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Jupiter (2026), recensione film: il pericolo dell’uomo solo al comando

09/09/2026 08:00

Elisabetta Maresio

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Jupiter (2026), recensione film: il pericolo dell’uomo solo al comando

Jupiter di Alexandre Smia affronta potere presidenziale e deterrenza nucleare, ma la forza politica del film supera spesso la tensione cinematografica.

Il potere giupiteriano e l’uomo solo al comando

«Il futuro è inevitabile, ma può non avere luogo. Dio si cela negli intervalli». È affidandosi a Jorge Luis Borges, genio letterario del paradosso, che Jupiter di Alexandre Smia introduce lo spettatore nei sotterranei dell’Eliseo e negli abissi del potere politico.

Presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso della Mostra del Cinema di Venezia, il film immagina una grave crisi internazionale legata alla guerra russo-ucraina, nella quale il neopresidente francese Paul Archambault, interpretato da Denis Ménochet, è chiamato a scegliere tra la via diplomatica e il possibile ricorso all’arma nucleare. Il titolo non rimanda soltanto al re degli dèi della mitologia romana, ma richiama anche l’idea tutta francese di una presidenza “giupiteriana”: maestosa, verticale e distante. Una concezione che concentra nelle mani di un solo uomo un potere immenso, capace di determinare il destino di milioni di persone.
 

È proprio qui che si colloca il nucleo più inquietante del film. Jupiter non racconta soltanto la solitudine psicologica del presidente, ma il pericolo politico dell’uomo solo al comando. Intorno a Paul si muove un consiglio ristretto nel quale militari, diplomatici e rappresentanti del governo discutono, si interrompono e si contraddicono. Eppure, al termine di questo confronto apparentemente corale, la responsabilità della decisione ricade inevitabilmente su una persona sola. Il meccanismo è molto diverso, ma il rapporto tra isolamento, responsabilità e conquista del potere trova un interessante contrappunto in Conclave, dove la brama di comando emerge proprio all’interno di un sistema apparentemente collegiale.

La deterrenza nucleare, il paradosso che regge Jupiter

Il film ha suscitato polemiche ed è stato accusato di propaganda ancora prima della sua presentazione veneziana, soprattutto per gli evidenti richiami alla guerra tra Russia e Ucraina e per la prospettiva politica dalla quale osserva il conflitto. Pur collocandosi nel territorio della finzione, Jupiter intercetta infatti tensioni drammaticamente contemporanee e propone una lettura geopolitica tutt’altro che neutrale. È un terreno sul quale il cinema contemporaneo si muove sempre più spesso, come dimostra Civil War di Alex Garland, altra finzione politica costruita per apparire inquietantemente vicina al presente. All’interno del racconto, né il presidente russo né quello ucraino sembrano realmente disposti a mediare. Ragioni politiche, identitarie e personali si sovrappongono fino a rendere ogni possibile arretramento inaccettabile. La diplomazia non viene più percepita come lo strumento necessario per costruire la pace, ma come una resa, una debolezza o la rinuncia a una parte di sé.
 

Emergono inoltre diversi presidenti soli al potere, rappresentanti di Stati differenti ma ciascuno prigioniero della propria visione e della necessità di non cedere. Sono leader che decidono per intere popolazioni, ma le cui scelte non sembrano mai orientate alla pace. Il paradosso più doloroso risiede proprio nella possibilità di sacrificare il proprio popolo sostenendo di volerlo difendere. Per impedire la guerra bisogna allora dimostrarsi pronti a combatterla; per garantire la sopravvivenza occorre rendere credibile la possibilità dello sterminio. La deterrenza nucleare diventa il grande paradosso sul quale poggia l’intera narrazione: si costruiscono armi destinate a non essere utilizzate, ma la loro efficacia dipende dalla convinzione che qualcuno possa davvero decidere di usarle.

La parola, il silenzio e la solitudine del presidente

Il maggiore punto di forza dell’opera risiede nei dialoghi, rapidi, complessi e perfettamente orchestrati. Il film è costruito attraverso primi piani, confronti verbali e spazi chiusi, nei quali emerge una solitudine imperante. Anche il silenzio possiede un preciso significato politico: il militare ascolta e prende la parola soltanto quando viene interpellato. Possiede gli strumenti necessari a rendere concreta la decisione, ma non il potere di assumerla. Questa distinzione attraversa continuamente il film. Intorno al presidente esistono persone che possiedono competenze, informazioni e capacità operative enormi, ma la catena di comando termina comunque in un unico individuo. La coralità della discussione non elimina quindi la verticalità del potere: la rende, semmai, ancora più evidente.
 

Denis Ménochet restituisce con solidità la vulnerabilità di un uomo che raggiunge l’apice del potere mentre attraversa un devastante dramma familiare, la morte della figlia. La caduta fisica del presidente diventa l’immagine più evidente di questo contrasto: proprio nel momento in cui dovrebbe innalzarsi al rango simbolico di Giove, Paul crolla sotto il peso della propria umanità.

L’uomo chiamato a rappresentare la massima autorità dello Stato non smette quindi di essere un individuo fragile, esposto al lutto, alla paura e all’incertezza. Ed è proprio questa distanza tra la funzione e la persona a rendere ancora più inquietante l’enorme potere che gli viene affidato.

Quando il thriller politico perde tensione

Nonostante la densità dei temi e l’autorevolezza degli interpreti, tuttavia, Jupiter rischia di deludere chi si aspetta un thriller fantapolitico capace di trasformare la minaccia nucleare in una tensione crescente. La struttura scandita dagli intervalli frammenta il ritmo, mentre il prevalere della parola sull’azione rende il racconto progressivamente statico. Il problema non è la scelta di costruire un film principalmente attraverso il dialogo, che anzi rappresenta una delle sue caratteristiche più interessanti, quanto la difficoltà nel trasformare quelle parole in una pressione cinematografica progressivamente insostenibile.
 

La minaccia evocata è enorme. Si discute della possibilità concreta di una guerra nucleare, della morte di milioni di persone e di decisioni dalle quali potrebbe dipendere il futuro dell’Europa. Eppure, proprio per il modo in cui il racconto procede per confronti, pause e nuove consultazioni, quella minaccia non sempre riesce a produrre sullo spettatore un’intensità proporzionata alla sua portata. È uno scarto significativo: Jupiter riesce meglio quando invita a pensare il potere che quando prova a farci percepire fisicamente il terrore delle sue conseguenze.

Un film politico destinato a dividere

Anche la prospettiva geopolitica appare spesso univoca. Il film assume una precisa posizione francese e dà per acquisite interpretazioni storiche e politiche che avrebbero meritato un confronto più autenticamente plurale. Proprio un’opera dedicata alla complessità delle decisioni avrebbe potuto concedere maggiore spazio alle diverse ragioni in campo, evitando che alcuni passaggi assumessero il tono di verità assolute. Il finale, volutamente sospeso, non offre una risposta categorica a un dilemma che forse non può averne. Ma l’ambiguità, anziché produrre la deflagrazione emotiva attesa, rischia di lasciare soprattutto una sensazione d’incompiutezza.
 

Jupiter è quindi un film senza mezze misure, destinato a dividere: qualcuno ne apprezzerà l’ambizione intellettuale, la recitazione corale e la centralità della parola; altri vi troveranno una cocente delusione, fredda e incapace di mantenere le promesse del proprio esplosivo argomento. Eppure, lascia emergere una verità difficile da ignorare: la vulnerabilità della politica internazionale non risiede soltanto nelle armi, ma negli uomini ai quali affidiamo il potere di usarle.

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Scheda Film

Titolo originale: Jupiter
Genere: Drammatico, thriller politico
Paese: Francia
Anno: 2026
Regia: Alexandre Smia
Sceneggiatura: Alexandre Smia, Thomas Finkielkraut
Interpreti: Denis Ménochet, André Dussollier, Reda Kateb, Dominique Blanc, Ella Rumpf, Frédéric Pierrot, Céline Sallette, Cédric Kahn, Jérémy Lopez
Fotografia: Nicolas Loir
Montaggio: Pierre Deschamps
Scenografia: Jean-Philippe Moreaux
Costumi: Elfie Carlier
Musica: Olivier Marguerit
Suono: Cédric Deloche, Simon Prieur
Produzione: Chi Fou Mi Productions
Produttori: Nicolas Dumont, Hugo Sélignac
Vendite internazionali: SND
Distribuzione italiana: non ancora annunciata
Durata: 87 minuti
Prima mondiale: Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026 – Venice Open, Fuori Concorso

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