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La resistenza nascosta: intervista a Francesca Rolandi

07/25/2017 14:59

Silvia Badon

Intervista,

Il documentario di Francesca Rolandi, Andrea Mariani e Monika Piekarz racconta la vivace scena musicale di Sarajevo, attraverso le voci dei suoi protagonisti, b

Il documentario di Francesca Rolandi, Andrea Mariani e Monika Piekarz racconta la vivace scena musicale di Sarajevo, attraverso le voci dei suoi protagonisti, brani musicali e alcuni filmati d’epoca. Sarajevo negli anni ‘80 era considerata la capitale artistica della Jugoslavia e, tra gli altri generi, fu soprattutto culla del movimento dei New Primitives, definito l’unica autentica risposta jugoslava al punk.


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Con l’irruzione della guerra negli anni ’90, il rock jugoslavo, che secondo molti era la seconda scena per importanza in Europa, dopo quella britannica, affondò insieme alla federazione di cui era lo specchio, lasciando un vuoto che venne alla lunga riempito da nuovi fenomeni. Il caso bosniaco è particolarmente interessante perché negli ultimi anni si è fatta largo una nuova scena musicale, comprendente generi diversi che vanno dalla drum’n’bass all’hip hop alla sevdahlinke, il cui denominatore comune è la volontà di contrapporsi al trash e all’anticultura arrivati nell’area negli anni ’90, ben esemplificati dalla musica turbofolk e legati a doppio filo all’ascesa delle nuove élite nazionaliste.


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I musicisti sono accomunati da un forte impegno sociale e da un orientamento antinazionalista in cui l’idea di presentare un’alternativa culturale assume un significato politico. La musica sembra essere uno dei pochi elementi in grado di oltrepassare le barriere costruite dall’ultima guerra e rappresenta un caso significativo di resistenza culturale. Al circolo culturale I carichi sospesi di Padova abbiamo incontrato Francesca Rolandi, autrice del documentario che sta girando l’Italia e l’Europa.


bCom’è nato il progetto di “La resistenza nascosta”?/b


Durante il nostro soggiorno a Sarajevo siamo stati molto colpiti dalla vivacità della scena musicale locale, sia dal punto di vista qualitativo che per la sua capacità di raccontare il contesto sociale e politico della Bosnia Erzegovina odierna. Perciò abbiamo pensato che sarebbe stato interessante usare la scena musicale come prospettiva attraverso la quale osservare la città.


A 15 anni dalla fine del conflitto si parla nella maggioranza dei casi di Bosnia in relazione al conflitto, e non raramente lo si fa in modo sensazionalistico. Noi abbiamo voluto presentare un aspetto vivace e positivo della realtà locale, non escludendo il tema della guerra, che è uno spartiacque tra il prima e il dopo, ma inserendolo in un contesto più ampio.


bCome avete scelto le band che intervistate nel documentario?/b


Abbiamo cercato di dare una panoramica quanto più esauriente dei vari generi musicali che caratterizzano la scena musicale non commerciale, tutto ciò che si contrappone al trash e al turbo folk, identificati nella società bosniaca con il primitivismo arrivato in quest'area durante le guerre degli anni '90. In questo senso credo che ci siamo riusciti: dalla sevdah di Damir Imamovic al dub dei Velahavle, abbiamo dato voce a generi musicali diversi e abbiamo anche trovato disponibilità nelle persone intervistate. Purtroppo non abbiamo nemmeno una voce femminile nel documentario, ce ne rammarichiamo ma non è stato possibile fare altrimenti. In generale a Sarajevo c'è una preponderanza maschile nella scena musicale – anche se questo è un problema più universale! Inoltre, dal punto di vista pratico, le voci femminili che avremmo voluto intervistare non si trovavano a Sarajevo in quel periodo.


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bPer voi “La resistenza nascosta” è stata anche un’avventura produttiva con Smk VideoFactory?/b


Sì, nel senso che, a parte due piccoli contributi, uno europeo e l'altro di una municipalità vicino Sarajevo, il documentario è stato autoprodotto e autofinanziato.


bDopo aver realizzato questo documentario, secondo te, quali sono le prospettive future del panorama musicale bosniaco?/b


Mi sembrano positive dal punto di vista delle creatività: da quando il documentario è stato portato a termine (più di un anno fa) sono emerse altre nuove band e altri nuovi progetti musicali originali. Dal punto di vista delle strutture invece, i problemi – dalla pirateria alla mancanza di spazi – sono molti. Sarajevo ha sempre avuto una gloriosa tradizione musicale (pop e rock), caratterizzata da creatività e autoironia, oggi ci sono delle condizioni esterne oggettivamente molto difficili, ma, nel momento in cui si riesce a fare qualcosa, questo qualcosa è spesso di qualità.


bState già lavorando a nuovi progetti?/b


Sì, ci sono nuovi progetti su altri aspetti della realtà bosniaca, che probabilmente saranno realizzati nella tarda primavera.


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