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Resurrection (2025), recensione film: il cinema come atto di dissenso

07/05/2026 14:00

Gemma Cannavà

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Resurrection (2025), recensione film: il cinema come atto di dissenso

Bi Gan firma un’opera cinefila e visionaria che intreccia sogno, memoria e storia del cinema, trasformando l’immagine in gesto di dissenso.

Il cinema è un mezzo vampirico. Già dalla sua nascita prende a piene mani dalla cultura che lo circonda, nonché da quella che lo ha preceduto, rimaneggiando storie ormai classiche, dando loro nuova linfa tramite la luce dello schermo, finanche a rivolgere il suo meccanismo fagocitico verso sé stesso, in un atto di cannibalismo che a oggi risulta sempre più prevalente nello scenario cinematografico contemporaneo. Sono innumerevoli gli articoli che denunciano il pericolo di un sistema-cinema incentrato solo su profitti sicuri basati su proprietà intellettuali preformate e conseguentemente già testate sul pubblico e non sorprenderebbe immaginare che un cineasta che volesse emergere in quanto autore farebbe di tutto per allontanarsi da potenziali accuse di mancanza di originalità. Bi Gan, regista trentaseienne al quarto lungometraggio, nel suo ultimo lavoro opera una scelta meno ovvia: anziché prendere le distanze dalle pratiche emulative, le abbraccia e le fa proprie, in un film che omaggia il cinema che lo ha preceduto facendo ciò che il cinema stesso ha sempre fatto meglio: copiare.

Frammenti di un sogno

Resurrection (狂野时代, 2025) è infatti un altare al cinema e alla sua storia. In un panorama sempre più critico e criticato, Bi Gan, lungi dall’avere una visione positiva dello stato dell’arte, sembra voler posare un’ultima pietra sulla strada percorsa dalla macchina dei sogni fino a ora. Lo spettatore viene catapultato in un mondo dai meccanismi incomprensibili, ancorché familiari, in un futuro distopico in cui gli uomini hanno scoperto che la chiave per la vita eterna è smettere di sognare. Protagonista è una donna senza nome (interpretata da Shu Qi) e il suo incontro con un Delirante (Jackson Yee), un uomo che non ha rinunciato a sognare e che fa ricorso all’oppio per continuare a farlo. Quest’incipit, raccontato dal regista utilizzando il linguaggio del cinema muto, ha la funzione di essere la cornice narrativa al cui interno Bi Gan inserisce quattro storie diverse, proposte allo spettatore come frammenti della vita del Delirante. Ogni racconto è stilisticamente diverso dal precedente e, più che sviluppare una narrazione, serve da pretesto per ricreare l’intera storia del cinema e, tramite essa, ricostruire la storia della Cina nell’ultimo secolo. Le vignette hanno una fragile ossatura narrativa, cosa che inizialmente confonde lo spettatore contemporaneo, abituato a essere accompagnato dal cinema nella scoperta delle storie, ma che assume significato se letta nell’ottica di racconto di un sogno: frammenti privi di legami logici tra una scena e l’altra, ma capaci di catturare il ricordo di una sensazione e di un’estetica. Bi Gan non fa nessuna concessione allo spettatore, lasciato a incollare i pezzi da solo, invitato a essere trasportato non dalle vicende, ma dalla fluviale potenza del cinema stesso.

Mimesi e gioco

Muto, noir, soprannaturale, crime, romantico, per infine tornare al muto: Bi Gan ricostruisce nelle sei vignette che compongono Resurrection i cambiamenti del cinema, cinese e non, nel corso dei suoi primi cento anni, fino al 1999, anno in cui è ambientato l’ultimo sogno del Delirante. Giostrandosi tra i diversi generi con la padronanza di un autore affermato, il regista non si limita a omaggiare il passato, bensì si spinge nel territorio della mimesi, adattando il suo stile al periodo cui fa riferimento in ogni episodio, flettendo la fotografia dal seppia del cinema muto, che erge a riferimenti massimi il teatro delle ombre e il Nosferatu di Murnau, ai grigi del nebbioso noir che gioca con l’idea di cinema come specchio e illusione, dalla malinconica luce dorata del tramonto nel terzo sogno, dove alla trama crime su un burbero truffatore si intreccia il tema di un uomo che, a dispetto delle sue ritrosie, si trova nel ruolo di padre putativo di una ragazzina, fino ai neon notturni che fanno prendere vita alla storia d’amore tra un umano e una vampira nell’ultimo sogno del Delirante, in quella che può essere vista come una lettera d’ammirazione per il cinema di Wong Kar-wai e di Hou Hsiao-hsien. In un film che flirta con la nozione stessa di cinema narrativo, mettendone in dubbio la validità nel presente, Bi Gan costruisce un’odissea tra le macerie della cinematografia passata.

Conscio e inconscio

Resurrection non è un film di facile visione, combatte attivamente contro la mente conscia dello spettatore che cerca di ricostruire una logica alle immagini, presentate come emergenti direttamente dall’inconscio cinefilo di Bi Gan, senza nessuna barriera a filtrare il sogno dalla realtà. Il regista stesso, parlando del suo approccio alla messa in scena registica, in riferimento ai suoi tipici lunghi piani-sequenza, la descrive come qualcosa di naturale, che non gli richiede grande sforzo, ma che sembra piuttosto emergere da lui in modo autonomo. Ciò non vuol dire che il suo cinema sia poco pensato, tutt’altro: è infatti già possibile mettere in comunicazione gli ancora pochi titoli a suo nome, tra cui Kaili Blues (2015) e Un lungo viaggio nella notte (2018), e trovare in essi i germi di una grande opera, fatta di personaggi alla costante ricerca della loro identità, della loro famiglia, d’amore, di risposte alla vita e alla morte. Resurrection è l’ultimo tassello di un’odissea ancora in corso, nonché il suo film più ambizioso, dove il cinema diventa strumento di risposta alle domande poste in precedenza, e che al contempo allarga il campo della ricerca operata dai suoi personaggi, chiedendosi quale sia il ruolo di questa forma d’arte, e in senso lato delle storie stesse, oggi. La risposta è che il cinema è sogno, e il sogno è dissenso: è lo strumento per mettere in dubbio le regole della società e immaginarne una nuova.

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Scheda Film

Titolo originale: 狂野时代
Titolo originale alternativo: Kuángyě shídài
Regia: Bi Gan
Sceneggiatura: Bi Gan, Zhai Xiaohui
Interpreti: Shu Qi, Jackson Yee, Mark Chao, Li Gengxi, Huang Jue, Chen Yongzhong
Fotografia: Dong Jingsong
Montaggio: Bi Gan, Bai Xue
Musica: M83
Produzione: Huace Pictures, Dangmai Films, CG Cinéma, Arte France Cinéma, Obluda Films
Distribuzione italiana / piattaforma: I Wonder Pictures
Durata: 159 minuti

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