Omero, Marvel e gli dèi fra noi
Il 4 maggio 2026, durante una puntata del Late Show con Stephen Colbert, i consueti toni del talk notturno — battute, risate facili, ospite compiacente — hanno subito una leggera incrinatura. Colbert ha fatto notare una curiosa coincidenza: il cast di Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan, sembra quasi un raduno di ex supereroi. Tom Holland è Peter Parker per un’intera generazione. Robert Pattinson ha indossato il mantello di Batman. Anne Hathaway è stata Catwoman. Colbert lo osserva con il tono di chi ha trovato una divertente coincidenza di casting, una di quelle considerazioni da fine serata pensate per strappare una risata. Nolan, invece, annuisce lentamente, come qualcuno che stava aspettando esattamente quella domanda. E risponde con la cadenza misurata di chi ha riflettuto a lungo sul tema e ha finalmente trovato il contesto giusto per parlarne. Il regista sostiene che Omero rappresenti «la Marvel dei suoi tempi».
La frase arriva quasi en passant e tuttavia apre uno spazio molto più grande di quello concesso da un’intervista televisiva. Nolan continua sostenendo che la cultura contemporanea del fumetto supereroistico — Marvel, DC e tutto l’apparato mitologico costruito intorno a esse — discenda in qualche modo dallo stesso impulso che generò i poemi omerici. Omero sarebbe, nelle sue parole, una sorta di George Lucas dell’antichità. Dietro entrambe le forme narrative sopravviverebbe lo stesso desiderio: credere che gli dèi possano camminare fra noi. Il supereroe moderno sarebbe dunque una nuova incarnazione di quell’antichissima necessità. Nolan ha ragione. Ma la sua metafora è più profonda di quanto pochi minuti di talk show permettano di esplorare. E c’è un punto, in particolare, nel quale il paragone comincia a scricchiolare proprio quando sembra diventare più convincente. Partiamo però da dove funziona, perché lì la tesi non soltanto regge, ma diventa ancora più interessante se portata fino alle sue conseguenze.

Reed Richards, l’Odisseo elastico
Il parallelo intuito da Nolan tra Omero e Marvel non è soltanto tematico. Non si riduce all’idea generica di eroi dotati di capacità straordinarie, creature sovrumane e divinità che interferiscono con il destino degli uomini. Può arrivare più in profondità, fino alla struttura stessa dei personaggi. E il caso più illuminante, quello nel quale l’analogia diventa quasi anatomica, non riguarda Thor o Hercules, i candidati più ovvi. Riguarda Reed Richards. Mr. Fantastic, leader dei Fantastici Quattro, creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1961, possiede come superpotere l’elasticità: può allungare, piegare e torcere il proprio corpo, adattandolo praticamente a qualsiasi forma. È inoltre uno dei più grandi geni scientifici dell’universo Marvel, un uomo definito non dalla forza bruta, ma dall’intelligenza e dalla capacità di trovare soluzioni dove gli altri non riescono neppure a vedere il problema. Anche la sua origine nasce da un viaggio: Reed, Sue Storm, Johnny Storm e Ben Grimm si lanciano nello spazio, vengono investiti dai raggi cosmici e tornano sulla Terra trasformati. È una storia di metamorfosi prodotta dal movimento e dall’uscita dai confini del conosciuto. Chi è Odisseo nell’Iliade e nell’Odissea?
Il primo verso del poema lo definisce attraverso un aggettivo destinato a diventare uno dei più discussi della letteratura occidentale: polytropos. Dai molti giri. Versatile. Multiforme. Capace di trovare molte vie. Odisseo non è l’eroe della forza: quello è Achille, destinato a combattere e morire giovane conquistando la gloria. Odisseo è l’eroe della mētis, quella forma d’intelligenza obliqua e adattiva che Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant hanno indagato in Les Ruses de l’intelligence: La mètis des Grecs.
La mētis non affronta necessariamente l’ostacolo frontalmente. Lo aggira. Si adatta. Si piega. Reed Richards è, in questo senso, un Odisseo reso letterale. Il suo corpo fa fisicamente ciò che la mente dell’eroe omerico fa concettualmente: si allunga oltre i propri limiti, assume la forma necessaria, trova una strada attraverso l’ostacolo anziché limitarsi ad abbatterlo. Polytropos diventa quasi una descrizione biomeccanica di Mr. Fantastic. Ma c’è un livello ulteriore. Odisseo è anche l’eroe del nostos, del ritorno a casa. Il motore dell’Odissea non è l’avventura per l’avventura: è il desiderio di tornare a Itaca, da Penelope e da Telemaco. La sua identità è inscindibile dal suo ruolo di marito e padre. Reed Richards condivide questa struttura emotiva. L’intera mitologia dei Fantastici Quattro è costruita intorno alla famiglia: Sue Storm è sua moglie, Franklin e Valeria sono i loro figli. Reed salva pianeti, attraversa dimensioni e affronta minacce cosmiche, ma il centro affettivo della sua storia rimane continuamente la famiglia che vuole proteggere.
Il supereroe e l’eroe omerico condividono così una stessa geografia emotiva: la potenza verso l’esterno, la vulnerabilità verso l’interno. E condividono persino il difetto. Odisseo può essere calcolatore: la sua intelligenza rischia continuamente di trasformarsi in freddezza e la strategia di sconfinare nell’inganno. Reed Richards incontra spesso lo stesso limite: la sua ossessione per la conoscenza e per il problema da risolvere può renderlo emotivamente distante e persino disposto a mettere in pericolo ciò che ama pur di raggiungere una soluzione. Polytropos possiede un doppio taglio. La flessibilità che salva può anche ferire.

Dove Nolan sbaglia: Omero non è George Lucas
È qui che si arriva al punto nel quale l’intuizione di Nolan comincia a mostrare una crepa. Nel tentativo di rendere il parallelismo immediatamente comprensibile al pubblico televisivo, il regista propone un’altra analogia: Omero sarebbe una sorta di George Lucas del proprio tempo. L’intenzione è evidente. Nolan vuole evocare l’immagine di un creatore capace di generare una mitologia fondativa, un universo narrativo destinato a essere abitato, ampliato e reinterpretato da altri. Il confronto è suggestivo. Ma proprio per questo rischia di dimostrare troppo. George Lucas ha un’identità autoriale precisa. Ha concepito Star Wars, fondato Lucasfilm e mantenuto per decenni un ruolo creativo centrale nella costruzione di quell’universo. Dietro la galassia lontana lontana esiste quindi un autore storicamente identificabile dal quale quel mondo narrativo prende origine, anche se successivamente è stato sviluppato attraverso il lavoro di migliaia di artisti.
Omero rappresenta un problema quasi opposto. La cosiddetta Questione Omerica — chi abbia composto l’Iliade e l’Odissea, quale rapporto esista tra un eventuale poeta individuale e la lunga tradizione orale precedente, quando e attraverso quali processi i poemi abbiano raggiunto la forma che conosciamo — attraversa la filologia da secoli. Con i Prolegomena ad Homerum del 1795, Friedrich August Wolf contribuì in maniera decisiva a formulare il problema in termini moderni, insistendo sulla trasmissione orale e sulla complessa storia compositiva dei poemi. Gli studi successivi di Milman Parry e Albert Lord avrebbero poi mostrato quanto profondamente la poesia omerica appartenesse a una cultura della composizione orale e formulare. Non sappiamo quindi se dietro l’Odissea che leggiamo esista davvero un “George Lucas” dell’VIII secolo a.C. Ed è proprio questo il punto. Più ci si allontana dall’idea romantica del singolo genio che inventa autonomamente un universo e ci si avvicina a quella di una tradizione stratificata, performata, modificata e trasmessa da molte voci, più il paragone con Lucas perde forza. Ma contemporaneamente ne nasce un altro. Forse più interessante.

Omero somiglia più alla Marvel che a George Lucas
La tradizione omerica, con tutte le enormi differenze storiche che impediscono qualsiasi equivalenza letterale, somiglia paradossalmente più all’universo Marvel di quanto somigli a Star Wars. Non perché Stan Lee, Jack Kirby o Steve Ditko siano figure anonime. Tutt’altro: conosciamo i loro nomi, i loro stili e una parte importante del loro contributo creativo.
E proprio per questo conosciamo anche le controversie. Chi crea davvero un universo narrativo condiviso quando personaggi, storie e iconografie nascono dal contributo simultaneo di sceneggiatori, disegnatori, editori e strutture industriali?
La storia della Marvel è attraversata da questa domanda. La paternità di molti personaggi è necessariamente plurale. Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko hanno lavorato all’interno di un sistema nel quale creazione artistica, attribuzione pubblica e proprietà giuridica non coincidevano necessariamente.
La lunga controversia tra gli eredi di Kirby e Marvel sui diritti di centinaia di opere si è conclusa con un accordo nel 2014, dopo che una corte federale aveva riconosciuto come works made for hire i lavori oggetto della causa. Anche gli eredi di Steve Ditko hanno successivamente tentato di recuperare i diritti su creazioni legate a Spider-Man e Doctor Strange, arrivando a un accordo con Marvel nel 2023.
Naturalmente Omero e Marvel appartengono a sistemi culturali, economici e giuridici incomparabili. Ma è proprio nella differenza che il parallelismo diventa produttivo. Entrambi ci costringono a mettere in discussione l’immagine rassicurante del mito generato integralmente da un singolo autore. Al posto di un’origine perfettamente individuabile emerge una rete di contributi, trasformazioni e appropriazioni successive. Un racconto vive perché qualcun altro lo riceve e lo modifica. Da questo punto di vista, il vero George Lucas dell’antichità potrebbe essere semmai Virgilio: un autore storicamente identificabile che prende un patrimonio mitologico preesistente e lo ricompone consapevolmente in una nuova grande narrazione, l’Eneide, nella Roma dell’età augustea. Omero, invece, continua a sfuggire. Omero è un nome. Forse un uomo. Forse il punto nel quale abbiamo deciso di concentrare una tradizione molto più grande di lui. Ed è proprio per questo che l’intuizione iniziale di Nolan finisce per essere ancora più interessante del paragone che utilizza per spiegarla. Omero non è tanto il George Lucas dell’antichità. Omero è già un universo condiviso.

Il casting di Nolan chiude il cerchio
Tutto questo rende ancora più vertiginosa la scelta compiuta da Nolan con Odissea. Un regista britannico adatta uno dei testi fondativi della tradizione occidentale e chiama Tom Holland, Robert Pattinson e Anne Hathaway: tre attori la cui immagine pubblica è stata profondamente segnata dai supereroi che hanno interpretato. Non è necessario sostenere che il casting sia stato costruito deliberatamente per dimostrare questa tesi. È sufficiente osservare ciò che produce. Gli eroi contemporanei tornano a interpretare gli eroi antichi. Gli attori che hanno prestato il volto al nostro moderno immaginario supereroistico vengono ricondotti alla matrice mitologica che, secondo Nolan, continua a sopravvivere proprio attraverso quelle figure. Il cerchio si chiude quasi da solo.
Ed è forse qui che l’affermazione pronunciata durante un talk show smette di essere una semplice provocazione promozionale.
Perché il bisogno di immaginare esseri più grandi di noi, capaci di attraversare il confine tra umano e divino, non è nato con il fumetto e non morirà insieme al cinecomic. Cambiano i nomi. Cambiano i costumi. Cambiano i mezzi attraverso cui raccontiamo quelle storie. Prima l’aedo, poi il poeta, quindi il romanzo, il fumetto e infine uno schermo IMAX. Ma gli dèi continuano a camminare fra noi. Solo che oggi indossano una maschera, un mantello o una tuta elastica. E forse Nolan ha ragione proprio nel punto in cui la sua analogia si rompe: Omero non era il creatore di un universo narrativo moderno. Era qualcosa di ancora più vicino alla Marvel. Era il nome con cui una civiltà aveva imparato a chiamare i propri supereroi.



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