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Squid Game (2021), la recensione della serie tv Netflix: un gioco mortale in cui c'è tutta la Corea del Sud

20/10/2021 13:00

Rita Ricucci

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Squid Game (2021), la recensione della serie tv Netflix: un gioco mortale in cui c'è tutta la Corea del Sud

Squid Game di Hwang Dong-hyuk, la serie televisiva che sta sbancando su Netflix: oltre 80 milioni di spettatori dalla sua uscita a fine dell’anno scorso

Squid Game sta sbancando su Netflix: vediamo le motivazioni del successo di questa serie tv.

Squid Game di Hwang Dong-hyuk è la serie televisiva che sta sbancando su Netflix. Dopo l’Oscar 2020 a Bong Joon-ho con Parasite, la cinematografia sudcoreana è alla ribalta, sotto i riflettori di molti spettatori e critici.

 

Netflix propone una serie, a dir poco spettacolare per la sua messa in scena e per l’astuzia registica, che racconta una Corea del Sud intrisa del suo stesso sangue.

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Chi è il regista di Squid Game

Hwang Dong-hyuk, classe 1971, dopo la laurea in comunicazione presso l’Università Nazionale di Seul, si trasferisce a Los Angeles per un master. Sperimenta la cinematografia attraverso i primi cortometraggi, per proseguire con il suo Dogani, film del 2011 di genere drammatico biografico. 

 

Hwang Dong-hyuk prosegue, nel 2014 con Susanghan geunyeo, film tra commedia e dramma, di meno successo. Squid Game segna la sua svolta di successo in un drammatico horror che non manca di umorismo, tanto meno di spazi introspettivi che i giovani attori sanno reggere con una misura perfetta. 

Di che cosa parla Squid Game, la serie Netflix

Squid Game è la Corea del Sud: in 9 episodi, nello sviluppo dei singoli personaggi, diventa un concentrato di categorie assunte in tutto il cinema coreano. Squid Game ripropone temi cari ai più grandi registi sudcoreani, ultimo dei quali, almeno per la sua occulta morte, Kim Ki-duk: lutto, sesso, corruzione delle autorità, gioco d’azzardo, prostituzione, bieca violenza, audace sentimentalismo, nostalgia, paternità e la vecchiaia come acerrimo egoismo in contrasto con una saggezza auspicata dall’esperienza di vita.

 

Il protagonista Gi-hun, il convincentissimo Lee Jung-jae, è un uomo poco riflessivo, ficcanaso, che si trova nei guai anche quando non ci sono guai, così lo definisce il suo amico d’infanzia. È separato dalla moglie che risposata ha la tutela esclusiva della loro unica figlia. A causa del licenziamento da una fabbrica di automobili Gi-hun è nullatenente e nullafacente. Vive con la sua vecchia, la madre malata di diabete che trascorre più tempo al lavoro del mercato delle verdure per ripagare il debito finanziario con la banca del figlio.

 

L’unico tentativo plausibile per Gi-hun, in un paese che sembra non offrire altre opportunità, è quello di puntare i soldi trafugati alla madre su cavalli perdenti. Per questo il suo indebitamento è arrivato al punto di essere nel mirino degli aguzzini.

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Nell’incontro con uno strano personaggio che recluta i suoi giocatori sulla banchina della metropolitana, Gi-hun si presta a un gioco facile dove la posta in gioca 100.000 won. Se perde però: può usare il suo corpo, dice l’aguzzino. Pur vincendo, l’esito è una faccia tumefatta perché prestata a schiaffi sonori per ogni errore.

 

La proposta ultima dello strano personaggio è quella di un gioco di squadra, di un montepremi esorbitante che potrebbe ripagare i debiti di Gi-hun. Nulla da perdere, apparentemente. Il gioco fa parte della sua vita. Gi-hun accetta. Prelevato nella notte, narcotizzato per il tragitto, viene trasportato in una grande isola a sud del paese. Spogliato di ogni effetto personale, rivestito a modo di uno sportivo (tuta e t-shirt), Gi-hun scopre con grande stupore di essere il n° 456, l’ultimo giocatore assoldato.

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Squid Game: il dramma della Corea del Sud

Nei personaggi della serie tv c’è il dramma autentico della Corea del Sud. N°212 è una madre che non ha dato un nome al proprio figlio, che sa fare tutto tranne quello che non sa fare, la caparbia Kim Joo-Ryung di Memorie di assassinio di Bong Joon-ho. N° 199 è un migrante pakistano, arrivato in Corea con l’illusione di una vita migliore per la sua giovane famiglia, il giovane Anupam Tripathi.

 

N° 067 è una ragazza della Corea del Nord, additata come comunista e traditrice della bandiera sudcoreana, scappata con il fratellino, ora rinchiuso in un orfanatrofio, in attesa di poter racimolare i soldi e traghettare la madre per poter ricominciare; n° 218, Park Hae-soo, l’amico di d’infanzia di Gi-hun, l’orgoglio del quartiere per via dei suoi studi universitari a Seul, del suo lavoro manageriale negli USA, ricercato dalla polizia governativa per frode: ha fatto soldi senza soldi, con i soldi dei clienti investiti nelle futures.

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E ancora n° 214, il coreano convertito a un cristianesimo di stampo evangelico, la chiesa più presente in Corea del Sud, che recita il Padre Nostro per la remissione dei debiti e delle colpe; n° 101 un losco usuraio che ha fatto la cresta al suo stesso boss filippino;  n° 001, un vecchio, malato di tumore al cervello che non ha niente da perdere, il dinamico Oh Yeong-su, l’anziano monaco di Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera di Kim Ki-duk, 2003.

 

Squid Game racchiude tutte le tipologie di persone che abbiamo visto nella cinematografia coreana degli ultimi dieci anni. Ed è anche per questo che la violenza, il sangue che schizza fin sopra l’occhio della mdp non spaventa più del necessario.

Violenza e disumano in Squid Game

Resta raccapricciante il livello di dis-umanità che Squid Game è capace di cogliere. In questo caso, le maschere da parte dei secondini, l’omogeneità resa dalla medesima tuta rossa, il divieto di parlare se non chiamati a farlo, il divieto di rivelare il proprio volto, pena la morte, annulla completamente la figura umana e la sostituisce con un grado geometrico sulla parte frontale della maschera-casco: il cerchio per un soldato semplice, lo staff; il quadrato per  i controllori che restano attivi anche di notte di fronte a uno schermo per ciascun giocatore; il triangolo invece, sono le guardie armate, quelle che fanno il lavoro sporco di uccidere a bruciapelo.

 

Front Man, l’uomo in soprabito nero, maschera nera, è colui che gestisce e supervisiona il tutto in attesa dei VIP, finanziatori dell’impresa ludica. Infatti, sorprendenti sono le maschere dei carnefici per eccellenza: ognuna è d’oro e rappresenta un volto d’animale, esotico e feroce, delineando il carattere di ciascun corpo che sotto si nasconde.

 

Insomma, Squid Game è un gioco di poteri geometrici, di politiche finanziarie esponenziali che divorano l’anima dei più deboli, debitori di una umanità tradita dal mito del denaro. Un potere che si regge sulla miseria altrui, dove nessuno ha più chance riprendere il controllo di una vita che sembra casuale più che da venerare perché, così dice la televisione: il debito coreano pro capite ha raggiunto oltre il 96% dovuto alla rimozione dei limiti governativi sui prestiti.

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Una partita mortale

In Squid Game uomini e donne sono ridotti a numeri, giocatori di una partita, quella della vita, dove c’è in gioca la morte. Nessuno dei giocatori riesce a pronunciare, svelare il proprio nome, non è importante ri-conoscersi ma giocare avendo come obiettivo quello dell’eliminazione dell’altro per il proprio successo. Il gioco infatti, prevede che per ciascuna perdita di giocatori il monte premi, raccolto in una gigantesca palla salvadanaio, sia di 100 milioni di won. Le redini del gioco sono in mano a un pugno esiguo di persone, gli animali appunto, che godono scommettendo sulla vita altrui.

 

In un Girotondo schnitzeliano (Reigen, opera teatrale di A. Schnitzler, 1897), ricordando esplicitamente l’aria tetra di Eyes Wide Shut di Kubrick, 1999, i VIP sorseggiano brandy accanto a statue corporee: il body painting è al servizio del vizio della lussuria, la body art a quello della gola più avida. Dichiarando questa struttura societaria, questa condizione oramai visibile al mondo intero, il regista di Squid Game non si esime dalla critica all’impero capitalistico americano: i VIP parlano inglese (americano) e Front Man, Tom Choi, ha imparato la loro lingua.

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Squid Game è una serie televisiva devastante per la violenza mostrata e al tempo stesso importante per quella violenza dimostrata nei confronti di un sistema politico e sociale, etico e morale, che non ha riguardo verso la collettività e il genere umano, adoperandosi in una economia senza più dimora né leggi che tuteli la fragilità della persona.


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