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Minari (2020), la recensione: il film del regista coreano Lee Isaac Chung è un piccolo gioiello

26/03/2021 16:51

Valentina Pettinato

Recensione Film, Film Drammatico, Film USA, Lee Isaac Chung,

Minari (2020), la recensione: il film del regista coreano Lee Isaac Chung è un piccolo gioiello

Il regista Lee Isaac Chung scrive la biografia della propria famiglia, emigrati coreani negli anni ‘80 del secolo scorso

1,4 milioni di dollari incassati al box office e 6 candidature ai Premi Oscar, candidature che hanno fatto discutere parte della stampa statunitense. Tra tutte, quella che ha destato più perplessità è Miglior Film: secondo qualcuno non è infatti ammissibile che un film di produzione USA, abbia la maggior parte dei dialoghi in coreano e non in inglese.

 

Il film di cui stiamo parlando è Minari, piccolo gioiello del regista coreano Lee Isaac Chung, che ha debuttato al Sundance Film Festival nel gennaio 2020: più americano per messaggio di molti altri film made in USA usciti quest’anno.

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Ci troviamo in Arkansas, nel pieno reaganismo. Jacob (Steven Yeun) e la sua famiglia, immigrati sudcoreani stanchi di sopravvivere grazie a lavori come il sessaggio dei polli, arrivano dalla California con un sogno: avviare un’azienda agricola e rivendere i prodotti della loro terra nelle grandi città.

Ma Jacob, per realizzare i suoi desideri, sembra disposto a tutto, anche a mettere a repentaglio le finanze e la stabilità della famiglia. A complicare le cose l’arrivo di sua suocera, Soonja (Yoon Yeo-jeong), che è rimasta ancorata alle abitudini coreane e ha modi diversi dalle nonne tradizionali.

Ogni anno arrivano negli Stati Uniti 30 mila coreani, e si trovano a doversi integrare in un Paese pieno di contraddizioni. È il racconto di una di queste storie quella di cui si fa portavoce la famiglia Yi, attraverso il tenero tentativo di integrazione dei due figli e della madre, e la disperata corsa alla ricchezza del suo capofamiglia.

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Il regista Lee Isaac Chung scrive la biografia della propria famiglia, emigrati coreani che, negli anni ‘80 del secolo scorso, si trasferirono negli Stati Uniti in cerca di maggior fortuna, attraverso un registro semplice e poetico, usando una grammatica alla portata di tutti: i valori tradizionali, i prodotti della terra, l’amore per la famiglia.

Minari è infatti il nome di una piantina giapponese, molto utilizzata nella cucina coreana, capace di attecchire ovunque in maniera copiosa. La pianta si fa simulacro della famiglia Yi: i componenti, infatti, cercano di innestarsi in una terra granitica e a volte respingente, la cui anima sembra impossibile da conquistare pienamente.

La storia di questa famiglia coreano-americana che parla nella propria lingua di origine in casa e in inglese con la popolazione autoctona, è un affresco delle difficoltà insite nel processo di emigrazione di una popolazione che ha una storia e una tradizione così forte nel proprio DNA.

Ogni membro della famiglia si fa grammatica di questa dialettica e, per tutta la pellicola, gli elementi filmici esaltano il dualismo: abitudini americane e coreane, presente e passato, egoismo e generosità. Sempre con la messa in scena di stilemi classici, rafforzati da una fotografia e una colonna sonora luminosa e che pacifica il cuore. Attraverso litigi familiari, il racconto si apre a una riflessione più profonda, che in maniera silenziosa, intima e delicata si insinua nella mente dello spettatore.

Questo l’aspetto che rende Minari un film autentico: sempre controllato, esplode solo sul finale ma senza mai arrivare al melodramma, parlandoci di dolore senza toni necessariamente accesi; rappresentandoci le difficoltà di una popolazione diversa anche nei tratti estetici senza utilizzare la carta dell’odio e del razzismo.

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La narrazione funziona per sottrazione: toglie elementi cari ai protagonisti (la sicurezza, la stabilità, la possibilità di fare una corsa a perdifiato, il frutto del proprio lavoro) finché non si arrendono totalmente alla società che li sta accogliendo, proprio come la pianta Minari che si adatta placidamente a qualunque territorio.

Prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt, Minari è un racconto delicato e personale che decide di aprirsi. Regge il peso di un pezzo di storia americana e del suo multiculturalismo, nato da semi (proprio come quelli di Soonja) di culture differenti. Potrebbe sorprenderci la Notte degli Oscar.

Minari è candidato a 6 Premi Oscar:

Film, Attore, Attrice non Protagonista,

Regia, Colonna Sonora, Sceneggiatura Non Originale.


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Genere: drammatico

Titolo originale: Minari

Paese/Anno: USA, 2020

Regia: Lee Isaac Chung

Sceneggiatura: Lee Isaac Chung

Fotografia: Lachlan Milne

Montaggio: Harry Yoon

Interpreti: Alan S. Kim, April Warren, Ben Hall, Chloe Lee, Daniel Fortman, Darryl Cox, Ed Spinelli, Eric Starkey, Ernie Robinson, Esther Moon, Eugene Webster, Jacob M Wade, James Carroll, Jenny Phagan, Joel Telford, Jonnie Parnell, Kaye Brownlee-France, Laurie Cummings, Laurie Frost, Noel Cho, Scott Haze, Skip Schwink, Steven Yeun, Tina Parker, Warren Lane, Will Patton, Ye-ri Kim, Yeo-Jong Yun

Colonna sonora: Emile Mosseri

Produzione: A24, Plan B Entertainment

Durata: 115'


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