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Kokuho – Il Maestro di Kabuki (2025), recensione film: la ricerca della perfezione teatrale

01/05/2026 15:00

Claudio Cinus

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Kokuho – Il Maestro di Kabuki (2025), recensione film: la ricerca della perfezione teatrale

Lee Sang-il racconta il Kabuki attraverso la vita di un onnagata, tra tradizione, sacrificio artistico e ricerca della perfezione.

Il Kabuki e il titolo di tesoro vivente

Gli artisti giapponesi che vengono considerati simboli viventi di specifici ambiti culturali nazionali ricevono il titolo onorifico di Ningen Kokuhō (Tesoro nazionale vivente): lo può diventare, tra gli altri, chi pratica il Kabuki, una forma di teatro con elementi di danza molto stilizzata e riccamente decorata nei costumi e nel trucco, nata nel XVII secolo e ancora oggi rappresentata. Una nota iniziale del film Kokuho – Il Maestro di Kabuki, diretto da Lee Sang-il, ci ricorda che nel 1629 fu proibito alle donne di esibirsi, con la motivazione di tutelare la moralità pubblica; da allora, tutti i ruoli femminili furono assegnati ad attori maschi, come anche nelle altre forme d'arte, inclusi i primi decenni del cinema muto. Non era una regola esclusivamente giapponese: ad esempio, è noto che nel teatro elisabettiano, cronologicamente di poco precedente, le donne non potevano recitare e perciò tanti ruoli shakespeariani femminili diventati celeberrimi erano interpretati da giovani ragazzi con voci capaci di imitare i toni femminili. Oggi sarebbe impensabile accettare Giulietta, Lady Macbeth, Ofelia interpretate da uomini; nel Kabuki, al contrario, la tradizione è rimasta immutata, nonostante non esista più un divieto esplicito contro le donne, e questa discriminazione è tutt'ora parte integrante degli spettacoli. Gli attori specializzati nei ruoli femminili si chiamano onnagata ed è proprio attraverso la biografia fittizia di uno di essi, Tachibana Kikuo, che veniamo introdotti a usi e costumi di questa forma teatrale.

Di cosa parla Kokuho

Tratto da un romanzo di 800 pagine di Yoshida Shūichi, di cui Lee Sang-il ha dovuto necessariamente semplificare i dettagli pur raggiungendo una durata cinematografica di quasi tre ore, Kokuho inizia nel momento in cui la vita del giovane Kikuo viene stravolta dall'omicidio del padre, membro della Yakuza, proprio nella sera in cui si era esibito in un brano di un'opera Kabuki per gli ospiti della sua famiglia; tra di essi c'era il noto attore Hanai Hanjiro, che prima del caos dell'attentato era rimasto profondamente colpito dalla sua pur acerba interpretazione. Dopo qualche tempo, Kikuo rinuncia alla vita da gangster e viene accolto da Hanai, che ne diventa maestro e lo educa al Kabuki assieme a suo figlio ed erede designato, Shunsuke. Avviati alla stessa carriera di onnagata sin da adolescenti, Kikuo e Shunsuke sono amici, complici, dividono il palcoscenico ma sono inevitabilmente anche avversari nella corsa alla benedizione di Hanai come successore ufficiale.

Il teatro come affare di famiglia

Ci sono molti aspetti tipicamente giapponesi, legati al teatro Kabuki, che possono sembrare lontanissimi dalla cultura occidentale: dallo stile antinaturalistico e fortemente melodrammatico della rappresentazione, alle tonalità vocali artefatte degli attori, che è possibile osservare e ascoltare nelle molte ricostruzioni puntuali di parti degli spettacoli. Tuttavia, c'è un elemento culturale sottostante che possiamo capire perfettamente: l'ereditarietà della professione. Gli attori del Kabuki provengono quasi esclusivamente da famiglie che recitano da secoli; per questo motivo il protagonista Kikuo, che cerca di farsi strada nel mondo del teatro pur provenendo da una famiglia della Yakuza, e lui stesso ne porta sulla pelle gli inconfondibili segni, cioè i tatuaggi, deve affrontare molto più che un giudizio sul suo talento, in quanto la diffidenza nei confronti di un "estraneo" è profondamente radicata, come se la recitazione fosse una questione genetica. Nel teatro napoletano, è famoso il caso di Eduardo Scarpetta che designò come erede ufficiale il figlio legittimo Vincenzo anziché i ben più talentuosi fratelli De Filippo, suoi figli illegittimi: sono vicende raccontate nei film del 2021 Qui rido io di Mario Martone e I fratelli De Filippo di Sergio Rubini. Che il teatro fosse un affare di famiglia, insomma, non era la regola solo in Giappone. Ma in questo film vengono messi in scena anche tutti i cerimoniali ben codificati di passaggio generazionale tra i vecchi maestri e i loro eredi, con tanto di solenni riti pubblici simili anch'essi a rappresentazioni teatrali: nella storia di Kikuo, insomma, non c'è solo il tentativo di vestire i panni dell'onnagata, cosa per cui potrebbero anche bastargli le doti artistiche innate e il duro lavoro per affinare la recitazione, ma il ben più complicato desiderio di essere ammesso in un rigido ambiente culturale che non è il suo e dove viene giudicato anche per le origini sconvenienti, oltreché per quanto fa vedere sul palcoscenico.

Scoprire il mondo del Kabuki, senza poterlo capire

A punteggiare il racconto della vita di Kikuo dall'adolescenza alla vecchiaia sono, ovviamente, le molte sequenze dedicate alle rappresentazioni di spettacoli classici della tradizione Kabuki. I due interpreti principali, Yoshizawa Ryō nel ruolo di Kikuo adulto e Yokohama Ryūsei nel ruolo di Shunsuke adulto, hanno dovuto apprendere dalle basi uno stile recitativo che non avevano mai praticato: la ricerca di perfezione motoria e linguistica dei due personaggi di finzione è stata effettivamente praticata da loro stessi sul set del film. Per noi spettatori occidentali, ma anche per tanti giapponesi delle giovani generazioni, è impossibile capire se le loro interpretazioni kabukiane siano efficaci o meno: a parte qualche elemento delle trame degli spettacoli, che vengono rapidamente riassunte in sovrimpressione per dare dei riferimenti sui caratteri dei soggetti interpretati, non abbiamo alcun modo di giudicare la qualità dei movimenti precisi di danza o degli arzigogoli acuti delle loro cantilene. Dopo avere osservato la preparazione meticolosa che fa somigliare gli attori Kabuki agli sportivi pronti a tutto pur di superare i propri limiti, dobbiamo fidarci del giudizio interno alla trama quando il maestro si lamenta con gli allievi per degli errori, o al contrario quando il pubblico applaude convinto al termine di esibizioni apprezzate: la percezione dei non esperti non può che essere puramente estetica ed emotiva, oltreché stordente perché del tutto inedita. È certamente una barriera alla comprensione integrale del film, ma forse è anche utile che nello spettatore resti il mistero di una forma d'arte di grande impatto scenografico e melodrammatico che sembra dover respingere, e al tempo stesso attirare, chi la osserva. La distribuzione nelle sale italiane, subito dopo l'anteprima nazionale al 28° Far East Film Festival di Udine, ha ricevuto una spinta inaspettata dalla candidatura all'Oscar 2026 nella categoria dei migliori trucco e acconciatura, di Toyokawa Kyoko, Hibino Naomi e Nishimatsu Tadashi, quanto mai meritata in un film che vede gli attori trasformarsi completamente per insinuarsi con grazia negli spettacoli Kabuki in cui il tempo si è fermato ad alcuni secoli fa, e nessuno vuole inseguire alcuna novità.

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Scheda Film

Titolo originale: Love on Trial
Titolo originale alternativo: Renai Saiban
Regia: Fukada Kōji
Sceneggiatura: Fukada Kōji, Mitari Shintano
Interpreti: Saitō Kyōko, Karata Erika, Kura Yuki, Tsuda Kenjiro
Fotografia: Shinomiya Hidetoshi
Montaggio: Sylvie Lager
Musica: Agehasprings
Produzione: Toho, Knockonwood, Survivance
Durata: 124 minuti

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un progetto di Piano9 Produzioni

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