caine e Shirley McLaine - era un progetto in cantiere da diversi anni. La pellicola del'67 si avvaleva di una regia a ritmo sostenuto, gag fisiche in stile Pantera Rosa, una resa estetica di pregio – Neame era anche direttore della fotografia – e un'originale unità di spazio, con l'intera azione ambientata nell'esotico Hotel Semiramis, in cui il miliardario protagonista abitava e riuniva la propria collezione d'arte.


Già dal 1997 il produttore Mike Lobell, era alla ricerca di sceneggiatori per un possibile rifacimento del film di Neame. Alla fine i due nomi prestigiosi che Lobell attendeva sono arrivati: sono Joel ed Ethan Coen – già usi al ramake con l'interessante The Ladykillers del 2004 - a mettere il loro genio al servizio di uno script rimasto in mano alle case di produzione per oltre 15 anni. Nonostante la revisione della sceneggiatura degli anni Sessanta da parte dei caustici fratelli del cinema americano - che vi aggiungono irriverenza, ritmo e il tocco di assurdo e di non-sense che ne caratterizza la firma -, Michael Hoffman, regista negli anni '90 di deliziose pellicole romantiche come Un giorno per caso, non si rivela in grado di sostenere un impianto registico sofisticato quanto la trama. Protagonista di un gioco di equivoci, malintesi e divertenti gag – anche corporali – è Colin Firth, in uno straniante contrasto tra la sua immagine aristocratica e il personaggio allampanato che interpreta. E nonostante tutto, quella dell'attore inglese costituisce la performance migliore del film, insieme a Tom Courtenay, di recente risorto al cinema in Quartet di Dustin Hoffman e all'umorismo british di Julian Rhind-Tutt. La comicità del film è legata ad una serie di stereotipi - soprattutto quello del contrasto fra inglesi e americani (i rudi texani) -, con l'inserzione di luoghi comuni anche su giapponesi, francesi e tedeschi (Stanley Tucci è sempre bravissimo, ma stavolta davvero una carta mal giocata). Anche Cameron Diaz è ormai poco credibile nel ruolo della ragazza sexy, così come Alan Rickman, le cui gag scurrili o semplicemente volgari – per quantità e qualità – sono qualcosa che abbandona di molto lo stile, esplicito ma sempre raffinato, dei Coen.


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