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La Passione

09/25/2010 10:00

Giacomo Ferigioni

Recensione Film,

La Passione

Gianni Dubois (Silvio Orlando) è un regista che, dopo essersi imposto con qualche lungometraggio «dall’elevato rigore morale», è piombato in una fase di stagnan

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Gianni Dubois (Silvio Orlando) è un regista che, dopo essersi imposto con qualche lungometraggio «dall’elevato rigore morale», è piombato in una fase di stagnante crisi creativa. Non riesce a trovare lo straccio di un’idea per un nuovo film che - nei piani del suo produttore - dovrebbe rilanciargli la carriera; non riesce nemmeno a trovare un personaggio convincente per un’attrice televisiva la cui sola presenza garantirebbe all’ipotetico film un notevole afflusso al botteghino. Come se ciò non bastasse, scoprirà che una perdita d’acqua nel suo appartamento in Toscana ha rovinato un affresco cinquecentesco sito nella chiesetta adiacente; la giunta comunale baratterà il proprio silenzio sulla faccenda chiedendo a Dubois di dirigere la sacra rappresentazione paesana del venerdì santo.


La Passione, presentato in concorso a Venezia, è stato criticato per mancanza di originalità: s’è detto che la figura del regista in crisi creativa da 8 e 1/2 in poi può essere considerata un cliché; che la figura del regista in crisi creativa (ancora) travolto dagli eventi è già stata raccontata in chiave comica da Woody Allen in Hollywood Ending; che la messa in scena della Passione animava vari film, da La Ricotta pasoliniana al ben più recente Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario; varie ed eventuali. Intendiamoci, simili discorsi non sono privi di fondamento: ci sembra, però, che limitarsi alla non (eccessiva) originalità del materiale di partenza rischi di essere limitativo - appunto - e in fin dei conti ingiusto nei confronti di un autore la cui produzione ha trovato la sua ragion d’essere nella sceneggiatura.


Più che il “cosa”, insomma, converrebbe guardare al “come”. Come accadeva nel più acerbo La lingua del santo, che poi è l’unico altro episodio in cui avevamo visto Mazzacurati confrontarsi con la commedia brillante, La Passione si colora dunque di venature crepuscolari e agrodolci, vive dell’attenzione - ormai proverbiale - del suo autore nei confronti della provincia e dei suoi tempi morti. Si significa infine nei suoi personaggi: ovviamente il protagonista, cui Silvio Orlando (probabilmente l’attore più grande del cinema italiano contemporaneo) riesce a conferire una profonda umanità; ma, più in generale, tutto il variegato microcosmo che popola il comune toscano viene tratteggiato, nonostante la matrice comica legata a doppio filo alla loro natura di falliti ed emarginati (si ride soprattutto di loro, non con loro), con affetto e dignità rese più vive grazie ad attori splendidamente scelti e diretti (Giuseppe Battiston su tutti).


Non si tratta certo di un capolavoro, o del film che salverà il cinema italiano dallo stato di torpore che ormai pare essergli connaturato; non si tratta nemmeno del film che avrebbe dovuto vincere ad ogni costo la kermesse veneziana, nonostante qualche Ministro la pensi in modo diverso (facendolo notare in modo peraltro men che discreto: della serie, paese che vai..). La Passione va preso per quello che è: una commedia di personaggi, ben scritta e ben girata, senza particolari pretese intellettuali che vadano oltre il desiderio genuino di far ridere chi la guarda. Avercene.


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