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Shutter

08/12/2010 10:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Shutter

"Ci sono cose che l'occhio umano non può vedere...

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"Ci sono cose che l'occhio umano non può vedere." Lo slogan sulla locandina focalizza bene l'attenzione sul senso del film, che nel 2006 portò un pò di sano orrore thailandese nelle sale italiane. Shutter è l'esordio della coppia di registi Parkpoom Wongpoom e Banjong Pisanthanakun, responsabili del successivo Alone. La Thailandia può essere ormai considerata la fucina più prolifica di pellicole horror, con centinaia di produzioni annuali. Shutter è senza dubbio una delle più interessanti partorite da questo fascinoso luogo esotico, e pur facendo suoi rimandi al classico j-horror di matrice orientale, regala una storia appassionante e coinvolgente, unita a una tensione costante che pervade il flusso narrativo dall'inizio alla fine.


Dopo aver trascorso una serata con i suoi più cari amici, il fotografo Tun (Ananda Everingham) sta tornando a casa con la fidanzata Jane (Natthaweeranuch Thongmee). Durante il tragitto, investono per sbaglio con la macchina una ragazza che stava attraversavando la strada. Spaventati dalle possibili conseguenze, decidono di fuggire. Giorni dopo, mentre sta effettuando un servizio fotografico, Tun scorge un'inquietante presenza nel suo obiettivo, la quale poi compare anche nelle diapositive scattate. Da quel giorno il ragazzo, che comincia a sentire un fastidioso dolore al collo, e Jane cominciano a essere perseguitati da uno spirito, che provoca ad entrambi momenti di vero e proprio terrore. Insieme la coppia decide di indagare sulla presunta vittima dell'investimento di qualche sera prima, ma sarà un tragico segreto del passato a riemergere in tutta la sua scottante brutalità.


La paura, l'inquietudine opprimente di essere osservati, braccati da un qualcosa di sovrannaturale, che si mostra spaventoso solo sulla pellicola, così come ogni fantasma che si rispetti. Incubi che assalgono, luci che si spengono improvvisamente, rumori inquietanti nella più assordante solitudine. Shutter non dice nulla di nuovo, ma cerca attraverso vie originali e dirette di staccarsi dal plot base tipico del filone per innescare una nuova e destabilizzante via di paura. L'evolversi, crudelmente rivelatorio di fatti celati, rimossi per il dolore causato, è perfettamente equilibrato e mostra le sue carte con una tempistica pressochè perfetta, contaminando la seconda parte del film di reminescenze da thriller. Come sempre importante è l'uso del sonoro, che si rivela essenziale protagonista delle scene più terrificanti con il suo impennarsi, raggelando in qualche caso il sangue nelle vene per la perfetta commistione con le immagini orrorifiche. Paura, accompagnata da una violenza prettamente psicologica, che assale i protagonisti come lo spettatore. Shutter impartisce a Hollywood (luogo di un infelice remake proprio di questo film) una lezione molto semplice: non servono litri di sangue per mostrare l'orrore, basta un racconto efficace unito al fascino del tema spiritico, ben radicato nella cultura d'Oriente, per realizzare un horror d'effetto. Forse ora guardarete con più attenzione, e timore, le vostre vecchie fotografie...


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