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The Green Hornet

12/09/2010 11:00

Marco Papaleo

Recensione Film,

The Green Hornet

Se un tempo i film sui supereroi erano nulla più che un piacevole diversivo, oggi rappresentano un sotto-genere molto proficuo e promettente sia per i produttor

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Se un tempo i film sui supereroi erano nulla più che un piacevole diversivo, oggi rappresentano un sotto-genere molto proficuo e promettente sia per i produttori (che hanno la possibilità di produrre pellicole dalla grande visibilità) sia per gli autori, che si possono così confrontare con dei veri 'classici' sfruttando le proprie doti creative. Non parliamo poi di quanto questi film rappresentino ottimi trampolini di lancio per le carriere di molti giovani (e meno giovani) attori. Tra gli eroi che ancora non avevano risposto all'appello della trasposizione cinematografica all'avanguardia era rimasto Green Hornet, uno dei più longevi della storia moderna. I più grandicelli ricordano ancora con affetto la serie tv di fine anni '60 con protagonisti Van Williams e un ancora poco conosciuto Bruce Lee (che proprio grazie alla sua interpretazione del maggiordomo Kato si guadagnò la popolarità che gli permise di sfondare poi sul grande schermo), ma il personaggio ideato da George W. Trendle e Fran Striker vide i suoi albori ben settantaquattro anni fa, più precisamente nel 1936, per una serie di sceneggiati radiofonici a cui seguirono tre serie tv e collane di comic-book dedicati. Dopo una gestazione durata quasi vent'anni, il progetto di un remake moderno ha preso finalmente vita grazie all'acclamato regista premio Oscar Michel Gondry e all'attore-sceneggiatore Seth Rogen, che ne ha interpretato il protagonista e scritto la sceneggiatura insieme all'inseparabile Evan Goldberg di Suxbad e Funny People.


Britt Raid (Seth Rogen) è decisamente un “figlio di papà”, viziato e infantile nonostante sia ormai un uomo. Nel momento in cui eredita l'impero mediatico del padre si ritrova spaesato e senza prospettive, con i moniti paterni che gli risuonano in testa e un improvviso vuoto esistenziale. L'incontro con il meccanico tuttofare Kato (Jay Chou), tuttavia, rinvigorisce gli ideali 'eroici' tanto osteggiati dal padre quando Britt era solo un ragazzino: grazie all'immenso patrimonio che ha avuto in lascito, infatti, il giovane si mette in testa di combattere il crimine dietro una maschera, coadiuvato da Kato, che scopre essere un invincibile maestro di arti marziali. Ma Britt capirà presto che improvvisarsi supereroi non è un gioco, soprattutto quando il boss della malavita losangelina in persona, Benjamin Chudnofsky (Christoph Waltz) scende in campo a difendere i propri interessi.


Dopo tanti cinecomic visti negli ultimi anni, ogni nuovo arrivo porta con sé la fatidica domanda: ce n'era proprio bisogno? Oltretutto, nonostante i nomi altisonanti coinvolti nel progetto, le aspettative, per un motivo o per l'altro, non erano certo altissime. Eppure The Green Hornet si presenta come una piacevole sorpresa nell'affastellato panorama di produzioni simili: Gondry ha infuso un po' (ma non troppo) del suo tocco caratteristico, mixato a dovere con l'ironia tipica dell'accoppiata Rogen/Goldberg. Certo, il prodotto è (forse troppo) squisitamente camp in molti dei suoi passaggi - che sembrano debitori più del telefilm cult dedicato a Batman con Adam West che non al suo contemporaneo con protagonista il Calabrone Verde -, ma non è necessariamente un male, dopo aver metabolizzato la cosa. The Green Hornet sembra debitore all'Uomo Pipistrello anche in altri frangenti, come le scene contro i gangster o la caratterizzazione del villain interpretato dal premio Oscar Waltz, qui così tanto sopra le righe da sembrare un cattivo scartato da un Batman di Joel Schumacher. Eppure il prodotto avvince, in virtù di una buona realizzazione tecnica (soprattutto delle scene d'azione, molto ben ideate) e di interpretazioni azzeccate. Rogen è un supereroe decisamente atipico, che ricorda per certi versi il Dave Lizawski di Kick-Ass, ed è inaspettatamente convincente sia con che senza maschera. Inutile dire, tuttavia, che la vera star qui è Jay Chou, su cui viene dipinto addosso un Kato fuori dagli schemi e irresistibile. Invece di ricalcare quello di Bruce Lee, si è preferito un taglio diverso ma non meno interessante, su cui Chou ha indubbiamente lavorato molto, tanto che non sarebbe un'eresia pensare ad uno spin-off interamente dedicato a lui. Sottotono, invece, Cameron Diaz, qui nei panni della segretaria-aspirante giornalista Lenore Case. Da sottolineare, infine, una colonna sonora di prim'ordine, composta da James Newton Howard ma ricca anche di moltissimi pezzi decisamente adatti al contesto.


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