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Sentimental Value (2025), recensione film: ritrovarsi nel valore affettivo delle cose

09/03/2026 21:54

Matilde Migliosi

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Sentimental Value (2025), recensione film: ritrovarsi nel valore affettivo delle cose

Joachim Trier firma un dramma familiare intenso e stratificato, tra memorie, oggetti e riconciliazioni, con Renate Reinsve e Stellan Skarsgård.

Sentimental Value non è passato inosservato nelle sale italiane, grazie alle ben 9 candidature agli Oscar e al recente successo del regista norvegese conquistato con il precedente film. Joachim Trier, infatti, è diventato uno degli autori più riconosciuti e amati degli ultimi anni, in grado di farsi apprezzare anche da critici distanti dal suo genere cinematografico preferito: quello del dramma familiare. Per questa sua peculiarità, qualcuno in lui riconosce non solo un buon osservatore e un attento regista, ma addirittura il diretto erede di Ingmar Bergman. Sentimental Value si inserisce nella sua filmografia come una forte mareggiata. Nora e Agnes sono due sorelle trentenni che si ritrovano a organizzare una veglia funebre per la madre nella loro vecchia casa d’infanzia. Qui ritorna nelle loro vite il padre Gustav, regista cinematografico. Uomo scostante e genitore assente, propone alla figlia maggiore, attrice teatrale, di interpretare come protagonista nel suo prossimo film il ruolo della nonna morta suicida. Dopo il rifiuto di Nora, Gustav affiderà il ruolo a un’importante attrice americana e tornerà nella casa di famiglia per iniziare le riprese.

La casa, gli oggetti, i fantasmi

Questa casa rossa, ingombrante e legnosa, si staglia sullo schermo come un vero personaggio, grazie a una meravigliosa sequenza iniziale sulle note di Dancing Girl di Terry Callier, e la conosciamo subito in ogni ombra, graffio o crepa. È una dimora piena di ricordi, ma anche di rancori e di angosce, soprattutto è una casa piena di fantasmi. La moglie sepolta da poco, la madre suicida e persino la zia sembrano incastrate tra gli stipiti delle porte e nei muri scrostati, mandano messaggi, si fanno sentire e addirittura capire. Si manifestano e parlano attraverso gli oggetti con cui condividono le stanze: conosciamo la vecchiaia della madre di Nora e Agnes attraverso i bigliettini appesi sulle mensole, persino la sofferenza della nonna grazie alla citazione allegorica dello sgabello dell’Ikea.
Staccandosi dallo sfondo, le cose diventano strumenti carichi di valore affettivo, armi di nostalgia di massa, un perpetuo richiamo al nido e a segreti gravosi. In questo modo ci riconosciamo definitivamente in Agnes, la sorella minore, archivista di mestiere che analizza e riporta alla luce cimeli, foto e giornali per conoscere la verità. Joachim Trier fa un’operazione analoga e sembra disporre a terra tutti gli oggetti che usa per sviluppare le metafore del film, e scatta un’unica fotografia dall’alto, come a immortalare in una foto di gruppo un mosaico di dolori e memorie.

Cast, musica e delicatezza della regia

L’intima e seducente colonna sonora eleva il film alle giurie mondiali, insieme al potentissimo cast: al fianco di Renate Reinsve abbiamo Inga Ibsdotter Lilleaas e l’ottimo Stellan Skarsgård, che, stupendoci, restituisce un’interpretazione struggente e carica di fragilità. Tra vasi da scegliere e casse da riprendere, le due ore e un quarto diventano leggere come una nuvola, grazie a una narrazione che non regala nessun particolare e, in perfetto show, don’t tell, lascia cadere indizi in tutta la trama con il contagocce, mantenendo vivo l’interesse, con la grazia di un fiore che si schiude a primavera. Anche la fotografia si fa rispettosa e restituisce privacy ai personaggi nei loro momenti di riflessione, con inquadrature che non seguono costantemente un percorso lineare, ma che fanno spesso passi indietro e utilizzano stratagemmi come specchi per concedere la giusta distanza senza mai perdere la connessione con la loro interiorità.

Bergman e il cinema europeo del Novecento

Lo stesso rispetto che nutre il regista nei confronti del cinema europeo del Novecento, da cui attinge a piene mani e a cui spesso viene ricondotto. Primo fra tutti, citato dallo stesso Trier, è Ingmar Bergman, quando il regista norvegese riprende la celebre scena del film Persona, con i volti dei protagonisti che si sovrappongono, e li sostituisce con quelli dei suoi personaggi, in un meraviglioso gioco di luce che incornicia la metafora finale del film: nel dolore siamo più simili di quanto possiamo pensare e riusciamo finalmente a riconciliarci. Questo film, più che un dramma struggente, arriva allo spettatore come una cura, un balsamo ad alleviare la propria sofferenza, e restituisce la stessa commozione che si prova nel ritrovare un vecchio cimelio in fondo a un cassetto, carico di ricordi.

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Scheda Film

Titolo originale: Sentimental Value
Titolo originale alternativo: Affeksjonsverdi
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura: Joachim Trier, Eskil Vogt
Interpreti: Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning
Fotografia: Kasper Tuxen
Montaggio: Olivier Bugge Coutté
Musica: Hania Rani
Produzione: Mer Film, Eye Eye Pictures, MK Productions, BBC Film, Lumen Production, Komplizen Film, Zentropa, Zentropa Sweden, Film i Väst, Alaz Film
Distribuzione italiana / piattaforma: Lucky Red, Teodora Film
Durata: 133 minuti

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