Lovino dalla fotografia al documentario
La realtà è sempre il punto di partenza dell’opera di Marco Bellocchio; poi arrivano la sua sensibilità, il suo stile e la sua immaginazione, e si crea quel cinema che presenta sempre qualcosa di sorprendente, anche quando si confronta con le biografie di personaggi realmente esistiti. È una caratteristica che attraversa il cinema di Marco Bellocchio, tra sogni, potere e politica, e che Fabio Lovino prova qui a osservare direttamente nel momento della creazione.
La porta della realtà è il titolo del documentario, presentato in anteprima Fuori Concorso al Locarno Film Festival, che il fotografo Fabio Lovino ha dedicato a colui che oggi è uno dei maggiori registi italiani viventi. L’accesso ai set di Bellocchio si è rivelato prezioso per poter osservare da vicino un maestro del cinema in azione. Dopo quasi vent’anni di collaborazione come fotografo, Lovino ha compreso che alcune caratteristiche del lavoro di Bellocchio non potevano essere catturate attraverso una singola immagine. Da qui nasce il passaggio dalla fotografia al documentario: non semplicemente per mostrare il regista, ma per seguirne il movimento, ascoltarne le parole e osservare il modo in cui costruisce il rapporto con chi lavora insieme a lui.
Una carriera che continua a rinnovarsi
La carriera di Bellocchio è iniziata oltre sessant’anni fa — diresse i primi cortometraggi quando aveva poco più di vent’anni e ancora frequentava il Centro Sperimentale — ma il documentario si concentra soprattutto sull’ultima fase della sua carriera, sulle lavorazioni alle quali Lovino ha assistito personalmente, raccogliendo anche i contributi di alcuni dei suoi collaboratori più rilevanti dell’ultimo ventennio: tra gli altri, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni e Roberto Herlitzka. È proprio questa fase recente a dimostrare quanto il cinema di Bellocchio continui a rinnovarsi. Anche quando torna a confrontarsi con fatti e personaggi realmente esistiti, come accaduto in Rapito, dove storia, potere e religione diventano ancora una volta materia cinematografica, il regista non rinuncia mai alla propria libertà espressiva. Essere arrivato a 86 anni con tanta voglia di fare e ancora con la capacità di stupire per la qualità delle sue regie fa sì che oggi le sue parole abbiano l’ulteriore valore di un’esperienza che non si è mai cristallizzata, ma continua ad aggiornarsi.
L’attore mancato diventato regista
Il rapporto con gli attori è centrale in questo ritratto, nel quale si ricorda come il desiderio iniziale di Bellocchio fosse quello di diventare attore e non regista, nonostante una voce peculiare che è sempre rimasta una sua caratteristica distintiva. Il rispetto che gli attori intervistati gli riservano si combina bene con le immagini dei set, nelle quali si può osservare la sua attitudine dialettica e al confronto creativo, ma anche il modo in cui prende molto sul serio il ruolo del regista che vuole comandare, determinato a prendere ogni decisione finale, anche con piglio risoluto quando necessario.
Lovino, che da circa due decenni lavora a contatto con lui come fotografo, ha capito che quel lavoro sul set è parte integrante dell’opera di Bellocchio e che le fotografie, da sole, non erano in grado di cogliere la sua duplice azione di creatore e persuasore: un protagonista che scompare dentro i suoi film ma è fisicamente assai presente nel momento della loro concreta realizzazione. Gli interpreti raccontano così anche il piacere di lavorare con lui e il desiderio che quelle riprese possano durare il più a lungo possibile. Grazie al movimento e alla parola, Lovino riesce a catturarne la vitalità creativa più di quanto i suoi scatti potessero fare.
Mettere sempre qualcosa di sé nelle proprie opere
Il ritratto di Bellocchio si colora di sfumature autobiografiche nella seconda parte, sempre seguendo la sua carriera recente e, in particolare, il documentario Marx può aspettare del 2021, nel quale, tra gli eventi del proprio passato, affrontò insieme ai familiari il ricordo del suicidio del gemello Camillo. Più che raccontare nuovamente quel fatto, La porta della realtà si concentra su come e perché Bellocchio abbia deciso di usare il cinema per affrontare un dolore personale sul quale a lungo non aveva voluto tornare, non condividendolo neppure con i figli. Pur avendo sempre messo qualcosa di sé nelle proprie opere — in particolare le sue idee sulla colpa, sul pentimento e sul dover pagare per i propri errori — non era mai stato così esplicito rispetto al proprio privato. È uno dei passaggi nei quali il documentario mostra più chiaramente quanto, per Bellocchio, la realtà non rappresenti qualcosa da riprodurre passivamente, ma una materia da attraversare attraverso il cinema.
Sono anche i due figli, Elena e Pier Giorgio, a rievocare quel set così intimo e particolare che, per loro, ha rappresentato molto più di una semplice presenza davanti alla macchina da presa. Le loro considerazioni sul padre si fondono così con quelle sull’artista con il quale hanno potuto collaborare direttamente. Lovino aveva già avuto modo di catturare la famiglia Bellocchio nei suoi servizi fotografici, ma è attraverso il cinema documentario che riesce a superare l’immobilità dello scatto e ad accedere a qualcosa di diverso: non soltanto al volto di un regista o all’immagine di una famiglia, ma alle relazioni, alle parole, alle esitazioni e al processo creativo che esiste dietro quelle immagini. È qui che il titolo assume il proprio significato. La porta della realtà non promette di spiegare definitivamente Marco Bellocchio né di ripercorrerne in maniera esaustiva una carriera lunga oltre sessant’anni. Permette piuttosto di osservarlo e ascoltarlo mentre il suo cinema prende forma. Con il documentario, Lovino apre quella porta che la fotografia gli aveva permesso soltanto di osservare dall’esterno. E permette anche a noi di sbirciare al suo interno.

Scheda Film
Titolo originale: Marco Bellocchio - La porta della realtà
Genere: Documentario
Paese: Italia
Anno: 2026
Regia: Fabio Lovino
Sceneggiatura: Fabio Lovino
Con: Marco Bellocchio, Elena Bellocchio, Pier Giorgio Bellocchio, Francesca Calvelli, Daniele Ciprì, Pierfrancesco Favino, Francesco Di Giacomo, Fabrizio Gifuni, Marco Tullio Giordana, Roberto Herlitzka, Giuseppe Lanci
Fotografia: Fabio Lovino
Montaggio: David Bufacchi, Serena Canonico, Paola Freddi
Musica: Fiore Lovino, Stefano Savi Scarponi
Produzione: LOFT Produzioni, Reggatta Production
Distribuzione italiana: Lucky Red
Uscita italiana: 27 agosto 2026
Durata: 65 minuti



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