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Fujiko (2026), recensione film: il coraggio di una madre single nel Giappone anni Ottanta

22/05/2026 14:23

Claudio Cinus

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Fujiko (2026), recensione film: il coraggio di una madre single nel Giappone anni Ottanta

Il vincitore del 28° Far East Film Festival è un’opera vivace, esuberante e femminista sulla libertà di una madre single.

Una nuova vittoria femminista al Far East Film Festival

Anche nel 2026, come già nel 2025, il pubblico del Far East Film Festival di Udine — giudice unico e imprescindibile per l’assegnazione del Gelso d’Oro al miglior film — ha deciso di premiare un’opera di forte valenza femminista. Un anno fa il premio era andato alla Cina e a una regista donna, Shao Yihui, per Her Story, in cui una madre single, sua figlia e una vicina di casa riuscivano a ribaltare a loro vantaggio i condizionamenti sociali, gli stereotipi di genere e il loro ruolo nei rapporti di coppia; quest’anno è tornato a vincere il Giappone con un film presentato in anteprima mondiale, diretto da un uomo, Kimura Taichi, ma con una forte impronta di Megumi, produttrice e interprete in un ruolo secondario, e con un titolo che coincide col nome della protagonista: Fujiko.

Di cosa parla Fujiko

Nonostante la nostalgia che può provare chi oggi ha tra quaranta e cinquant’anni, non a caso frequentemente sfruttata da cinema e serie, gli anni Ottanta non erano migliori dell’oggi, soprattutto per quanto riguarda i diritti delle donne. La storia di Fujiko, interpretata da Katayama Yuki al suo primo ruolo da protagonista, che vediamo svilupparsi all’inizio di quel decennio quando si presenta come una giovane venditrice di polizze assicurative, parte in realtà qualche anno prima, ancora negli anni Settanta: dopo avere dato alla luce una figlia, la suocera e la cognata vorrebbero toglierle le cure della neonata per costringerla a lavorare nella fabbrica di famiglia, inoltre il marito pavido non la difende, perciò la ragazza decide di lasciare il marito, portare via con sé la figlia e tentare di essere una madre single autonoma. Nel Giappone di allora, però, la sua scelta è molto malvista dalla società; Fujiko viene costretta a superare molte sfide, pur di perseguire la sua ostinata idea di poter crescere una figlia e potersi mantenere da sola, senza bisogno della tutela di un uomo e senza che ciò venga giudicato come uno strappo inaccettabile alle regole sociali seguite dalla maggioranza.

Una storia del passato, rivolta al presente

Il lungo flashback, coincidente col racconto di Fujiko delle proprie passate vicissitudini a un possibile cliente, è comprensibilmente schierato dalla parte della protagonista, offrendo il punto di vista amareggiato, ma mai patetico, di chi ritiene di avere subito varie ingiustizie. Ma è chiaro che i principali destinatari del racconto sono gli spettatori contemporanei, perché è con lo sguardo della nostra società odierna che veniamo invitati a osservare con spirito critico la società giapponese di alcuni decenni fa, in cui l’idea che una donna volesse sia lavorare sia crescere una figlia, essere indipendente economicamente anziché accettare di essere mantenuta dallo stipendio del marito, era considerata deplorevole. A giudicare da come viene trattata da familiari e conoscenti, tra disapprovazione implicita e opposizione esplicita, sembra quasi che la protagonista pretenda l’impossibile: è lo scarto temporale tra ieri e oggi, tra l’epoca in cui si cercava di nascondere l’esistenza stessa delle madri single e il nostro tempo in cui, pur a fatica, la monogenitorialità non è più un tabù e qualche tutela in più viene garantita, a far suonare come ingiuste e fastidiose le prese di posizione che Fujiko deve subire. Tolto chi magari la pensa ancora in modo retrogrado, per gli spettatori è facile fare il tifo per una ragazza innamorata della sua bambina ma anche innamorata di sé stessa, nel senso che la sua vicenda si sviluppa come una duplice storia d’amore, essendo il primo un tipo di amore materno innato e altruista, il secondo un amore più individualista che deve essere costruito nel tempo e talvolta si rafforza grazie all’ostracismo altrui, o viceversa grazie all’esempio altrui: sono decisive, in tal senso, anche le proteste delle femministe cui lei assiste e da cui si fa coinvolgere emotivamente.

Una protagonista forte che sa cosa vuole

C’è un preciso lavoro esteriore nella postura, nell’abbigliamento e anche nella maniera di parlare con gli altri, che fa capire l’evoluzione complessiva di Fujiko anche senza dover ribadire continuamente in quale periodo della sua vita ci si trovi. Le mazzate che il destino le riserva, alternate a qualche colpo di fortuna, fanno sparire ogni traccia di adolescenza, ma anche di umana impotenza, sostituite dalla maggiore maturità di giovane donna che ogni nuova esperienza accresce: se è vera l’ipotesi che si possa capire la solidità di una sceneggiatura leggendo le prime e le ultime scene per verificare se il personaggio principale sia cambiato a sufficienza, questa storia supera senz’altro il test. Fujiko, anche grazie all’interpretazione sfaccettata di Katayama, è un personaggio che resta impresso nella memoria: inizialmente più frastornata che fragile, si mostra poi volitiva, capace di porsi degli obiettivi e fare di tutto per raggiungerli, abile nello sfruttare i colpi di fortuna e molto furba quando l’occasione lo permette; coraggiosa soprattutto nel comprendere che per lei è valida l'equivalenza tra indipendenza e felicità.

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Scheda Film

Titolo originale: Fujiko
Regia: Kimura Taichi
Sceneggiatura: Kuniyoshi Saki, Gaijin Shota
Interpreti: Katayama Yuki, Watanabe Yuna, Ogata Issey, Lily Franky, You, Ijiki Tsuyoshi, Terada Kaede, Suna Shuri, Hashimoto Atsushi, Megumi, Takeshita Keiko, Kishimoto Kayoko
Fotografia: Uehara Seiya, Kawakami Tomoyuki, Mitsuoka Hyogo, Sato Ryosuke
Montaggio: Miyake Aika
Musica: Thomas Yardley
Produzione: Megumi
Distribuzione italiana / piattaforma:
Durata: 95 minuti

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