Le due star più attese di Venezia 83
Rispetto alle attese dei mesi precedenti, l’83ª Mostra del Cinema di Venezia ha perso l’occasione di ospitare alcune star date per possibili protagoniste della manifestazione. Digger di Alejandro G. Iñárritu con Tom Cruise ha saltato i festival per scelta distributiva; Le avventure di Cliff Booth di David Fincher con Brad Pitt non era ancora pronto; anche Dune - Parte tre, con Timothée Chalamet e Zendaya, era ancora in fase di post-produzione. Così, programma alla mano, è saltato fuori che due delle vere superstar del festival sarebbero stati due fratelli che hanno molto più a che vedere con la musica che con il cinema: Noel e Liam Gallagher, ovverosia i due volti degli Oasis. Dalla metà del secolo scorso il termine di paragone del successo musicale sono spesso i Beatles: negli anni Novanta si diceva che gli Oasis fossero i nuovi Beatles, se non per l’importanza musicale almeno per la rilevanza culturale.
Durante la tournée del 2009, i fratelli Gallagher litigarono furiosamente e gli Oasis si sciolsero prima di un concerto al festival Rock en Seine di Parigi. Per quindici anni Noel e Liam hanno proseguito separatamente, fino all’annuncio improvviso della reunion e di una nuova tournée, capace di scatenare l’entusiasmo dei fan e una corsa disperata ai biglietti. Oggi sappiamo che è andato tutto liscio, ma al momento dell’annuncio nessuno avrebbe messo la mano sul fuoco su una reunion priva di problemi e su una serie di spettacoli portata a termine dal primo all’ultimo. Poteva succedere di tutto tra i due esplosivi consanguinei, ed è proprio da questa incertezza che nasce Oasis: Don’t Look Back in Anger. Steven Knight, ideatore e sceneggiatore del progetto, con la regia affidata a Dylan Southern e Will Lovelace, ha seguito l’intero processo, dalle prove fino ai concerti, concependo un documentario molto diverso dal classico film concerto: il vero tema è la relazione rinata tra due fratelli di enorme talento e pochissima diplomazia, che per anni erano sembrati incapaci persino di stare nella stessa stanza.
Una reunion attesa quindici anni
Non ci sono troppi preamboli prima di vedere il primo giorno delle prove della tournée, e scopriremo presto il motivo: non c’è stata una grande e commovente riconciliazione da raccontare. Per come viene presentato l’ingresso dei musicisti nella sala dove proveranno insieme, una specie di primo giorno di scuola dopo tre lustri di vacanza, potremmo quasi credere che i Gallagher debbano parlarsi lì per la prima volta dopo anni. Ma per parlarsi bisogna essere in due, mentre il primo giorno Liam non c’è. La sua presenza non era prevista, ma le frequenti inquadrature verso l’asta del microfono, posizionata nel punto in cui l’indomani dovrà trovarsi il cantante, fanno capire quale fosse il pensiero di tutti i presenti: nessuno poteva essere completamente sicuro che quell’assenza programmata si sarebbe trasformata in una presenza costante, senza ulteriori uscite di scena improvvise e violente.
Anche la disposizione spaziale della band dice qualcosa del clima atteso: i due fratelli non devono stare troppo vicini. Tra loro si colloca il chitarrista Paul Arthurs, detto Bonehead, l’unico altro membro degli Oasis al quale il film dedica un’attenzione significativa. La sua è un’altra storia dentro la storia. Cofondatore del gruppo, aveva lasciato gli Oasis nel 1999, dieci anni prima dello scioglimento, ed è tornato anche lui alla base per il grande evento della reunion. Il primo giorno, senza Liam, fila liscio e possiamo già risentire frammenti di quel suono rimasto silenzioso per tanto tempo. Il secondo viene presentato come il momento in cui si capirà davvero quale piega potranno prendere gli eventi.
Un film che diventa terapia di coppia
Noel dà le indicazioni, Liam le segue, la band suona e le canzoni degli Oasis tornano a scuotere l’aria. C’è un po’ di rigidità, ma nessun litigio, nessuno psicodramma. D’altronde, mentre li guardiamo, sappiamo già che qualche settimana più tardi suoneranno nuovamente insieme davanti al pubblico. Ma vedere che le prove si sono svolte senza esplosioni è già una prima risposta fornita dal film. Non sono però le interazioni dirette tra i fratelli a spiegare realmente a che punto sia arrivato il loro rapporto. A raccontarlo sono soprattutto Noel e Liam stessi, attraverso le interviste e le voci che accompagnano le immagini. Sembrano a tratti frasi tratte da una lunga sessione di terapia: ciascuno analizza il passato e descrive il presente, parla di sé e dell’altro, sia in termini umani sia musicali. E per due musicisti il lato personale e quello artistico finiscono inevitabilmente per confondersi: anche quando sembra che parlino soltanto di musica, stanno parlando di carattere, istinto e identità.
Col passare dei minuti diventa evidente che quelle dichiarazioni compongono una sorta di dialogo dentro il quale si trova molto del non detto dei quindici anni precedenti. Essendo mancata la grande occasione per chiarirsi, spiegare le proprie ragioni e ammettere le proprie mancanze, i Gallagher sembrano sfruttare il film per pronunciare finalmente, con una lucidità diversa dall’impulsività che ne ha segnato la storia, pensieri rimasti sospesi per anni. Hanno anche il coraggio di commentare il proprio presente con una sincerità che il buonsenso avrebbe forse consigliato di attenuare e che invece risulta salutare, per loro e per chi li ascolta. È qui che Don’t Look Back in Anger smette definitivamente di essere soltanto un documentario musicale e diventa un film su una relazione familiare ricostruita attraverso la musica.
La mistica dei concerti
Quando inizia la cronaca dei concerti si crea un ulteriore dialogo immaginario, questa volta tra i Gallagher e i loro fan. Le persone intervistate dai registi non possono naturalmente rappresentare una comunità omogenea, ma molte sembrano accomunate dal significato quasi mistico attribuito alla tournée. Interpretando le loro parole, il percorso assume quasi la forma di un’ascensione: il risveglio coincide con l’annuncio della reunion; la disciplina con la battaglia per ottenere i biglietti; l’attesa della data assume una dimensione contemplativa; infine arriva l’unione con il “divino”, incarnato dalla band e dalle canzoni ascoltate finalmente dal vivo.
Non siamo alla celeberrima provocazione di John Lennon sui Beatles più popolari di Gesù, ma passa comunque l’idea che ogni concerto degli Oasis sia diventato un rito collettivo intorno a una resurrezione.
Non soltanto il ritorno di una band, quindi, ma quello di qualcosa che per una generazione sembrava appartenere definitivamente al passato. Da questo punto di vista il film prosegue una lunga tradizione del documentario musicale che non si limita a riprendere chi è sul palco, ma cerca di capire che cosa accada davanti a esso. Già Festival di Murray Lerner trasformava il Newport Folk Festival in un ritratto del rapporto tra musica, pubblico e momento storico. Southern e Lovelace lavorano su una scala completamente diversa, ma anche qui il pubblico è parte essenziale dello spettacolo. Ogni concerto della tournée assume così il carattere di un evento perennemente in bilico, qualcosa che i fan hanno aspettato per quindici anni continuando forse a pensare, almeno fino alla fine, che avrebbe potuto non ripetersi mai più.
Il film concerto che deve essere visto al cinema
Oggi sappiamo anche che quella resurrezione non resterà confinata al 2025: gli Oasis hanno annunciato una nuova tournée per il 2027. Ma sarà comunque impossibile che tutti coloro che desiderano vederli dal vivo riescano a farlo. Oasis: Don’t Look Back in Anger diventa allora il miglior compromesso possibile, soprattutto nella sua versione cinematografica e possibilmente in una sala dotata di un ottimo impianto audio. Non è un film concerto tradizionale che ripropone una scaletta dal primo all’ultimo brano. I segmenti musicali sono frammentati e intrecciati alle prove, ai backstage, alle parole dei Gallagher e alle testimonianze del pubblico. Ma quando la musica arriva, viene proposta con una qualità sonora e visiva che tenta di restituire almeno una parte della presenza fisica del concerto. La percezione di essere sopraffatti dalla potenza della musica degli Oasis è inevitabilmente minore rispetto all’esperienza dal vivo, ma il film fa di tutto per provare a ricrearla.
E in questo senso il cinema diventa particolarmente importante. Come accade in Once, dove la musica smette di accompagnare le immagini e diventa essa stessa racconto, anche qui il suono non è semplicemente una componente accessoria dell’esperienza: è il mezzo attraverso il quale la relazione tra i Gallagher e quella con il pubblico acquistano una forma concreta. Nella futura versione in streaming su Disney+, soprattutto con un impianto domestico modesto, una parte di questa dimensione inevitabilmente si perderà. E insieme alla potenza sonora verrà meno anche quella sensazione, per quanto attenuata rispetto a uno stadio, di assistere all’evento insieme ad altre persone. Perché Don’t Look Back in Anger racconta sì la reunion degli Oasis, ma soprattutto ciò che quella reunion ha significato per chi l’ha aspettata. E forse è proprio questo il risultato più interessante del film: trasformare il ritorno di una rock band in una storia di famiglia che, per qualche ora, diventa anche la storia di milioni di persone.
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Scheda Film
Titolo originale: Oasis: Don’t Look Back in Anger
Genere: Documentario, musicale
Paese: Regno Unito
Anno: 2026
Regia: Dylan Southern, Will Lovelace
Sceneggiatura: Steven Knight
Con: Liam Gallagher, Noel Gallagher
Fotografia: Haris Zambarloukos
Montaggio: George Cragg, Martina Zamolo
Musica: Zebedee Budworth
Suono: Tarn Willers, James Mather
Produzione: Magna Studios
Produttori: Sam Bridger, Guy Heeley
Presentato da: Sony Music Vision, in associazione con Sony Music Entertainment UK
Distribuzione italiana: The Walt Disney Company Italia
Uscita italiana: 10 settembre 2026
Durata: 122 minuti
Prima mondiale: 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Venice Open, Fuori Concorso



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