L’estate in Sardegna, senza i turisti
Le cronache dei quotidiani sardi di fine estate 2026 riportano enormi file negli aeroporti e biglietti introvabili per lasciare la Sardegna. È il cosiddetto controesodo che riguarda i tanti turisti arrivati nell’isola soprattutto per trascorrere le vacanze al mare. Mentre le coste scoppiano di presenze temporanee, alcune zone interne della Sardegna soffrono invece di uno spopolamento continuo. Matteo Incollu è nato vicino alla costa, a Baunei, ma ricorda estati della sua infanzia in cui in giro non c’era quasi nessuno. Per girare il suo primo lungometraggio, L’estate che finì due volte, presentato in prima mondiale nella sezione Locarno Kids Screenings del Locarno Film Festival, si è spostato nella zona della Marmilla, cercando di ricostruire quella sensazione di solitudine, e anche di infinite possibilità, che si prova quando si è ancora bambini ma ci si avvicina già all’adolescenza, ci sono giornate intere da riempire e bisogna inventarsi ogni volta qualcosa da fare in una Sardegna disabitata che non è minimamente toccata dal turismo di massa. È un’immagine dell’isola molto diversa da quella da cartolina e che trova un precedente, sempre su Silenzioinsala, nella Sardegna selvaggia e deserta di Fiore gemello, dove il territorio diventava parte integrante della solitudine dei protagonisti.
Di cosa parla L’estate che finì due volte
Alessandra ha 11 anni e la sua estate si divide tra le giornate nei pressi di una diga con un amico e le serate in casa con il padre, unico genitore rimasto dopo la morte della madre quando lei era molto piccola. Non ci sono molte altre persone in paese e lei stessa chiede al padre per quale motivo continuino a vivere lì. Dopo una di quelle piccole avventure estive intese come prove di coraggio — entrare in una casa abbandonata che si dice sia stregata — ad Alessandra succede qualcosa: inizia a vedere strani personaggi sconosciuti, sia immersi nell’acqua sia in cammino nei campi, ma sempre soli, lontani e silenziosi. Se nessun altro li vede, come lei suppone, significa che vede i fantasmi? E tra essi riuscirà a vedere anche sua madre, quella figura idealizzata di cui però, in realtà, non sa quasi nulla?
I fantasmi di una Sardegna che si svuota
Le ombre quasi monocrome che si palesano senza preavviso ad Alessandra durante le giornate, e poi anche durante il sonno, sono a lei sconosciute, ma hanno l’aspetto di chi viene dal passato. Sembra quasi che a prendere vita siano quelle persone che capita di vedere nelle vecchie fotografie in bianco e nero tirate fuori da un cassetto, i cui nomi ricorda soltanto chi possiede sufficiente memoria storica e che rischiano quindi di essere dimenticate per sempre se nessuno li scrive sul retro. Alessandra vede apparizioni che non sembrano sperdute, ma anzi perfettamente consapevoli di dove si trovano. Non sono semplici presenze: indicano piuttosto un’assenza, quella degli esseri umani dai luoghi in cui hanno abitato per secoli.
È una ragazzina di undici anni, ignara di ciò che è stato il passato dei luoghi che attraversa ogni giorno quasi in solitudine, a diventare depositaria del grido di dolore dello spopolamento che, in termini concreti, per i piccoli centri abitati significa la morte. Il rapporto tra fantasmi e memoria del passato richiama, pur in un contesto completamente diverso, My Father’s Shadow, dove le presenze del passato finiscono per infestare anche lo sguardo di chi cerca di ricostruire ciò che ha perduto. In Incollu, però, la memoria non riguarda soltanto una famiglia: appartiene anche al territorio.
Dal lutto collettivo al lutto personale
Il desiderio di rivedere anche la madre ha però, per Alessandra, un altro significato. Quello è stato un abbandono non voluto e un fantasma strappato agli affetti può mostrare anche atteggiamenti inquietanti. La svolta horror che Incollu imprime alla seconda parte del film è tanto sorprendente quanto opportuna: passare a un diverso tipo di distacco, dal dolore collettivo al lutto personale mai correttamente elaborato, è parte del percorso di crescita che costituisce lo scheletro portante di questa tipologia di film. Le apparizioni cambiano così progressivamente funzione. Se inizialmente sembrano provenire soprattutto da una Sardegna svuotata dei propri abitanti e della propria memoria, il desiderio di Alessandra di incontrare la madre le conduce dentro uno spazio molto più intimo, nel quale il fantastico non riguarda più soltanto ciò che un territorio ha perduto, ma anche ciò che una bambina non è mai riuscita realmente a conoscere. È proprio questa contaminazione tra racconto di formazione e soprannaturale a permettere al film di cambiare progressivamente tono senza abbandonare il proprio centro emotivo.
La fine dell’infanzia
Se questo passaggio risulta naturale è anche merito della giovane protagonista Ginevra Mascia. La sua potente presenza scenica è strepitosa: nel suo volto misteriosamente espressivo si vedono la fine di un’innocenza perduta e la prima maturità di chi inizia a capire come funziona il mondo degli adulti. Incollu utilizza quindi il soprannaturale all’interno di un percorso che rimane essenzialmente quello del romanzo di formazione. L’estate, con le sue giornate apparentemente infinite, rappresenta quel momento sospeso nel quale l’infanzia sembra non dover terminare mai e, proprio per questo, la scoperta della morte e dell’assenza acquista un peso ancora maggiore.
È una dimensione che avvicina L’estate che finì due volte ad altri racconti nei quali la stagione estiva diventa il momento della trasformazione, come Gioia mia, altra opera prima in cui un’estate di solitudine e immaginazione accompagna il passaggio dall’infanzia verso una nuova consapevolezza. Qui, però, alla libertà delle giornate senza adulti si aggiunge la presenza dei morti. L’estate finisce quindi due volte: come stagione dell’anno e come stagione dell’infanzia, quando Alessandra comprende che crescere significa anche imparare a convivere con ciò che non può più tornare.

Scheda Film
Titolo originale: L’estate che finì due volte
Titolo internazionale: The Summer That Ended Twice
Genere: Drammatico, fantastico
Paese: Italia
Anno: 2026
Regia: Matteo Incollu
Sceneggiatura: Matteo Incollu, Stefano Cau, Sergio Pintore, Daryl Putzu
Interpreti: Ginevra Mascia, Noé Frei Cruzinha, Felice Montervino, Francesca Spano, Matteo Murgia, Michelangelo Piras, Leonardo Pasquantonio
Fotografia: Federica Ortu
Scenografia: Francesca Melis
Costumi: Stefania Grilli, Salvatore Aresu
Montaggio: Ambrogio Nieddu
Musica: Emanuele Contis
Produzione: Mommotty, in associazione con Terra de Punt
Distribuzione italiana: non ancora annunciata
Durata: 95 minuti



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