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Nightmare

29/08/2010 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, Horror, nightmare,

Nightmare

Freddy Krueger nacque il 16 novembre 1984 dalla fervida e tenebrosa immaginazione di Wes Craven e fu subito cult...

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Freddy Krueger nacque il 16 novembre 1984 dalla fervida e tenebrosa immaginazione di Wes Craven e fu subito cult. Seguì un decennio in cui l’uomo nero la fece da padrone sugli schermi, totalizzando sei sequel (l’ultimo, Nightmare – Nuovo incubo, è del 1994 e porta la firma dello stesso Craven) e una serie tv di due stagioni Freddy’s Nightmares, più un tardivo crossover (Freddy vs Jason, 2003) che l’ha visto impegnato contro l’acerrimo nemico (ai botteghini) Jason Voorhees, il gigante della saga di Venerdì 13.


Con l’avvento del nuovo millennio, Freddy era divenuto parte dell’immaginario comune (in Nightmare 7 è paragonato a Babbo Natale o King Kong) e con lui altri “mostri celebri” del grande schermo che nell’ultimo decennio stanno vivendo una seconda vita grazie a remake mirati a farli conoscere al pubblico più giovane. Questa almeno, la scusa ufficiale. In realtà le major (e Michael Bay in particolare) in un periodo di crisi, hanno fiutato il facile affare di sfruttare marchi e titoli già noti per ammortizzare le spese pubblicitarie e avere così un comodo tornaconto. Il gioco funzionò sin dal primo remake, datato 2003, prodotto da Bay e diretto dall’esordiente Marcus Nispel: Non aprite quella porta. Seguirono una sfilza di altri titoli tratti da pellicole horror più o meno di culto, spaziando da Halloween e Venerdì 13, passando per Hitcher e arrivando a San Valentino di sangue e Piranha. Icone violate, sconsacrate, prodotti girati senza anima, a differenza dei loro padri. Era inevitabile che prima o poi si arrivasse anche a Nightmare.


La storia è pressoché identica a quella brevettata da Craven nel 1984. Springwood, Ohio: un gruppo di ragazzi iniziano ad avere il medesimo sogno in cui sono inseguiti da un uomo dal volto ustionato, con lame al posto delle dita, che cerca di far loro la pelle.


Samuel Bayer (che arriva dai videoclip e qui è al suo primo lungometraggio) non commette l’errore di affidarsi a una regia iperveloce per creare inutile tensione e sobbalzi sulla sedia; come un veterano del genere sceglie inquadrature strette (molti i primi piani e i dettagli) e lunghe, con piani sequenza che, per quanto classici, risultano più che efficaci. La resa dell’immagine è cupa e abissale, quanto e forse più dell’originale, e i personaggi riescono a evitare i cliché degli slasher degli ultimi anni (sorprendentemente nessuno consuma droga o fa sesso, né tanto meno ci sono pretestuose scene di nudo voyeuristico). In questo senso il lavoro di Bayer è pregevole, riuscendo a prendere le distanze da molti altri remake. Il film si affossa quando si confronta direttamente con Craven, riproponendo intere sequenze viste nel film del 1984 (Freddy che esce dalla parete dietro il letto di Nancy; l’uccisione di Tina, qui rinominata Kris, sballottata qua e là per la camera da letto) che sembrano fotocopie sfocate. Riesce a risollevarsi quando si limita al semplice omaggio (l’artiglio che emerge dalla vasca da bagno, il cadavere insanguinato di Tina/Kris trascinato per i corridoi della scuola) sfornando chicche per cultori. La pellicola dimostra la propria indipendenza, battendo sentieri non ancora percorsi e sfiorando le corde della psicoanalisi: interessante l’idea dei micro sonni del cervello che fanno di Freddy un aguzzino sempre in agguato. Particolarmente riuscite le transizioni tra realtà e incubi, rese efficaci da una tecnologia inesistente trent’anni fa, che sfumano da una periferia assolata e rassicurante a una dimensione onirica cupa, squallida, grigia e polverosa.


Quanto a Krueger, per la prima volta orfano del consueto Robert Englund, bensì da Jackie Earle Haley (Rorschach in Watchmen), è un personaggio privo di fronzoli, battute, trovate clownesche e metamorfosi improbabili: è un sadico che si diverte a tormentare le vittime prima di trafiggerle con i propri artigli. Un ritorno alle origini, il quale si concede persino il lusso di insediare nello spettatore il dubbio che Freddy non fosse quel seviziatore di bambini che i genitori pensavano fosse quando l’hanno arso vivo. L'ennesimo capitolo della saga aggiunge poco o nulla alla mitologia di Krueger, ma risulta estremamente godibile e di gran lunga superiore alla media degli horror (non solo remake) degli ultimi anni.


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