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Songs my brothers taught me (2015), la recensione dello straordinario esordio di Chloé Zhao

17/06/2021 09:00

Simone Rossi

Recensione Film, Film Drammatico, Film USA, Chloé Zhao,

Songs my brothers taught me (2015), la recensione dello straordinario esordio di Chloé Zhao

Songs my brothers taught me è la casella di partenza, una enclave in cui la comunità dei Lakota Sioux conduce la propria esistenza

Fin dagli albori il cinema di Chloé Zhao pare sorgere da una frattura insanabile, una specie di calanco dell'anima innervato dalla memoria di chi non è più, ma continua a produrre escrescenze nel terreno. Si cammina su corpi evaporati in un quadro naturale che tutto assorbe e ingloba. Eppure in questa idea di spazi smisurati esistono tutta una serie di barriere artificiali che costringono (come sarà per il personaggio di Fern in Nomadland) a battere sempre le stesse tracce, a tornare sui propri passi, a riconoscere un'orbita dalla quale non è possibile sfuggire tangenzialmente.

 

In questo movimento per spazi concentrici sempre più estesi l'esordio Songs my brothers taught me è la casella di partenza, una enclave in cui la comunità dei Lakota Sioux conduce la propria esistenza di minoranza senza futuro e dal passato stuprato; che ogni settimana si ritrova alla Church of God per aver salvo il corpo e l'anima dal morbo che intacca quel misero territorio alle fondamenta: la dipendenza dall'alcool.

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La storia è quella di due fratelli. C'è il maggiore, Johnny Winters, che si sta preparando a fuggire: mentre contrabbanda alcolici, per mettere insieme un bel gruzzolo e seguire la sua fidanzata a Los Angeles, acquista in contanti un furgone mezzo scassato per dare maggior ritmo alle sue transazioni. C'è la piccola Jashaun, bellissima e silenziosa, in attesa della promessa di una rinascita, connessa spiritualmente a «tutto ciò che è selvaggio» che in quanto tale «ha in sé qualcosa di malvagio» che bisogna preservare.

È un fatto che il cinema di Chloé Zhao si confronti con questa idea di sub-esistenza impegnata a restare in piedi laddove la storia americana pretenderebbe che restassero solo cimiteri a passata memoria.

 

Scrive il Premio Pulitzer afroamericano Colson Whitehead ne La ferrovia sotterranea: «Se il destino dei pellerossa fosse stato di conservare le loro terre, le possiederebbero ancora. Ecco qual era il vero Grande Spirito, il filo divino che collegava tutte le umane imprese: se una cosa sai tenertela stretta, è tua. L'imperativo americano». Insomma, il mondo va come deve andare.

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E allora l'immersione che compie la mdp di Zhao, lo sguardo livido che assicura la fotografia del compagno (anche nella vita) Joshua James Richards, è in un presente sempre uguale che se non può lasciare tracce indelebili preferisce osservare quello che sembra esistere da sempre, fin dove lo sguardo può spingersi, nell'illusione che la routine di ogni giorno non sia una prigione a cielo aperto, ma l'anticamera di un salto nel vuoto.

 

Johnny vuole tentare, ma ha così tanta paura che non riesce a dirlo a Jashaun; preferisce fingere la stessa rassegnazione dei suoi coetanei che, come in un film di Nicholas Ray (Il temerario), hanno come massima aspirazione quella di vincere un rodeo prima di farsi ammazzare.

Johnny partirà, è deciso, e lo farà senza dirlo alla sorella: non ha cuore di lasciarla con una madre apatica e un fratello che preferisce il carcere alla libertà, ed è convinto che se terrà per sé un simile tradimento avrà salva l'anima.

Songs my brothers taught me è un film che arde sottopelle, ma divampa altrove. È tra i resti di una casa data alle fiamme in cui papà Winters ha perso la vita, altare presso il quale Jashuan torna per recuperare qualche ricordo carbonizzato; è pure nel fianco di una montagna solcata da un incendio notturno che la madre osserva attraverso i vetri del container.

 

Tutto è già passato o è a distanza di sicurezza – sembra dichiarare Zhao - eppure fa malissimo e non mette al sicuro. Per questo, alla fine, conta solo la volontà di proteggere: se non resta niente tanto vale tenersi stretto quel nulla.

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Lo sguardo di Jashuan è la moneta che gira nella tasca di Johnny: può spenderla oppure no. «Qui dove viviamo tutto sembra sempre uguale. La gente è imparentata. Sempre le stesse preoccupazioni. A volte fa davvero caldo. Ci si stanca di questo posto, ma è difficile lasciarlo», recita in voice over Johnny, quando ormai la scelta è compiuta. E a chi verrà a domandargli un giorno di quel vuoto «selvaggio e malvagio» dal quale fuggire e al quale sempre ritornare, probabilmente risponderà: «È tutto ciò che sia ha mentre si diventa adulti». 


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Genere: drammatico

Titolo originale: Songs My Brothers Taught Me

Paese, Anno: USA, 2015

Regia: Chloé Zhao

Sceneggiatura: Chloé Zhao

Fotografia: Joshua James Richards

Montaggio: Alan Canant e Chloé Zhao

Interpreti: John Reddy, Jashaun St. John, Travis Lone Hill,Taysha Fuller, Irene Bedard, Allen Reddy

Musiche: Peter Golub

Durata: 98'


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