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Il vizietto (1978), recensione film: una storia d’amore che il presente non ha ancora superato

20/07/2025 12:00

Elisabetta Maresio

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Il vizietto (1978), recensione film: una storia d’amore che il presente non ha ancora superato

Tra stereotipi e comicità, Il vizietto racconta una coppia gay autentica e solidale, smascherando l’ipocrisia della rispettabilità borghese.

Una famiglia messa alla prova dal pregiudizio

Uscito nel 1978 e diretto da Édouard Molinaro, Il vizietto è molto più di una brillante commedia degli equivoci. Interpretato da Michel Serrault e Ugo Tognazzi, il film racconta una storia d’amore capace di superare pregiudizi, incomprensioni e difficoltà quotidiane, offrendo uno sguardo sorprendentemente moderno sulle relazioni, sulla famiglia e sull’identità. Dietro l’ironia e i tempi perfetti della farsa si nasconde infatti una riflessione profonda sul significato dell’amare e dell’essere accettati. Renato e Albin sono una coppia gay di mezza età che vive a Saint-Tropez e gestisce il locale notturno La Cage aux Folles, nel quale Albin si esibisce come drag queen con il nome d’arte di Zazà Napoli. La loro è una relazione consolidata: litigano, si riconciliano, condividono il lavoro e hanno cresciuto insieme Laurent, il figlio nato da una breve relazione avuta in passato da Renato.

Il precario equilibrio della loro quotidianità viene sconvolto quando Laurent annuncia di voler sposare la figlia di un politico ultraconservatore. Per ottenere l’approvazione dei futuri suoceri, il ragazzo chiede al padre di nascondere la propria vita e trasformare la casa in un ambiente conforme alla presunta rispettabilità della famiglia borghese. Il pregiudizio irrompe così in modo doloroso all’interno del loro nucleo familiare. Ad Albin viene chiesto di farsi da parte o di fingersi uno zio, mentre dalla casa vengono eliminati fotografie, arredi e oggetti capaci di rivelare la verità. Non si tratta soltanto di modificare un appartamento, ma di cancellare simbolicamente una vita condivisa e chiedere a una persona che ha cresciuto Laurent come un figlio di diventare improvvisamente invisibile. Nel corso del film, però, ogni camuffamento viene progressivamente smascherato. Dietro la famiglia e il partito che si presentano come custodi della moralità emergono opportunismo, anaffettività e corruzione, mentre nella casa considerata inizialmente scandalosa sopravvivono le uniche relazioni realmente fondate sulla cura.

Amore: vizio reale o virtù possibile?

Il vizietto riporta al centro il valore concreto dell’amore e delle relazioni affettive, che non hanno necessariamente un genere, ma richiedono cura, comprensione e responsabilità. Definire il film una semplice commedia degli equivoci fondata su stereotipi ormai superati significa fermarsi alla superficie e non coglierne la straordinaria modernità. A quasi cinquant’anni dal debutto, l’opera di Molinaro si rivela per ciò che è realmente: una storia d’amore che parla ancora al presente. In un panorama cinematografico contemporaneo che spesso confina la rappresentazione queer nell’instabilità sentimentale, nelle dinamiche dello young adult o in un’inclusività costruita principalmente per rispondere alle esigenze del mercato, la convivenza ventennale di Renato e Albin continua a distinguersi per audacia e verità.

La loro relazione non viene idealizzata. I due discutono, si feriscono, manifestano gelosie e insicurezze, ma rimangono uniti da una familiarità che il film rende evidente nei gesti, nelle abitudini e nel modo in cui affrontano le difficoltà. Sono una coppia non perché la sceneggiatura lo dichiari, ma perché condividono una vita. Al di là delle maschere comiche dell’epoca, il film mette così in scena un nucleo familiare solido, capace di smascherare le ipocrisie del perbenismo borghese. La famiglia considerata “irregolare” è quella in cui esistono affetto e protezione; quella presentata come modello di normalità è attraversata invece dalla distanza emotiva e dalla necessità di difendere le apparenze.

Sconfiggere il perbenismo entrandoci

Una delle intuizioni più efficaci della regia consiste nel riconoscere gli stereotipi dell’epoca e tentare di superarli dall’interno. La rappresentazione caricaturale del mondo gay diventa una sorta di Cavallo di Troia: l’esagerazione comica, gli isterismi di Albin e le dinamiche farsesche permettono a una coppia omosessuale di entrare nelle sale e nelle case del grande pubblico, aggirando almeno in parte la censura morale e il pregiudizio attraverso la risata. La comicità conduce lo spettatore dentro la casa di Renato e Albin. Una volta oltrepassata quella soglia, però, la farsa lascia progressivamente spazio alla verità dei loro sentimenti. Al di là delle torte in faccia, dei travestimenti e delle cosiddette “crisi isteriche”, il film custodisce scene di una tenerezza e di una serietà spiazzanti. Quando Albin si sente rifiutato o Renato comprende la violenza della richiesta rivolta al compagno, la maschera comica cade ed emerge il ritratto di una coppia solidale, disposta a proteggere la propria felicità e la famiglia costruita nel corso degli anni.

È questa dignità affettiva, molto più potente degli stereotipi di superficie, a spingere lo spettatore a desiderare un rapporto altrettanto autentico. La satira produce così un preciso ribaltamento morale. I personaggi realmente ridicoli non sono Renato e Albin, ma i politici moralisti e i borghesi ossessionati dalle apparenze. La coppia gay può apparire eccentrica, rumorosa e teatrale, ma è composta dalle persone più generose e capaci di un amore incondizionato, persino nei confronti di un figlio che inizialmente si dimostra egoista e ingrato. La domanda su chi rappresenti davvero la devianza viene quindi restituita alla società che pretende di stabilire cosa sia normale. Il film non nega la diversità dei protagonisti: mostra piuttosto che la vera corruzione non risiede nel loro modo di amare, ma nell’ipocrisia di chi utilizza la morale per proteggere potere e reputazione.

Le contraddizioni di una commedia pionieristica

Il vizietto compie un’operazione politica e umana straordinariamente avanzata per il proprio tempo, ma conserva inevitabilmente alcune contraddizioni culturali. La sua comicità si fonda su codici del 1978 che oggi possono essere interpretati in modi diametralmente opposti. Da una parte, il film è un’opera pionieristica, capace di portare sul grande schermo una coppia gay stabile e innamorata. Dall’altra, utilizza strumenti che la sensibilità contemporanea può accogliere con difficoltà: l’omosessuale effeminato, incline agli isterismi, alle pose e all’eccesso teatrale, appartiene a una rappresentazione che rischia di suggerire che un uomo gay debba necessariamente trasformarsi in una macchietta per essere accettato dal pubblico o diventare comicamente riconoscibile. Anche la struttura familiare di Renato e Albin può essere letta come eteronormativa, poiché riproduce in chiave omosessuale la tradizionale divisione tra i ruoli del marito e della moglie. L’amore tra due uomini, però, non dovrebbe avere bisogno di imitare gli schemi della coppia eterosessuale per essere considerato valido, rispettabile o comprensibile.

Queste criticità non devono essere cancellate, ma storicizzate. Lo stereotipo è contemporaneamente il limite del film e lo strumento attraverso il quale l’opera è riuscita a raggiungere un pubblico che probabilmente non avrebbe accettato una rappresentazione più diretta e realistica. Problematico rimane anche il titolo italiano, Il vizietto, molto distante dall’originale La Cage aux Folles. La traduzione ha contribuito ad associare nel linguaggio comune l’omosessualità all’idea di un’abitudine discutibile, di una debolezza o di una deviazione da tollerare con indulgenza. È una scelta che oggi appare particolarmente infelice, anche perché contraddice il senso più profondo del film: il vero vizio non è l’amore di Renato e Albin, ma l’ipocrisia di chi pretende di giudicarlo.

Un classico che continua a guardarci negli occhi

Al di là delle legittime critiche e dei suoi limiti storici, Il vizietto conserva una forza capace di superare gli stessi stereotipi su cui costruisce la propria comicità. Quando la risata si spegne, ciò che resta sullo schermo non è una macchietta, ma la dignità di due persone che si scelgono, si amano e si proteggono ogni giorno. È proprio questa normalità domestica, orgogliosa e imperfetta a rendere il film più avanzato di molta inclusività contemporanea, talvolta corretta nelle intenzioni ma incapace di costruire personaggi e relazioni altrettanto vitali.

Renato e Albin non hanno bisogno di essere giovani, patinati o conformi ai modelli identitari del presente per esistere. Possono essere contraddittori, eccessivi, fragili e persino irritanti, perché la loro non è una rappresentazione astratta: è una grande e solida storia d’amore. Il vizietto continua così a guardarci negli occhi, ricordandoci che la vera bizzarria non abita nella casa di Renato e Albin, ma nell’ipocrisia di chi continua a giudicarli.

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Scheda Film

Titolo originale: La Cage aux Folles
Titolo italiano: Il vizietto
Genere: Commedia, satirico
Paese: Francia, Italia
Anno: 1978
Regia: Édouard Molinaro
Soggetto: tratto dall’omonima opera teatrale di Jean Poiret
Sceneggiatura: Francis Veber, Édouard Molinaro, Marcello Danon, Jean Poiret
Interpreti: Ugo Tognazzi, Michel Serrault, Rémi Laurent, Michel Galabru, Carmen Scarpitta, Claire Maurier, Benny Luke, Luisa Maneri, Venantino Venantini
Fotografia: Armando Nannuzzi
Montaggio: Monique Isnardon, Robert Isnardon
Musica: Ennio Morricone
Scenografia: Mario Garbuglia
Costumi: Piero Tosi, Ambra Danon
Produzione: Marcello Danon
Distribuzione italiana: United Artists Europa
Durata: 103 minuti nell’edizione italiana

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