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Il resto di niente

04/04/2011 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Il resto di niente

Tratto dal romanzo storico di Enzo Striano, Il Resto di Niente di Antonietta De Lillo è il film che apre la linea “vintage” della Marechiaro Film...

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Tratto dal romanzo storico di Enzo Striano, Il Resto di Niente di Antonietta De Lillo è il film che apre la linea “vintage” della Marechiaro Film. L’iniziativa è volta al recupero di film, documentari e cortometraggi che sono stati dimenticati. Si tratta di una vera e propria operazione di ripristino, a cui la piattaforma di Mymovies Live!Theatre ha dato il via. Certo è che, affinché questa operazione abbia successo, bisognerebbe recuperare pellicole con un peso narrativo e stilistico. Uno di quelli che, come si suol dire, “non può non essere visto”. Purtroppo, Il Resto di Niente – uscito nelle sale nel 2004 – non sembra rientrare in questa categoria.


La storia è quella di Eleonora Pimentel Fonseca che, dopo essersi trasferita a Napoli con la famiglia, diventerà la voce più forte della rivoluzione partenopea di fine Settecento. Apparentemente fragile come un fuscello, la donna ha in realtà uno spirito indomito e coraggioso. La sua lotta per i valori della libertà e dell’uguaglianza avviene tramite le parole che lei stessa scrive; ma, proprio quando il sogno di una Repubblica sembra divenuto realtà, ecco che l’avvento della Restaurazione distrugge tutto. E quello che rimane… è niente.


La vicenda di Eleonora Pimentel Fonseca è una di quelle che sembrano fatte appositamente per il grande schermo. Di questi tempi, in cui le donne sono assoggettate ancora ad un potere fortemente patriarcale, l’immagine di una donna forte e determinata, che con il suo solo spirito è stata capace di dare una spinta alla macchina della Storia, può rilanciare l’idea di una donna colta e artefice del proprio destino. Peccato però che la Fonseca portata sullo schermo dalla De Lillo non ha neanche un briciolo di quella verve necessaria per smuovere le coscienze. È algida, fredda, distaccata. Non aiuta neanche la recitazione di Maria De Madeiros: l’attrice portoghese, che per tutto il film parla un idioma non suo, non riesce a dare espressività al personaggio. Le poesie che decanta sembrano piuttosto filastrocche recitate con cadenza quasi infantile. E di certo questa defaillance non può essere attribuita solo alla poca conoscenza della lingua. Si pensi, ad esempio, al Toni Servillo di Una vita tranquilla: per buona parte del film, l’attore italiano parla tedesco riuscendo a dare profondità ma soprattutto espressività al suo personaggio. La voce della De Madeiros invece è piatta e molto spesso lamentosa. Elemento che appare ancora più evidente dalla scelta registica. La macchina da presa della De Lillo è spesso statica e frontale. Le poesie di Eleonora vengono declamate in favore della macchina, rivolgendosi agli spettatori. Una scelta di certo coraggiosa, ma che non trova motivazioni né in fase di sceneggiatura, né tanto meno nella cifra stilistica della regista.


Il film, che dovrebbe infuocare gli animi, risulta invece noioso e spesso fastidioso da seguire. Peccato, perché i presupposti – come si diceva – erano decisamente buoni. Come buoni – anzi, ottimi – sono i costumi di Daniela Ciancio, per i quali il film ha vinto il David di Donatello. Bellissime anche le scenografie curate da Beatrice Scarpato. Purtroppo, però, se il contenuto è scarso, nessuna decorazione può salvare né innalzarne la qualità intrinseca.


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