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La Sardegna tra tradizioni, letteratura e sogni: dentro il cinema di Salvatore Mereu

16/11/2020 13:07

Rita Ricucci

Ritratto, Film Italia, Salvatore Mereu,

La Sardegna tra tradizioni, letteratura e sogni: dentro il cinema di Salvatore Mereu

Un ritratto di Salvatore Mereu, regista indipendente e grande narratore della Sardegna

 

 

 

Un ritratto di Salvatore Mereu, regista indipendente che si muove tra letteratura e sogno per raccontare una terra ancora straniera al Continente europeo: la Sardegna e le sue tradizioni mai spente

 

 

Salvatore Mereu nasce nel 1965: affermato regista indipendente sardo, nel suo cinema riporta alla soglia della coscienza i sogni perduti nell’anima dei molti suoi conterranei. Dopo la laurea al DAMS di Bologna e il diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, esordisce sul grande schermo con Ballo a tre passi (2003), con soggetto e sceneggiatura firmati da lui, iniziando la proficua collaborazione con la Lucky Red di Andrea Occhipinti.

 

Dall'esordio Ballo a tre passi ai premi cinematografici

È un esordio significativo agli occhi di molti critici e per i molti isolani ai quali si presenta per la prima volta. Alla 60esima Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia vince il Premio Luigi de Laurentiis-Menzione Speciale della Giuria; successivamente, nel 2004, riceve il Premio David di Donatello come Migliore Regia di opera prima, a cui segue il Ciak d’Oro e la candidatura al Nastro d’Argento.

 

Ballo a tre passi entra diretto nello stomaco di un’isola, separata dalle sue acque cristalline dalle coste europee. Lingua, storia, costumi, mentalità sono resi visione onirica nello scorrere della narrazione filmica. Dopo il meritatissimo successo di questo film, Mereu continua la sua ascesa tra i registi indipendenti italiani con altre pellicole dallo stesso sapore: Sonetàula (2007), ispirato all’omonimo romanzo di Giuseppe Fiori, vince il Premio David di Donatello al Miglior Produttore; Tajabone (2010), soggetto e sceneggiatura dello stesso regista, vince il Premio Controcampo per i lungometraggi narrativi alla 67esima Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia; Bellas Mariposas (2012), ispirato all’omonimo romanzo di Sergio Atzeni; Assandira (2020), ispirato all’omonimo romanzo di Giulio Angioni, presentato alla 77esima Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

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Salvatore Mereu tra cinema e letteratura

Mereu alterna la sceneggiatura, a partire dal soggetto libero al liberamente ispirato a romanzi di autori sardi, approdando così alla Nuova letteratura sarda, oramai conosciuta in tutto il mondo. Tra queste emergono Bellas Mariposas Assandira dalle quali il regista sardo compie un viaggio metaforico-onirico per raccontare la peculiarità dei caratteri dell’isolano. È opinione comune che il film non è mai come il libro da cui è tratto. Il grande maestro, saggista e regista, poeta e romanziere, Pier Paolo Pasolini diceva esplicitamente che sono due linguaggi diversi: «Hanno e sono "tecniche" autonome, il cui elemento strutturale primo è il riferimento integrativo a un’opera cinematografica da farsi» (Empirismo Eretico, Garzanti 1991). 

 

Per guardare i film di Mereu occorre l’occhio libero da ogni pre-concetto che declini il film come riuscito o meno nella fedeltà del romanzo. Salvatore Mereu scrive i suoi film lasciandosi ammaliare, come in un sogno, dalle parole lette. Le stesse, riaffiorano in lui nelle vesti di metafore narrative (si veda il cavallo in Assandira che non compare invece nel romanzo di Angioni), oppure nella macchina da presa che segue i personaggi come spiandoli (si veda il bambino all’inizio di Ballo a tre passi), o anche nella relazione tra buio e luce della fotografia (si vedano i luoghi abitati dalla protagonista di Bellas Mariposas). 

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L'onirico in Salvatore Mereu 

Il minimo comune denominatore dei film di Mereu è lo sfondo onirico nel quale i personaggi si muovono. In Ballo a tre passi il regista sardo pre-annuncia, svela, la lettura della realtà nel suo stile cinematografico. Il film racconta il sogno dei tanti protagonisti che lo abitano: fare esperienza di ogni età della vita che ci è data da vivere. Si divide nelle quattro stagioni: la primavera della fanciullezza, quattro bambini dell’entroterra sarda che desiderano vedere il mare; l’estate dell’età matura e della sessualità, che scoppia in Michele quando conosce la bella francese in vacanza, Solveig, e da lei viene iniziato all’amplesso amoroso; l’autunno è la stagione della nostalgia, la stessa che vede sfiorire suor Francesca che, tornata in paese per il matrimonio di sua cugina, sente l’alito della seduzione negli uomini che le si avvicinano; infine, l’inverno, quando i colori della natura si spengono, come per Zio Pedru, che cercando, nella sua solitudine, il calore di una prostituta è vinto dalla morte. La scena finale, con un’esplicita citazione felliniana di 8 ½ (1963), vede Zio Pedru accompagnato dalla fronda di tutti i personaggi, al suo destino, tra le braccia della Morte, stupenda e misteriosa, con il volto della turista Solveig, come il cavaliere di Bergman ne Il Settimo Sigillo (1958). 

 

È una terra ricca di sogni quella che racconta Mereu, di scoperte da fare, senza dover essere affossati nella storia dei propri avi che da sempre raccolgono la sabbia, da sempre sono pastori, da sempre sono uomini senza donne pronte all’amore.

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I temi di Mereu in Bellas Mariposas

Nel romanzo di Atzeni, Bellas Mariposas, Mereu trova l’esplicitazione del sostantivo sogno. Caterina è alle porte dell’adolescenza. La sua poca vita è già una vita vissuta intensamente: un padre fedifrago e pedofilo, un fratello eroinomane, una giovane sorella, prostituta e con due bambini dei quali non si conosce il padre. Caterina vive nella periferia di Cagliari. Lei stessa, la sua famiglia, i suoi amici, sono periferia. Tra gli ultimi, però, lei emerge con la forza di un leone e la leggerezza di una farfalla (mariposas appunto). Caterina non ha una vita, è vita: guarda in faccia lo spettatore; ordina di non guardare la sua intimità; ha parole schiette, prive di fronzoli; usa la lingua che conosce, scurrile e genuina insieme. 

«Io ti ho chiesto di farmi nascere?», domanda autorevole al padre. Nonostante non abbia chiesto la sua nascita, Caterina reclama il diritto di vivere e di sognare. Nelle acque turchesi del mare, riesce a farlo perché ogni volta che si immerge: «dimentico casa, quartiere, futuro, mio babbo, il mondo…». Mereu riesce a tenere fede al desiderio profondo di una bambina «bella, timida e vergine» come lei si definisce penetrando quel sogno: i primi piani in macchina; lo sguardo pungente che arriva dritto allo spettatore; la cinepresa, sul fondo del corridoio che resta distante dalla fessura del bagno per preservare l’intimità di Caterina. Nello spazio chiuso, sporco e disordinato della casa di Caterina, si aggirano quegli esseri non troppo umani, come topi in cerca di cibo (Tonio, Manderina, Samanta, Gigi), eppure Caterina contagia lo spettatore con la gioia che porta nel suo sorriso, trovando la bellezza di quella vita nell’affetto di Luna, l’amica del cuore, quasi una sorella. Come due farfalle (Bellas Mariposas), Caterina e Luna muovono le ali una verso l’altra. 

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Assandira, tra purezza e rimorso

In Assandira, la purezza e il candore del sogno vengono traditi nel rimorso che divora il protagonista, Costantino, lo splendido Gavino Ledda (lo ricordiamo con il magnifico segno lasciato alla cultura italiana, Padre Padrone, 1975, da cui l’omonimo film di fratelli Taviani nel 1977). Costantino è un padre, vedovo da molto e solo ancora da più tempo. Suo figlio è emigrato in Germania dove ha cercato lavoro. Ha sposato una giunonica bavarese e insieme hanno deciso di tornare ad Assandira per aprire un “villaggio dell’antichità”. Costantino non comprende, non può farlo, è troppo legato al costume atavico dei suoi padri, dei padri dei padri. Ci prova: aiuta il figlio dove e come può, mentre l’avvenenza generosa della nuora gli comprime le viscere in un desiderio che lui stesso nega di riconoscere. Accade ciò che non dovrebbe accadere: la moglie vuole un figlio ma il figlio di Costantino non riesce a darglielo. Lo chiede al padre, perché il seme resti in famiglia, dirà. Costantino moralmente combattuto, non si tira indietro. 

 

La licenza poetica nella sceneggiatura è rinchiusa nel destino di una cavalla, cara a Costantino, anch’essa incinta, che muore agonizzante sotto gli occhi del vecchio padre. Il sogno che si spegne in quella notte di pioggia è quello di un padre che cerca di essere padre come ha imparato ad esserlo dai suoi padri. Ma la pioggia può spegnere un fuoco ma non il dolore che resta e porta a galla i desideri dell’inconscio con la voce ruvida di un vecchio smarrito, finito dalla vita.

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La letteratura diventa per Mereu il luogo prescelto perché il suo stesso sogno possa emergere dall’inconscio. Il sogno di una terra ancora straniera al Continente europeo: una Sardegna vivida di tradizioni mai spente, un’isola che tace il dolore delle famiglie e custodisce i suoi figli, uno ad uno, in un amore onirico.  

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