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The Seoul Guardians (2026), recensione film: un popolo in difesa della democrazia

26/05/2026 14:32

Claudio Cinus

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The Seoul Guardians (2026), recensione film: un popolo in difesa della democrazia

Potente documentario sulla notte del 3 dicembre 2024, quando la Corea del Sud reagì alla legge marziale imposta da Yoon Suk-yeol.

Un documentario finalmente in concorso

L’edizione 2026 del Far East Film Festival di Udine ha proposto un cambiamento quantomai opportuno: per la prima volta, a differenza delle ventisette edizioni precedenti, un documentario è stato invitato in concorso, anziché relegato tra gli eventi fuori concorso. L’onore è stato concesso a The Seoul Guardians, opera collettiva di tre registi coreani (Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young); il pubblico, che col suo voto sceglie i vincitori del festival, lo ha accolto con un’ovazione durata fin oltre la fine dei titoli di coda. Gli applausi si sono convertiti in voti alti e infatti il film ha ottenuto il secondo posto della graduatoria (proprio come all’Audience Award del Festival di Rotterdam), oltre al primo posto ex aequo nella classifica dei soli accreditati Black Dragon, quelli assidui col posto in sala nominale, e infine una menzione speciale della giuria che ha premiato le opere prime. Tanto coinvolgimento, forse, è stato alimentato anche dall’annuale coincidenza temporale del festival di fine aprile con la Festa della Liberazione, che ha creato il clima perfetto per un’opera su un tema senza confini come il valore della democrazia.

Cosa accadde a Seoul il 3 dicembre 2024

Senza nessun preavviso, anzi proprio contando sull’effetto sorpresa, nella tarda serata del 3 dicembre 2024 il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol dichiarò la legge marziale. La Corea del Sud è una repubblica presidenziale in cui il presidente viene eletto direttamente dal popolo e nomina i membri del governo, incluso il primo ministro; imputò la sua decisione clamorosa ai contrasti col parlamento, controllato invece da una battagliera opposizione da lui accusata esplicitamente di tramare contro la stabilità del Paese, in combutta con gli acerrimi nemici nordcoreani. Tra la fine della Guerra di Corea e le elezioni del 1988, la Corea del Sud è stata una dittatura di fatto: l’annuncio del presidente fece piombare l'intera nazione nell’incubo di un ritorno al passato, e della fine di tutte le libertà civili conquistate nei decenni precedenti. Anche per questo motivo, la mobilitazione popolare fu immediata: i parlamentari corsero nella sede dell'Assemblea Nazionale per votare la revoca della legge marziale, nonostante l'ordine, dato dal presidente alle forze dell'ordine, di non permettere l'accesso a nessuno; fuori dai cancelli, i cittadini manifestarono rumorosamente il loro dissenso.

Un dramma su tre palcoscenici

Non c'è stato nessun intento programmatico, ma l'impellenza di catturare in presa diretta un momento storico e del tutto inatteso, nella scelta di giornalisti e gente comune che hanno acceso la macchina da presa o il telefono cellulare e si sono precipitati a tarda sera verso l'Assemblea Nazionale. Il documentario offre un serrato montaggio delle riprese fatte quella notte da svariati autori, spesso mosse e instabili perché fatte a mano nel bel mezzo del trambusto, che comunicano perfettamente l'agitazione palpitante del momento e la completa incertezza su ciò che sarebbe potuto accadere. Sono state tre, in particolare, le prospettive selezionate per raccontare gli eventi. Innanzi tutto il cuore delle istituzioni, l'interno di quell'Assemblea con gli scranni occupati da chi era riuscito ad accedere e molti altri vuoti: le immagini istituzionali delle telecamere a circuito chiuso sono state arricchite dai video realizzati dai primi giornalisti, i più abili o più fortunati, che sono riusciti ad accedere assieme ai parlamentari visibilmente turbati. Il perimetro dell'Assemblea, ufficialmente chiuso, è stato il luogo dove gli scontri sono stati più aspri: prima perché in tanti hanno cercato di entrare forzando i blocchi, poi perché chi era già dentro ha fatto di tutto per fermare il tentativo di irruzione dell'esercito, richiamato dal presidente. Infine la folla esterna, sia oggetto di numerose riprese, sia soggetto riprendente in un impeto di trasparenza e condivisione in presa diretta tipica del giornalismo partecipativo: un raduno spontaneo di migliaia di persone che hanno osservato con crescente preoccupazione l'evolversi degli eventi e hanno fatto sentire la propria voce in difesa delle libertà civili in pericolo. Tre luoghi concentrici che hanno visto un confronto fisico, oltreché morale, tra due poteri politici divergenti, un potere militare usato come minaccia e il “potere del popolo”, che poi è proprio il significato della parola democrazia, percepita come in grave pericolo.

Ricordando la tragedia del 1980

Una gran quantità di filmati è stata selezionata e poi compattata il più possibile, montata quasi senza respiro, per comunicare l'agitazione provata da protagonisti e testimoni in un arco temporale molto ridotto, come se il tempo fosse un fattore decisivo per cambiare il corso della storia, e anche in uno spazio fisico ben preciso e limitato di Seoul, che si è quasi trasformata in un campo di battaglia. Anche i pochi ma significativi momenti di riflessione sul presente, affidati alla voce fuori campo di Kim Jong-woo, produttore della rete televisiva MBC e regista esordiente per questo documentario, non alleviano la tensione, perché cercano una relazione col passato. Sullo sfondo, infatti, resta sempre un ricordo doloroso per la società coreana, il massacro di Gwangju del maggio del 1980: una rivolta popolare contro la dittatura, e contro la legge marziale imposta il 17 maggio 1980, che fu repressa violentemente e causò centinaia di morti. L'avvenimento viene rievocato esplicitamente anche con alcuni filmati d'archivio ed è nel confronto con quelle immagini che si coglie la grande differenza tra le due sollevazioni popolari: allora l'esercito usò la forza, quarantatré anni dopo non lo ha fatto. In una delle sequenze più impressionanti, un manifestante affronta a mani nude un soldato con un fucile, abbassandone la canna: un moto di esasperazione, certo, ma anche un coraggio dovuto alla fondata speranza che non sarebbe stato aperto il fuoco contro la folla, non nel 2024, non dopo quasi quattro decenni di democrazia. Ma non si pensi che la popolazione abbia reagito agli eventi in modo compatto: la prima e l'ultima scena, ambientate a qualche mese di distanza, mostrano nelle strade due schieramenti contrapposti, a favore e contro il presidente. È uno dei motivi per cui anche sapere come sono andate a finire le cose non rende The Seoul Guardians né meno potente, né meno ricco di spunti di riflessione.

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Scheda Film

Titolo originale: Seoul-ui bam
Titolo originale alternativo: The Seoul Guardians
Regia: Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young
Sceneggiatura: Kim Jong-woo
Interpreti:
Fotografia: Kim Myung-kyoon, Lee Sun-young, Cho Yoon-mi, Jeon Min-je
Montaggio: Stacy Kim, Cho Chul-young
Musica: Jang Yeon-su, Chung Eun-taek, Lee Hyun-seung
Produzione: MBC
Distribuzione italiana / piattaforma:
Durata: 70 minuti

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