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Infection

04/11/2010 11:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Infection

Rinnovare il j-horror, un'impresa che ad oggi appare sempre più impossibile, viste le centinaia di pellicole di genere che escono ogni anno dalle diverse fucine

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Rinnovare il j-horror, un'impresa che ad oggi appare sempre più impossibile, viste le centinaia di pellicole di genere che escono ogni anno dalle diverse fucine cinematografiche d'Oriente. Nel 2004 l'impresa riuscì almeno in parte a Masayuki Ochiai (regista in seguito dell'orrido remake americano di Shutter), che con questo Infection ha trasposto le classiche atmosfere dell'orrore orientale in un ambiente ospedaliero e in un contesto meno banale del solito, che ad una prima occhiata può ricordare The Kingdom di Lars Von Trier.


In un ospedale del Giappone alle prese con una forte crisi di personale e finanziaria, tre dottori e quattro infermiere devono badare a diversi pazienti in gravi condizioni. Quando un'ambulanza porta nell'edificio un paziente vittima di una strana infezione, questi viene rifiutato a causa dell'impossibilità dei medici di far fronte a tanto lavoro. Poco dopo un uomo, già ricoverato da tempo per terribili ustioni, muore per un errore imputabile a uno dei dottori. Per salvaguardare il nome dell'ospedale e di chi vi lavora, l'equipe medica sceglie di comune accordo di nascondere l'accaduto. Ma da lì in poi strane circostanze cominciano a turbare la tranquillità dell'ospedale, e lo stesso paziente poco prima rifiutato ricompare magicamente diffondendo un' inspiegabile epidemia.


In continuo bilico tra la realtà e l'allucinazione, tra due dimensioni che si incontrano in questo "non luogo", indeterminato, di cui poco ci è dato sapere se non i gravi problemi finanziari che assalgono l'edificio e i traumi che, scoprendosi lentamente, assillano i medici che vi lavorano. Piuttosto che giocare sul classico tema dello spirito vendicativo, Masayuki Ochiai sceglie di raccontare il tema del rimorso e della colpa, che dilania uno a uno i protagonisti di questa oscura vicenda. Il finale è poco adatto al pubblico italiano medio, visto che la sua chiarezza non completa, spinge il cervello (e questo, ricordiamolo, è quasi sempre un bene) a collegare i vari tasselli che il regista dissemina nell'arco dei novantotto minuti, finendo per teorizzare diverse ipotesi tutte più o meno plausibili, e parimente affascinanti. Attenzione ai dettagli dunque, che vedono anche nelle figure apparentemente più estranee alla linea principale, dei possibili indiziati di questa "infezione" mentale e fisica. Oltre a questo esercizio cerebrale, difficile non rimanere conquistati dalla potenza visiva di diverse scene che, complice una fotografia cupa e dolente, regalano più di un brivido anche allo spettatore smaliziato del genere, con una violenza vagamente splatter (lontano però da risvolti ridicoli) che tra membra spappolate ed emoglobina, qui rossa, qui verde (uno dei sintomi dell'epidemia) inonda lo schermo, senza però mai cedere all'autocompiacimento fine a se stesso. Un lugubre teatro dell'orrore, in cui pare non esservi via d'uscita se non quella di andare incontro ai propri errori sino alla comprensione finale che ogni vita ha il diritto di essere curata nel migliore dei modi. Cosa sia vero e cosa no poco importa: la percezione risulta l'unico vero giudice di questo manipolo di colpevoli-incolpevoli, e con essa il pubblico.


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