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Anno 1945, Roma Città Aperta di Roberto Rossellini | Cinema e Storia

20/09/2021 19:36

Marcello Perucca

Approfondimento Film, Cinema e Storia, Aldo Fabrizi, Film Drammatico, Film Italia, Anna Magnani, Film Storico, Roberto Rossellini,

Anno 1945, Roma Città Aperta di Roberto Rossellini | Cinema e Storia

Per l'episodio 1 della rubrica Cinema e Storia partiamo dal 1945: Roberto Rossellini racconta l'Italia verso la Liberazione, con Roma Città Aperta

Per l'episodio 1 della rubrica Cinema e Storia, iniziamo dal 1945: ci affidiamo al capolavoro di Roberto Rossellini Roma città aperta, uscito proprio in quell’anno.

Cinema e Storia è uno spazio che vuole essere testimonianza della storia italiana osservata dal punto di vista del cinema. Per ogni anno, a partire dal 1945, data simbolo della rinascita del nostro paese, individueremo un avvenimento significativo raccontandolo attraverso un film italiano che a esso sia, in qualche modo, collegato.


Per il 1945 non possiamo che affidarci al capolavoro di Roberto Rossellini Roma città aperta, uscito proprio in quell’anno. Pur svolgendosi l’anno precedente durante l’occupazione nazifascista della capitale, bene evidenzia lo spirito della Resistenza che portò alla Liberazione.

 

Unitamente a Ossessione (Luchino Visconti, 1943), Roma città aperta diede formalmente inizio a quella che fu la breve ma intensa stagione del Neorealismo italiano, una delle correnti cinematografiche più significative e apprezzate a livello mondiale.

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La prima proiezione di Roma città aperta

Alla prima proiezione, avvenuta al Quirino di Roma nel settembre del 1945, la critica dell’epoca non accolse unanimemente il film. In molti, per esempio – fra questi i registi Luigi Comencini e Antonio Pietrangeli - avanzarono riserve di carattere morale, ideologico, stilistico ed estetico. Al contrario, critici come Alberto Moravia, Indro Montanelli, Mario Gromo, Carlo Lizzani, approvarono senza riserve l’opera di Rossellini. E grandi consensi Roma città aperta li ottenne dal pubblico e dalla critica estera, in particolar modo quella francese e statunitense.

Roberto Rossellini, regista già noto per aver realizzato alcuni film di propaganda per la Regia Marina (La nave bianca, 1941; Un pilota ritorna, 1942: L’uomo della croce, 1943), concepisce l’idea di girare una pellicola che parli di Resistenza. La ambienta nel 1944, in piena occupazione, prendendo spunto dagli accadimenti quotidiani in una città tenuta sotto il giogo nazista e annientata dal terrore. Poi, nei primi mesi dell’anno successivo, ne inizia la realizzazione basandosi su un soggetto scritto dagli amici Sergio Amidei e Alberto Consiglio.

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Di che cosa parla Roma città aperta

Al centro della vicenda vi è la figura di Don Giuseppe Morosini, un prete impegnato nella Resistenza, condannato a morte per la sua attività partigiana e fucilato da un plotone di esecuzione fascista. Ma Roma città aperta è lungi dall’essere un film su un’unica figura, seppure importante come quella di Don Morosini (che qui assume il nome di Don Pietro Pellegrini ed è interpretato da Aldo Fabrizi). È, piuttosto, un film corale nel quale si intrecciano numerose vicende tra loro collegate, a partire da quella dell’ingegner Giorgio Manfredi (Marcello Pagliero), militante comunista e figura di spicco del C.L.N. il quale, per sfuggire ai tedeschi si rifugia presso la casa di Francesco (Francesco Grandjacquet), un tipografo antifascista che sta per sposare Pina (Anna Magnani), vedova incinta di Francesco e madre di un ragazzino, Marcello (Vito Annichiarico).

Roma città aperta è ormai un film iconico, pellicola manifesto di tutta una corrente cinematografica. La vicenda racchiude le storie di vari personaggi dei quali, alcuni, sono parte attiva nella lotta di Liberazione, come Giorgio, Francesco e anche Don Pietro, che non nega mai il suo aiuto fungendo da staffetta per i partigiani. Altri sono gente del popolo, come Pina, una strepitosa Anna Magnani in una grande interpretazione drammatica. Altri ancora collaborazionisti, spie dei tedeschi come Marina (Maria Michi) che, fidanzata a Giorgio Manfredi, non esita a tradire per procurarsi la droga dalla quale è dipendente.

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La produzione di Roma città aperta

Il film viene realizzato con mezzi quasi di fortuna a causa della mancanza di materiale in un paese distrutto, come raccontano Rossellini (in un'intervista) e Carlo Lizzani nel suo film Celluloide (1996). Alla base vi è un’idea di fondo: quella di discostarsi quanto più possibile dalla concezione di cinema in voga durante il ventennio, quello cosiddetto dei “telefoni bianchi”, che dipingevano un mondo finto, sfarzoso, completamente irreale e discostato da quello che era il vivere quotidiano nell’Italia di quegli anni.

 

Come detto dallo stesso Rossellini, la speranza era quella di far diventare, con Roma città aperta, il cinematografo uno strumento utile, introducendo innovazioni stilistiche sino ad allora impensabili, quali, ad esempio, girare le scene nei luoghi reali, per le strade, nei cortili, per le scale delle case.

 

Un cinema che, sino ad allora, era stato fatto nei teatri di posa, esce fra la gente, affrontando il mondo reale.

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Rossellini, e con lui i suoi collaboratori (i già citati Amidei e Consiglio e un giovane Federico Fellini che muoveva i primi passi nel mondo del cinema), riconosce la necessità di mostrare la vera vita della gente comune, vittima delle bombe e del terrore seminato dagli occupanti tedeschi e dai loro sgherri in camicia nera. Lo fa adottando un modo di fare cinema che rinnega completamente l’enfasi del passato, asciugandolo e mettendo la mdp a disposizione degli attori e del pubblico. Utilizzando un linguaggio naturale e semplice, arricchito dalla parlata romanesca che trova, a farle da drammatico controcanto, il tedesco non doppiato dei nazisti.

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La mdp diventa pertanto lo strumento con il quale il regista coglie la vera essenza del periodo storico. Rossellini realizza un film drammatico, nel quale vengono innestati momenti di ilarità in grado di smorzare una tensione crescente. Ne è un chiaro esempio la scena in cui Don Pietro finge di vegliare un moribondo che, in realtà, è un vecchietto al quale il prete ha appena rifilato una padellata sulla testa per non farsi scoprire dai rastrellatori. È un momento divertente per il modo in cui viene realizzato e per come si conclude e che consente di passare rapidamente dal dramma alla farsa.

 

Nella scena successiva ci immergiamo nuovamente nella tragedia con Pina che, correndo e urlando dietro al camion che porta via il suo uomo, viene falcidiata da una scarica di mitra morendo sul selciato abbracciata dal figlio Marcello in lacrime. Lo stesso che, un attimo prima, aveva riso col prete per la padellata in testa al vecchietto.

I bambini in Roma città aperta

Una figura tutt’altro che secondaria è quella di Marcello. Nel film i bambini assumono un ruolo chiave: sono vittime innocenti della guerra, osservano la distruzione del loro mondo da parte degli adulti. Sono quelli che, ingenuamente ma in maniera del tutto genuina, tentano di reagire alla furia umana. Lo fa Romoletto, il ragazzino mutilato che vuole imbracciare il fucile per combattere l’oppressore; lo fanno tutti facendo saltare un impianto di benzina con una bomba. 

 

Sono i bambini a chiudere il film con una scena ad alto impatto emotivo: quando, dopo aver assistito impotenti alla fucilazione di Don Pietro, tornano in silenzio verso la città che si staglia sullo sfondo, dominata dalla cupola di San Pietro.

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D’altra parte, i bambini sono stati protagonisti frequenti nei film del Neorealismo, come testimoniano i lustrascarpe di Sciuscià (1946), il piccolo Bruno Ricci di Ladri di biciclette (1948), entrambi di Vittorio De Sica che già aveva avuto un occhio di riguardo nei confronti dell’infanzia nel 1943 con I bambini ci guardano.

 

O come dimostra il giovane Edmund che si aggira nella Berlino spettrale di Germania anno zero (Roberto Rossellini, 1948). Tutte figure evidenziano magistralmente l’idea dell’infanzia violata.

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Roma città aperta è uno spartiacque nel cinema italiano.

 

Un film che, nonostante sia stato realizzato in un periodo in cui gli accadimenti storici raccontati erano ancora in pieno svolgimento, raffigura in maniera efficace e priva di retorica un momento storico chiave per il futuro del nostro paese. Un film da rivedere e da far vedere alle nuove generazioni, per insegnare loro un pezzo di storia d’Italia e di storia del cinema. 


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