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The Serpent (2021), la recensione della mini-serie Netflix dedicata al serial killer Charles Sobhraj

12/05/2021 12:07

Rossella Romano

Recensione Serie TV, Serie Tv Crime, Serie Tv Thriller, Serie Tv Biografico, Tahar Rahim, Jenna Coleman, Tom Shankland, Richard Warlow ,

The Serpent (2021), la recensione della mini-serie Netflix dedicata al serial killer Charles Sobhraj

Atmosfere 70s e una grande ambientazione: su Netflix c'èThe Serpent, mini-serie sull’assassino degli hippie Charles Sobhraj

 

Atmosfere 70s e una grande ambientazione: su Netflix c'èThe Serpent, mini-serie sull’assassino degli hippie Charles Sobhraj

 

The Serpent, mini-serie britannica nata dalla collaborazione di BBC e Netflix, è scritta da Richard Warlow e diretta dal regista Tom Shankland, che ha già lavorato a Iron Fist, House of Cards e I miserabili (la versione tv del 2018). Ci fa conoscere meglio i fatti realmente accaduti tra 1975 e 1976 attraverso Thailandia, Nepal e India, il cosiddetto Hippie Trail: protagonista è il serial killer degli hippie, Charles Sobhraj che, negli anni '70, adescava turisti pieni di sogni. Dopo averli drogati e uccisi, il killer rubava loro l’identità.

Thriller biografico a tutti gli effetti, The Serpent è una miniserie di otto episodi: in ogni puntata, lunga circa un'ora, veniamo immersi in un vortice temporale che ci fa sentire quello stesso senso di smarrimento e spaesamento delle vittime ignare. Il Serpente, interpretato dall’algerino Tahar Rahim (già visto in The Eddy), fa squadra con Jenna Coleman che interpreta la sua complice Marie-Andrée Leclerc, originaria del Quebéc.

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Tempo e spazio inThe Serpent

L’elemento che salta più all’occhio è proprio la discontinuità temporale: l’intera serie non viaggia solo tra passato e presente, l’asse temporale viene quasi del tutto annullato se non per i continui riferimenti agli anni, ai mesi e ai luoghi. Questa scelta potrebbe risultare azzardata ma risulta, per quanto esasperata, efficace nel suo probabile intento: lo spettatore è infatti smarrito e confuso come le vittime del killer. 

 

Quando sembra che tutto si ricongiunga, ci si ritrova nuovamente smarriti ma più consapevoli e coinvolti nell’altalena sulla quale poggiano le vite dei protagonisti: un alternarsi di sentimenti discordanti, di emozioni - a tratti non reali - e dal rigore maniacale dell'assassino.

Nonostante questo caos temporale e gli spostamenti repentini e fugaci, troviamo un punto di riferimento dove tornare e da cui ripartire: la Kanit House in Thailandia, che vede il nascere e il susseguirsi delle imprese criminali del killer protagonista.

 

Le ambientazioni asiatiche ci catapultano in quegli anni, anche attraverso il fascino dei look vintage anni ’70, e il frastuono dei clacson (per poco) ci fanno dimenticare che non stiamo facendo un viaggio di scoperta ma stiamo vivendo, insieme alle vittime, un cammino che non porterà in nessun luogo e si fermerà ancora prima di inziare.

 

La scomposizione temporale e l’alternanza di luoghi ci permettono di indagare scenari cinematografici già vissuti e qui rintracciabili: il protagonista, spacciandosi per esperto di pietre preziose, emula i colombiani di Narcos; i momenti allucinati ci riportano ai balli frenetici di Across the Universe; le indagini sulla psicologia criminale ricordano i colloqui in Mindhunter

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I personaggi della mini-serie Netflix, The Serpent

Il talento di The Serpent per la manipolazione, che fa sentire le persone intorno a lui vittime ma anche dipendenti dal suo fascino, diventa oggetto dell'indagine di un diplomatico olandese che tutto dovrebbe fare tranne che indagare su un serial killer. Herman Knippenberg (Billie Howle, protagonista della saga di Star Wars) non si accontenta di sbrigare pratiche burocratiche e accettare passivamente la scomparsa improvvisa di una coppia di connazionali, ma avvia, insieme alla moglie Angela, un percorso lento e tormentato di ricerca minuziosa.

Si formano così le squadre di buoni e cattivi: da una parte Charles e Marie-Andrée, dall’altra Herman e Angela. Le due donne sorreggono, in modo diverso, le vite di questi uomini caparbi e fedeli ai loro obiettivi: da un lato Marie-Andrée, smarrita ma complice, porta avanti il Male, sostenendo, seppur passivamente, la vita criminale del compagno; dall’altra Angela, attiva ma spaesata, perora la causa del Bene, finendo per mescolare la sua vita con quella dei ricercati.

 

Due donne, uno stesso sguardo di devozione e disorientamento: una si affida a quello sguardo per non vedere quello che accade realmente e l’altra lo utilizza per aprire una finestra sulla verità. 

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«Amare è una maledizione»: così dice la madre di Charles, riferita al proprio sentimento per il figlio (ma anche per il marito, prima) e, per estensione, alle emozioni delle altre donne coinvolte nella vicenda.

 

Se Angela finisce per consumarsi dietro le indagini del marito, Marie-Andrée si fa plagiare e diventa più di una complice passiva, incarnando perfettamente la donna edenica che subisce il fascino viscido e implacabile di quel serpente che la porta alla deriva con sé. E quando giustizia è fatta, rimangono i sogni che non ritornano: quelli infranti e disattesi. Come intonano le note finali di Moonlight Mile: «My dreams is fading down the railway line».


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