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I baci mai dati

04/27/2011 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

I baci mai dati

Presentato alla 67^ Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove ha inaugurato la sezione controcampo italiano, I baci mai dati è il quinto lun

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Presentato alla 67^ Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove ha inaugurato la sezione controcampo italiano, I baci mai dati è il quinto lungometraggio di Roberta Torre, regista di origine milanese che qui ritrova, dopo quasi dieci anni, Donatella Finocchiaro, attrice che aveva lanciato con Angela. Con uno stile visivo pop, che ricorda molto spesso il lavoro patinato del fotografo David LaChapelle, la Torre filma le tante illusioni di un'umanità di periferia costretta a combattere giornalmente per difendere i propri sogni.


Nella torrida estate siciliana a Librino, Manuela (Carla Marchese) passa le sue giornate aspettando le telefonate del suo amato, cercando di sopravvivere all'interno di una famiglia che sembra sul punto di sciogliersi. Sua madre Rita (Donatella Finocchiaro) è stanca di fare da serva al marito Giulio (Giuseppe Fiorello), allenatore fallito che non riesce a trovare un lavoro, mentre Marianna (Valentina Giordanella), sorella maggiore di Manuela, ruba i pochi soldi che sua madre riesce a tirare su dall'attività di lavandaia. La vita di questo nucleo familiare verrà sconvolta quando Manuela, in cerca di affetto e di attenzione, dichiara prima ai suoi genitori e poi a Don Livio (Pino Micol) di aver comunicato con la Madonna. Da quel momento in poi le giornate di Manuela si trasformano in un continuo via vai di disperati che chiedono la grazia; tra questi c'è Ersilia (Martina Galletta) giovane non vedente cinica che spingerà Manuela a dire la verità sulle sue visioni...


Sebbene tutto scaturisca dall'ambigua capacità di Manuela di far miracoli attraverso l'intercessione della Madonna, il carattere religioso e spirituale del film si esaurisce velocemente. Il cardinale, venuto da Roma per accertarsi della veridicità del racconto di Manuela, è semplicemente un nome che viene buttato nella mischia da Don Livio, parroco vanitoso che cerca di tenersi in forma con il suo tapis roulant e crede di intendersi d'arte contemporanea. Quello su cui la regista pone maggiormente l'accento è il bisogno di speranza che anima gran parte dei personaggi: da quelli più comici, come la madre che chiede la grazia affinché il figlio possa entrare nella casa del Grande Fratello, a quelli più patetici, come l'uomo che chiede solo di riavere la propria rete per tornare a pescare. La Torre porta sul grande schermo un'umanità che ha bisogno di avere illusioni, resa credibile da buoni interpreti su cui spicca Donatella Finocchiaro; l'attrice abbandona i suoi studi di dizione e torna a parlare con il forte accento siciliano. I suoi ricci biondi e i suoi vestiti troppo stretti e troppo corti, sono gli accessori di un personaggio che rifiuta di arrendersi agli scherzi della vita. L'unico neo è portato dalla giovane protagonista: le smorfie e le sue pose plastiche oscurano la profondità del personaggio, lasciando in primo piano una ragazzina che gioca a fare l'attrice. Ma la Marchese è giovane ed ha ampi margini di miglioramento.


Nonostante la visione del film sia godibile, alcuni momenti rallentano la narrazione, a causa di personaggi che vengono dimenticati e storie solo abbozzate. Rimane incredibilmente suggestiva la sequenza d'apertura, con una soggettiva della statua della Madonna: il suo respiro, paradossalmente, è molto più evocativo della maggior parte della musica del film, spesso inadatta e disturbante.


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