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Tokyo Taxi (2025), recensione film: un viaggio tra i ricordi di Tokyo

28/05/2026 15:32

Claudio Cinus

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Tokyo Taxi (2025), recensione film: un viaggio tra i ricordi di Tokyo

Yamada Yōji racconta l’incontro tra un tassista e un’anziana cliente, trasformando Tokyo in un viaggio tra memoria, vita e resilienza.

Il nuovo viaggio di Yamada Yōji

Ha fatto un numero di film pressappoco corrispondente ai suoi anni, Yamada Yōji, ed è un dato notevole: il 13 settembre 2025 ha compiuto 94 anni e finora, di film, ne ha diretti un numero equiparabile, anche se reperire una filmografia affidabile con la cifra esatta è complicato. Di certo sono almeno novanta e l’ultimo della lista presentato in anteprima italiana al Far East Film Festival, chissà se destinato ad avere ulteriori seguiti, è Tokyo Taxi, remake del film francese A spasso con Madeleine che in Italia era stato distribuito in sordina direttamente in streaming, ma in Giappone era entrato nella cinquina dei migliori film in lingua straniera dei Japan Academy Awards del 2024: a Yamada, quello stesso anno candidato come miglior sceneggiatore, non erano sfuggite le potenzialità della trama.

Il lungo viaggio di Tokyo Taxi

Un tassista, le cui difficoltà economiche rischiano di avere impatti negativi sul suo rapporto con la moglie ma soprattutto con la figlia adolescente, accetta di subentrare a un collega nell'incarico di trasportare un’anziana donna che deve attraversare l’intera città, in un viaggio malinconico di sola andata tra la sua abitazione e la casa di riposo della quale è destinata a diventare ospite. Inizialmente riservato, il conducente viene coinvolto in una lunga conversazione dalla passeggera seduta sul sedile posteriore, i cui molti ricordi vengono a galla osservando Tokyo dal finestrino. Nel giro di poche ore, si crea un’istintiva complicità tra i due: Kōji, il tassista, è particolarmente colpito dalla biografia della sua cliente Sumire, segnata dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, dalle incertezze del dopoguerra, dall’amore passionale per un soldato e da un successivo matrimonio “riparatore” con un altro uomo il cui carattere si era rivelato peggiore di quanto fatto credere in fase di corteggiamento. Il vivido racconto fatto dalla donna, a sprazzi, via via che il viaggio si allunga per contenerlo tutto, diventa uno di quei casi in cui il passato riesce a farsi strada fino a influenzare il presente dei due protagonisti.

Yamada e Baishō, una collaborazione lunga sessant’anni

È facile supporre che la trama del film originale francese possa avere attirato l’interesse di Yamada perché gli ha permesso di spostare le sequenze dei flashback dalla Francia, uscita vittoriosa dalla Seconda Guerra Mondiale ma dopo laceranti divisioni interne, al Giappone pesantemente sconfitto e posto sotto tutela statunitense in cui il regista si trovò a vivere da adolescente (invece aveva trascorso la maggior parte dell’infanzia in Cina, dove il padre lavorava nel settore ferroviario): la vicenda della protagonista funziona ugualmente bene in due contesti assai diversi ma caratterizzati da paesi da ricostruire, con molti uomini morti al fronte, molte giovani donne sole, e la presenza temporanea di molti soldati stranieri. L’altra opportunità a cui ha certamente pensato è poter lavorare ancora una volta con Baishō Chieko, l’attrice ultraottantenne la cui carriera è indelebilmente intrecciata alla sua: a partire da quando la fece debuttare al cinema nel 1965, fino alla lunga e amata serie trentennale dal titolo Otoko wa tsurai yo sul venditore ambulante vagabondo Tora-san, di cui Baishō ha interpretato la sorellastra Sakura in decine di episodi quasi tutti diretti da Yamada. Il passaggio generazionale tra Aoi Yū, che interpreta una delicata ma risoluta Sumire nei flashback, e una composta e nostalgica Baishō, perfetta nel condensare incisivamente in poche ore di dialogo con un estraneo gli alti e bassi della sua vita travagliata ma vissuta intensamente e orgogliosamente, assume l'accezione di una staffetta in cui i decenni non sono passati invano, finendo per trovare come vertice finale un'adolescente del ventunesimo secolo con molti sogni nel cassetto, per tramite del padre tassista diventato l'ultimo testimone di una vicenda prevalentemente novecentesca di forza e resilienza al femminile.

Tra evoluzione urbana e sociale

Nel soggetto del film francese cui si è ispirato, Yamada ha trovato un meccanismo ideale per unire vari percorsi portati avanti parallelamente con fluidità: la storia di Tokyo, da città bombardata e ferita dagli Alleati a metropoli moderna e trafficata in cui le tracce del passato sono riconoscibili solo per chi ne mantiene memoria, l'evoluzione del femminismo giapponese, un discorso sui limiti della centralità maschile nei nuclei familiari tradizionali, una riflessione sulle conseguenze della crisi economica nelle famiglie del ceto medio. Di suo, ha aggiunto una personale interpretazione del legame profondo tra l'evoluzione della capitale e i cambiamenti socioculturali del Giappone degli ultimi ottant'anni, e la delicata sobrietà con cui ha tratteggiato il modo in cui i due protagonisti accettano il destino, quando va al di là della propria volontà. Niente male, per un regista la cui carriera è iniziata quando la Tokyo Tower, oggi simbolo della città, non era ancora stata inaugurata.

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Scheda Film

Titolo originale: TOKYOタクシー
Titolo originale alternativo: Tokyo Taxi
Regia: Yamada Yōji
Sceneggiatura: Yamada Yōji, Asahara Yūzō
Interpreti: Baishō Chieko, Kimura Takuya, Aoi Yū, Sakoda Takaya, Yuka, Nakashima Runa, Kanno Misuzu, Lee Jun-young, Makita Sports, Kitayama Masayasu, Kimura Yura, Kobayashi Nenji, Sasano Takashi
Fotografia: Masashi Chikamori
Montaggio: Sugimoto Hiroshi
Musica: Taisei Iwasaki
Produzione: Shochiku
Distribuzione italiana / piattaforma:
Durata: 103 minuti

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