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The Moment After 2: Ritorno alla vita

10/06/2010 10:00

Valerio Ferri

Recensione Film,

The Moment After 2: Ritorno alla vita

Lo scontro manicheista tra bene e male è stato, in maniera più o meno esplicita, sempre presente nei temi di qualsivoglia forma d’arte...

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Lo scontro manicheista tra bene e male è stato, in maniera più o meno esplicita, sempre presente nei temi di qualsivoglia forma d’arte. Il cinema non è stato da meno, tanto è vero che dare in pasto agli spettatori un buono e un cattivo (con sfumature molto diverse, secondo i casi) è ormai uno stratagemma ricorrente per far orientare e di conseguenza coinvolgere il grande pubblico. La maniera di concepire e offrire uno spaccato originale, per certi versi anticonvenzionale, ha fatto la fortuna di molti film; basti pensare alla caratterizzazione “positiva” di alcuni gangsters o al poliedrico Lawrence d’Arabia. La possibilità di dare un giudizio morale sui personaggi e le vicende che li circondano diventa inevitabilmente il trait d’union tra creatori e spettatori. Talvolta però, può accadere che l’antagonismo tra le due forze diventi non solo mezzo, ma anche fine stesso della pellicola, scadendo in un simbolismo kitsch e in imperativi etici antiquati. In questi casi il rischio è quello di annoiare e a tratti disgustare gli scettici, specialmente quando dietro ai valori messi in luce dagli autori non si nasconde un intreccio apprezzabile e convincente.


La vicenda si snoda subito dopo gli accadimenti del primo episodio. Il mondo intero si è appena sottomesso alla guida illuminata dell’Alleanza Globale, un’organizzazione intenta a imporre i propri principi e una sorta di pace illusoria, grazie al raggiungimento di un’unione globale. Adam Riley è un ex agente dell’FBI accusato di omicidio e oppositore dei dettami dell’Alleanza. Liberatosi dalla prigionia, riesce a riunirsi con gruppo di cristiani, considerati dai nuovi governatori come una minaccia terroristica, a causa dei loro ideali religiosi. Il nuovo piano dell’organizzazione è di ricattare l’agente Charles Barker (il vecchio partner di Riley) per renderlo un infiltrato e distruggere le cellule cristiane dall’interno.


Partiamo dal presupposto che l’intento del regista e dei produttori sembra chiaramente quello di dare un’impronta fortemente religiosa al film, ricordando molto più una parabola che un vero e proprio lungometraggio. La forza del destino, del perdono e della tolleranza in chiave vagamente manzoniana dominano a chiare lettere la scena, e come al solito sono soggettivamente condivisibili. Ciò che stona davvero è l’incapacità degli autori nel conferire una forma vagamente coinvolgente alla struttura della pellicola, che pecca sia sotto il punto di vista dell’intreccio, molto traballante, sia per la scarsa profondità psicologica degli interpreti. La sceneggiatura non filtra abbastanza senza riuscire a trascinare lo spettatore, al cui orecchio arrivano solo prediche decontestualizzate e prive di una cornice degna di tal nome. Il finale sconfina addirittura nel surrealismo estremo e nella retorica spicciola. Difficile che anche il credente più fervente possa entusiasmarsi nel mare di questo banale proselitismo. Con un soggetto così lineare e scopiazzato sarebbe difficile combinare di peggio.


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