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Il funerale è servito (2010), il remake non richiesto

12/03/2010 11:00

Vito Sugameli

Recensione Film, Commedia, Chris Rock, Remake,

Il funerale è servito (2010), il remake non richiesto

A distanza di qualche anno il remake entra dalla porta di servizio in giacca e cravatta, rigorosamente vestito di nero: Il funerale è servito - voluto, prodotto

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A distanza di qualche anno il remake entra dalla porta di servizio in giacca e cravatta, rigorosamente vestito di nero: Il funerale è servito - voluto, prodotto e interpretato da Chris Rock - è un aggiornamento strutturale e formalmente valido di una commedia nera diretta dal padre dei Muppets Frank Oz: Death at a funeral (Funeral party in Italia).

 

Il patriarca di una famiglia benestante muore improvvisamente; il suo funerale dovrebbe celebrarne la vita ma diventa un circo familiare in cui corpi smarriti, ricatti e pillole pericolose per la salute psicologica di chi li assume mettono in crisi l'ordine, in principio molto precario. E questo non è che un amaro antipasto: un uomo misterioso con in dosso una giacca di pelle è pronto a fare una rivelazione che metterà a rischio l'intera cerimonia. L'imbarazzo è dietro l'angolo, i presenti avvertono il pericolo e la memoria del defunto è minata.

Unico anello di congiunzione tra passato e presente rimane Peter Dinklage, per il resto: nuovi attori (quasi tutti afroamericani) e idee immutate. Chris Rock si è limitato a scegliere un team che fosse in grado di equiparare il lavoro svolto da Oz e soci, evitando di pensare in maniera elastica e innovativa. Perfino alcuni movimenti di camera sono stati riciclati nell'ottica di rappresentare un omaggio e non un vero e proprio remake - si pensi più a un remix di una traccia, come avviene nel campo musicale - dell'originale. Rimane ben radicata tanta perplessità riguardo la genesi della produzione (avviata a soli tre anni di distanza dal modello anglosassone), nonostante essa fornisca un buon compromesso: perché se di copia si tratta, almeno le interpretazioni degli attori provvedono a caricarlo di una nuova attrattiva (sorprendente James Marsden nei panni dell'allucinato Oscar). Ma laddove l'originale si esprimeva con spregiudicata eleganza e filtri linguistici tipicamente british, il remake risulta più vicino alle generazioni globalizzate-americanizzate, con riferimenti moderni ai social network e ai divi a stelle e strisce. Quello che si intravede sotto pelle è una rete comica composta da sketch individuali e divagazioni tematiche, applicate a un'ossatura slapstick che conserva intatte le proprie caratteristiche da screwball comedy. Se non fosse esistito il modello di riferimento, sarebbe potuto divenire un nuovo termine di paragone. Condizionale passato che pesa come un macigno.

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