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Il testamento di Ann Lee (2025), recensione film: la castità come atto di ribellione

05/07/2026 11:00

Elisabetta Maresio

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Il testamento di Ann Lee (2025), recensione film: la castità come atto di ribellione

Mona Fastvold racconta Ann Lee e la nascita degli Shakers, interrogandosi sul rapporto tra castità, trauma, libertà e desiderio.

Un film anticonformista: la castità è ancora possibile?

Presentato in anteprima e in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2025, Il testamento di Ann Lee, grazie alla regia di Mona Fastvold, è un’opera coraggiosa che affronta temi raramente raccontati dal cinema contemporaneo. Attraverso la vicenda della fondatrice della comunità degli Shakers, il film porta sullo schermo questioni come l’uguaglianza di genere, la giustizia sociale e, soprattutto, la castità: una scelta radicale che oggi appare quasi impensabile e che diventa il punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra libertà, fede e desiderio. Il pregio maggiore dell’opera è proprio quello di trasformare una vicenda apparentemente di nicchia in un’esperienza universale, capace di suscitare interrogativi che restano aperti ben oltre i titoli di coda. Uno degli aspetti più affascinanti de Il testamento di Ann Lee risiede nella sua costruzione formale. Pur avendo come protagonista Amanda Seyfried, interprete nota anche per il genere musical, il film non può essere definito esclusivamente come tale, appartenendo nella sua complessità anche al dramma biografico e storico.

Il canto e la danza non interrompono la narrazione, ma ne costituiscono il linguaggio emotivo. Le coreografie assumono una dimensione rituale: i corpi si muovono come un organismo collettivo, trasformando il dolore individuale in esperienza comunitaria. La fede, più che essere raccontata, viene incarnata attraverso il movimento e la voce. Questa scelta dialoga costantemente con una fotografia di straordinaria ricchezza visiva. I numerosi primi piani, l’attenzione ai dettagli, i colori densi e la composizione delle inquadrature restituiscono immagini che ricordano, per abbondanza di figure e forza plastica, la pittura rinascimentale. La macchina da presa alterna la contemplazione estatica della natura e della spiritualità alla rappresentazione della miseria quotidiana, creando un contrasto continuo fra bellezza e degrado.

Il corpo come luogo del trauma

È proprio questa contrapposizione a rendere comprensibile il percorso interiore di Ann Lee. La sessualità, già nelle prime sequenze del film dedicate ai suoi genitori, viene rappresentata come un’esperienza fondata su rigidi schemi di doveri coniugali e di sfogo pulsionale, priva di soddisfazione reciproca. Agli occhi della bambina appare quindi brutale, sporca e priva di qualsiasi trasporto emotivo. Le domande di Ann sulla sessualità trovano come unica risposta la punizione fisica. È una dinamica che attraversa l’intero film e accompagna lo sviluppo della comunità da lei fondata: ogni volta che la protagonista o i suoi seguaci mettono in discussione i codici dominanti, il potere reagisce colpendo il corpo. La regista costruisce così una riflessione sulla difficoltà della società di accogliere interrogativi autentici, preferendo ridurli alla banalizzazione, alla volgarità e, infine, alla violenza. È proprio in questa contrapposizione che il canto, la danza e la dimensione comunitaria assumono il valore di un linguaggio alternativo, capace di opporre alla sopraffazione una diversa idea di umanità.

Dal desiderio al rifiuto della sessualità

In questa cornice, anche l’innamoramento di Ann viene inizialmente presentato in modo entusiastico, attraverso intense inquadrature dei primi sguardi, movimenti e canti che generano emozioni e alimentano persino nello spettatore la speranza di un lieto fine. Quell’aspettativa viene però spenta dal rapporto con il marito. La relazione si rivela infatti una cruda realtà, connotata dall’assenza di ascolto e dalla riduzione dell’altro a semplice oggetto di soddisfazione personale, assumendo i tratti della violenza e del dovere all’interno di una cornice abusante che nega ogni forma di intimità. La fotografia enfatizza questa percezione attraverso un rapido passaggio dalla luminosità iniziale ad ambienti cupi, corpi sporchi, dettagli volutamente sgradevoli e una fisicità quasi meccanica, lontana da qualsiasi eroticità pur in presenza di scene esplicite.

Il film suggerisce così che il rifiuto della sessualità non nasca improvvisamente dalla perdita dei figli o dalla successiva elaborazione religiosa di Ann Lee. Al contrario, affonda le proprie radici in un’infanzia dominata dalla brutalità domestica, dalla mancanza di affetto e dalla successiva esperienza di relazioni profondamente disfunzionali. Già da bambina, inoltre, Ann assume un ruolo materno nei confronti dei fratelli, in particolare del più piccolo, mentre gli adulti appaiono incapaci di offrire cura o protezione. La futura “Mother Ann” sembra quindi prendere forma ben prima della nascita della comunità degli Shakers.

Il corpo punito e la comunità come resistenza

Lo studio della postura dei corpi sembra ribadire come ogni forma di violenza — sessuale, fisica o psicologica — accompagni costantemente la narrazione dello sviluppo della comunità degli Shakers. Dalle persecuzioni subite in Inghilterra fino all’approdo in America, il corpo diventa il principale terreno sul quale il potere, nelle sue diverse espressioni — autorità, guardie, persecutori e folla —, tenta di umiliare e annientare chi propone una visione alternativa dell’essere umano e della fede. Non è un caso che molte delle punizioni inflitte ad Ann Lee e ai suoi seguaci assumano una connotazione esplicitamente sessualizzata: il corpo viene denudato, esposto, deriso e violato, fino a diventare lo strumento attraverso il quale l’ignoranza e il fanatismo cercano di negare la dignità della persona.

Emblematica è la scena in cui gli aguzzini banalizzano la convinzione religiosa di Ann secondo cui Dio sarebbe in egual misura maschile e femminile e lei rappresenterebbe l’incarnazione del Cristo nella sua seconda venuta. Cercano quindi di “smascherarla” attraverso la denudazione pubblica, per verificarne il sesso, trasformando il suo corpo in un luogo di scherno e dominio mediante la violenza carnale. A questa logica della sopraffazione il film contrappone la comunità degli Shakers, nella quale il corpo ritrova una dimensione spirituale e collettiva, espressa nel canto, nella danza e nel lavoro condiviso. Alla logica del possesso viene sostituita quella della comunione.

Castità, trauma e libertà

In questa prospettiva, la castità non viene presentata come un semplice precetto religioso imposto dall’esterno, ma come una risposta psicologica ed esistenziale a una corporeità vissuta esclusivamente nella sua dimensione più violenta e degradante.
Il film accompagna gradualmente lo spettatore verso questa conclusione, senza pretendere di trasformarla in una verità assoluta. Al contrario, invita a interrogarsi sulle radici profonde di quella scelta, mostrando come essa possa diventare comprensibile sul piano umano prima ancora che su quello religioso.

La forza dell’opera risiede proprio in questa ambiguità. Lo spettatore può non condividere la conclusione alla quale giunge Ann Lee, ma difficilmente può liquidarla come il frutto di un semplice fanatismo. Attraverso la regia, il canto e il linguaggio dei corpi, il film costruisce un percorso emotivo che rende quella scelta progressivamente intelligibile. È raro trovare nel cinema contemporaneo un’opera capace di affrontare un tema tanto scomodo senza trasformarlo né in propaganda né in provocazione. Il testamento di Ann Lee preferisce aprire una domanda sul rapporto tra corpo, fede, trauma e libertà, lasciando che sia il pubblico a confrontarsi con essa.

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Scheda Film

Titolo originale: The Testament of Ann Lee
Titolo italiano: Il testamento di Ann Lee
Genere: Drammatico, biografico, storico, musicale
Paese: Regno Unito
Anno: 2025
Regia: Mona Fastvold
Sceneggiatura: Mona Fastvold, Brady Corbet
Interpreti: Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott, Matthew Beard, Scott Handy, Jamie Bogyo, Viola Prettejohn, David Cale
Fotografia: William Rexer
Montaggio: Sofia Subercaseaux
Musica: Daniel Blumberg
Coreografie: Celia Rowlson-Hall
Produzione: Kaplan Morrison, Intake Films, Proton Cinema
Distribuzione italiana: The Walt Disney Company Italia, Searchlight Pictures
Uscita italiana: 12 marzo 2026
Durata: 130 minuti

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