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Dirty Dancing (1987), la recensione: la commedia romantica con Jennifer Grey e Patrick Swayze è un cult

14/02/2021 14:44

Aurora Tamigio

Recensione Film, Speciale San Valentino, Film Cult, Di Tendenza, Film Romantico, Film Musicale, Film USA, Jennifer Grey, Patrick Swayze, Eleanor Bergstein, Emile Ardolino,

Dirty Dancing (1987), la recensione: la commedia romantica con Jennifer Grey e Patrick Swayze è un cult

Dirty Dancing è una delle tante storie in cui amore e danza si incontrano per raccontare temi che, ancora oggi, sono scomodi

Gira ancora indisturbato/a qualche infedele felice di affermare che Dirty Dancing sia un filmetto insignificante, da vedere nelle serate estive, quando fa caldo e si fa fatica anche solo a pensare. C’è anche chi insiste a pensare che sia una delle tante commedie romantiche in cui succede quello che ci si aspetta e niente di nuovo accade sotto il sole (delle Catskill). Se fate di parte di queste categorie, nelle prossime righe vi toccherà ricredervi: quello che faremo è dimostrare che Dirty Dancing non solo è una delle migliori commedie romantiche mai realizzate, ma che è anche uno dei film più importanti di tutti i tempi.

Liberiamoci subito dell’incombenza di raccontare la trama a chi (ma chi?) non la conosce. Siamo nell’estate del 1963 e Francis Houseman, che tutti chiamano ancora “Baby” (Jennifer Grey), è un'adolescente intelligente e impegnata, figlia di un medico, in vacanza con l’intera famiglia - papà, mamma e sorella - alle Catskill Mountains. Le Catskill negli anni Sessanta sono per la borghesia statunitense della East Coast quello che Santa Margherita ligure è per i milanesi ricchi: una località di villeggiatura esclusiva dove sorgono gli antenati dei primi villaggi turistici, strutture come il Kellerman Resort, in cui Baby e i suoi passano l'estate.

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Come in ogni resort che si rispetti anche al Kellerman ci sono gli animatori: Johnny Castle (Patrick Swayze) è un maestro di danza supersexy per cui Baby perde subito la testa. Johnny fa coppia, professionalmente, con Penny: una ballerina di talento che, rimasta incinta di un cameriere mascalzone, ha deciso di porre fine alla gravidanza. Purtroppo, però, la data dell'aborto coincide con quella di un'importante esibizione di danza che Penny e Johnny devono assolutamente portare a termine, o perderanno il lavoro.

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Così Baby, un po’ per la cotta che si è presa per Johnny, ma soprattutto per la sua vocazione alla giustizia, decide non solo di aiutare economicamente Penny con l'aborto ma di prendere lezioni di danza per sostituirla.

I balli proibiti del titolo la porteranno sempre più vicina a Johnny, che si innamora di Baby a sua volta, fino a decidere insieme di sfidare i pregiudizi e l'intera società (del resort) in quello che è uno dei finali più famosi della storia del cinema sulle note di (I’ve Had) The Time of My Life, interpretata da Bill Medley e Jennifer Warnes.

La prima cosa da dire su Dirty Dancing è che il film nasce dal sodalizio di tre donne. La prima è Eleanor Bergstein, autrice della sceneggiatura: come Baby, anche lei è la figlia di un medico e anche lei si appassiona al ballo; decide così di scrivere una storia che parli di danza, ma che racconti anche la vita delle donne e le sue difficoltà (non così diverse nei suoi anni '80 rispetto ai '60 in cui è ambientato il film). Per farlo si rivolge a Linda Gottlieb, produttrice e amica: dopo quaranta lettere di proposte a varie case di produzione, tutte rifiutate, la sceneggiatura viene accettata dalla Vestron, perlopiù specializzata in distribuzione home video, che accetta di produrre Dirty Dancing con un budget di solo quattro milioni e mezzo di dollari. 

Per la parte della protagonista vengono provinate numerose attrici (tra cui Winona Ryder) ma Bergstein e Gottlieb scelgono infine Jennifer Grey; mentre non c'è dubbio che debba essere Patrick Swayze, anche ballerino, a interpretare Johnny. Per la regia viene assunta Emile Ardolino, alla sua prima esperienza con un lungometraggio: è lei la terza, determinante, donna di questa impresa.

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E Dirty Dancing è un'impresa davvero: a causa del budget ridotto, le riprese durano appena un mese e mezzo; gli attori hanno solo un paio di settimane per provare tutte le coreografie, che vengono girate rigorosamente senza musica, in attesa di ottenere i diritti per i brani. Nel frattempo le autrici sono ossessionate dalla censura e dal timore di non ottenere gli sponsor: uno degli snodi più problematici della trama, ovviamente, è quello dell'aborto di Penny, che porta numerose aziende a rifiutarsi di finanziare il film o a ritirarsi dal progetto in corso d'opera. Ciliegina sulla torta, come se non bastasse tutto questo, durante la scena della coreografia sul tronco, il protagonista Patrick Swayze si infortuna.

Eppure, come spesso accade, contro ogni aspettativa e alla faccia dei detrattori, il film è un successo. Incassa 170 milioni di dollari in tutto il mondo (il budget, ricordate, non raggiungeva i cinque milioni), vende un milione di copie in home-video e viene premiato persino ai patinati Golden Globe.

 

Nemmeno a dirlo, Dirty Dancing diventa un vero caso "indie": gran parte del merito va certamente all'alchimia tra i protagonisti, alle musiche e alle coreografie, ai costumi e alle scenografie che costituiscono un originale ibrido di anni Sessanta e Ottanta.

 Ma, udite udite, se Dirty Dancing è oggi un cult bisogna dire grazie anche alla sceneggiatura. È piena la storia del cinema, o meglio della critica cinematografica, di film come Dirty Dancing che critici sprezzanti si sono divertiti a liquidare come "ridicoli", evidenziandone ogni ingenuità, snobbandoli non appena letto che nella trama si parla di amore e di danza.

Ora, non siamo certo qui a dire che la sceneggiatura di Dirty Dancing mostri chissà quale complessità o imprevedibilità di intreccio. Ma non sono molte le commedie romantiche che riescono a rappresentare con genuina sincerità una cotta adolescenziale («I carried a watermelon»/«Ho portato un cocomero» resta una delle battute più autentiche del cinema), a raccontare l'attrazione sessuale da un punto di vista specifico e sempre coerente (se riguardate la sequenza della prima volta di Johnny e Baby, è parecchio palese che dietro la macchina da presa ci sia una donna), a trasformare il classico numero di danza finale, culmine di ogni film di ballo che si rispetti, in un plateale gesto di sovversione sociale. Che, tra l'altro, inizia con una delle frasi più rivoluzionarie del cinema: «Nessuno mette Baby in un angolo».  

Dirty Dancing è una delle tante storie in cui amore e danza si incontrano, ma è anche un film di ballo che utilizza l'intreccio sentimentale tra due personaggi appartenenti a classi sociali diverse per raccontare qualcosa che, ancora nel 1987, non si vedeva spesso al cinema.

Intanto è la storia di formazione di un’eroina non convenzionale, per aspetto e carattere, al genere della rom-com. Poi è un ritratto senza sconti del classismo e dell'ipocrisia della società statunitense negli anni Sessanta, dove a essere messi in discussione sono anche gli insegnamenti dei “bravi padri di famiglia”, come quello di Baby. Infine c'è il modo in cui è raccontato l’aborto, tema che sarebbe stato un cruccio per autrici e produzione anche solo per il semplice fatto di essere affrontato, ma che nella trama viene sviluppato senza mai avanzare alcun giudizio su Penny e sulle sue decisioni. Sul finire degli anni Ottanta tutto questo era eccezionale, ma anche oggi non è che si veda poi così spesso sugli schermi.

Possiamo dire che Dirty Dancing è un film rigenerante? Nel senso stretto della parola: un film dove ogni personaggio ottiene una seconda vita non solo rispetto agli equilibri tradizionalmente necessari in una commedia romantica, ma anche rispetto al posto che solitamente gente come Baby, Johnny e Penny ricopre nel mondo. 

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Dirty Dancing non è stato un'utopia cinematografica solo per chi l’ha realizzato, tra molte difficoltà, ma a oggi resta una bellissima illusione in cui rifugiarsi per moltissimi spettatori e spettatrici. A sostegno di quanto Dirty Dancing possa essere un film rigenerante, positivo e - fondamentalmente - bello da (ri)vedere, c'è un aneddoto raccontato da Eleanor Bergstein e riportato in un articolo del Guardian da Polly Vernon. 

Bergstein racconta di quando a un festival del cinema, anni fa, una volta una ragazza bosniaca l'ha avvicinata e ringraziata per il suo film: la spettatrice le ha raccontato che, ai tempi della guerra, durante un bombardamento spaventoso, lei e una sua amica sono rimaste chiuse in casa per 72 ore solo guardando e riguardando la videocassetta di Dirty Dancing che avevano noleggiato. E che, merito di questa visione, sono riuscite a intrattenersi e a sopravvivere fino a che il fuoco è cessato e hanno potuto uscire nuovamente di casa. 

Avete mai pensato a quali sono i film che potrebbero tenervi compagnia per 72 ore di fila mentre sulla vostra testa, appena là fuori, cadono le bombe? Bisogna pensarci a cose come questa, prima di dire che un film è semplicemente stupido.


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Genere: musicale, commedia, romantico

Titolo originale: Dirty Dancing

Paese, Anni: USA, 1987

Regia: Emile Ardolino

Sceneggiatura: Eleanor Bergstein

Fotografia: Jeff Jur

Montaggio: Peter C. Frank

Interpreti: Jennifer Grey, Patrick Swayze, Jerry Orbach, Cynthia Rhodes, Jack Weston, Jane Brucker, Kelly Bishop, Lonny Price, Max Cantor, Wayne Knight, Neal Jones, Paula Trueman

Colonna sonora: John Morris

Produzione: Vestron Pictures, Great American Films Limited Partnership

Durata: 100'

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