Un erede quieto del cinema di Hong Sang-soo
Anche se fa parte dei pochi registi coreani che hanno avuto il privilegio di essere distribuiti più di una volta nel circuito cinematografico italiano, Hong Sang-soo è un nome noto sopratutto a chi frequenta i festival oppure cerca film inediti nelle nottate di Fuori Orario. Eppure è considerato un maestro del cinema contemporaneo, il cui lavoro è di esempio per molti giovani cineasti. Lee Jea-han è uno di essi: ne è stato assistente e sembra volerne ripercorrere le orme, attraverso un cinema quieto, molto dialogato, al limite tra ironia e dramma, aperto alle infinite possibilità che il caso impone alle vite di ciascuno. Ne erano già un buon esempio i suoi primi due film, Sophie’s World e The Face of Hwanhee, entrambi presentati nella sezione Korean Cinema Today del Busan International Film Festival, il più importante in Asia e tra i più importanti nel mondo; nel primo c’era un personaggio straniero in viaggio in Corea, come nei film di Hong con Isabelle Huppert; il secondo lo aveva concepito in quattro episodi con la stessa protagonista che faceva diversi incontri, uno schema a capitoli usato spesso anche dal suo maestro. Con il suo terzo film, By Another Name, ha finalmente ottenuto una più prestigiosa collocazione nel concorso di Busan, che potrebbe essere il viatico per una maggiore notorietà internazionale, almeno come circuitazione festivaliera: in Italia, infatti, è stato presentato per la prima volta all'interno del Korean Day dell'Asian Film Festival di Roma.
Di cosa parla By Another Name
Usare la carta del “film dentro il film” è sempre un azzardo per i registi: il rischio è che lo spettatore si confonda tra i vari piani narrativi. È però un azzardo programmatico, quando il personaggio principale è un regista, come nel caso del giovane Je-hyun che non è affermato, e non farà in tempo a diventarlo perché ha un tumore in fase terminale. Il suo ultimo sogno è girare un film, anche se la sua compagna lo scongiura invece di riposare e curarsi perché continua a sperare nel miracolo: il tema della sua sceneggiatura è la sua stessa vita, ovverosia raccontare l'ultimo mese di vita di un giovane regista che desidera girare un film su di sé prima di morire, nonostante la contrarietà della compagna. In sintesi, vorrebbe girare esattamente lo stesso film che noi stiamo già vedendo. Comincia un gioco di specchi tra i personaggi della linea narrativa della “realtà” e gli attori che li dovrebbero interpretare; da parte del regista, sembra anche un modo per affrontare il suo destino in modo attivo anziché passivo, cercando addirittura di ribaltare un finale già scritto fino al punto che è il regista/sceneggiatore del nostro mondo reale, Lee Jea-han, a spiazzare gli spettatori prima con indizi e riferimenti ambigui, poi trasformando le ombre bidimensionali del cinema in una vicenda di fantasmi che continuano a ritornare allo stesso inesorabile punto di partenza, cioè al film autobiografico e definitivo di un regista in fin di vita.
Un film molto parlato
Un personaggio, dopo avere letto la sceneggiatura di Je-hyun, dice che contiene molti dialoghi: è l'ammissione esplicita di una scelta stilistica che Lee Jea-han ha mutuato dal suo maestro Hong Sang-soo. Parlano tanto, i personaggi; soprattutto dentro l'appartamento di Je-hyun, ma talvolta anche in esterni, al parco, per dare un pizzico di movimento a un'opera concepita come prevalentemente statica e racchiusa nel guscio di un appartamento che è contemporaneamente sia ambiente di vita, sia set di lavoro. Parlano di malattia, di morte, di cinema, di manipolazione della realtà e dell'eredità da lasciare ai posteri; e anche di questioni più prosaiche ma molto legate al fare cinema indipendente, come trovare i soldi e il tempo. Tante chiacchiere, talvolta ripetitive, causano una voluta confusione sul contenuto delle sequenze che potrebbero essere la vita del giovane regista, le scene di un film sottinteso, un ricordo a posteriori, un sogno sul futuro o sul passato; l'incrocio disorientante dei piani narrativi è il rimedio a una storia abbastanza scarna, che spinge inoltre lo spettatore a non dare mai nulla per scontato. Un altro aspetto che porta lo spettatore a riflessioni che vanno oltre la trama è il ruolo del cinema come mezzo di comunicazione e di testimonianza: qui, un regista malato ne ha bisogno per confrontarsi con la paura della morte, ma per chi gli sta vicino diventa un peso che potrebbe eternare un periodo di grande dolore. Il cinema è capace di cristallizzare il presente, ma può essere un ostacolo per chi ha bisogno di andare oltre: non è solo la morte, ma anche la vita di chi resta, al centro di questa interessante riflessione metacinematografica.
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Scheda Film
Titolo originale: By Another Name
Titolo originale alternativo: Dareun ireumeuro
Regia: Lee Jea-han
Sceneggiatura: Lee Jea-han
Interpreti: Moon In-hwan, Jung Hoe-ryn, Hwang Mi-young, Jung Yi-ju, Seong Ji-won
Fotografia: Kim Su-min
Musica: Choi Yum-soon
Produzione: Mareummo Film
Durata: 95 minuti



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