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Mulholland Drive

16/07/2010 10:00

Marco Filipazzi

Recensione Film,

Mulholland Drive

Che David Lynch fosse un sognatore visionario lo sapevamo già

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Che David Lynch fosse un sognatore visionario lo sapevamo già: basterebbe il titolo del suo film d’esordio, Eraserhead – La mente che cancella, per far capire immediatamente tutto di lui anche a chi non lo conoscesse. David Lynch è uno dei pochi registi immaginifici che sappiano attanagliare lo spettatore con i propri tentacoli e trascinarlo in un pozzo di emozioni in cui si mischiano riferimenti visivi, stralci onirici, frammenti di realtà, simbolismo surrealista, e rimandi filosofici. Guardare uno suo film è come entrare nella sua mente. Bisogna lasciarsi cullare dalle suggestioni visive e musicali, far sì che le sequenze angosciose e oniriche, le scene più bizzarre, diventino routine quotidiana. E soprattutto è importante non farsi sfuggire alcun dettaglio. L’intera filmografia lynchiana è un esempio emblematico di surrealismo cinematografico, sia che siano prodotti rivolti al grande pubblico (la serie televisiva di I segreti di Twin Peaks), sia che siano affreschi malinconici che sedimentano subito nell’immaginario comune (The Elephant Man); ma le tematiche care al regista raggiungono la loro summa nel suo nono lungometraggio, in quel controverso capolavoro che è Mulholland Drive, una delle pellicole più discusse di inizio millennio.


Una ragazza (Laura Elena Harring) scampa miracolosamente illesa a un incidente stradale durante il quale, però, perde la memoria. Ciondolando per le strade notturne di Los Angeles, la ragazza arriva a casa di Betty (Naomi Watts), aspirante attrice che si è trasferita da poco nella casa della zia. Le due stringono subito amicizia e iniziano a indagare su quello che è successo la notte precedente su Mulholland Drive, imbattendosi in una parata di bizzarri personaggi e situazioni in precario equilibrio tra realtà e sogno.


David Lynch narra con lucida maestria una storia per chiunque altro impossibile da narrare, disseminando impercettibili indizi come una scia di molliche di pane e affollando l'intera pellicola di personaggi al limite del credibile. Come nella migliore tradizione lynchiana, lo spettatore resta letteralmente ipnotizzato dal susseguirsi di scene che alternano momenti drammatici di forte tensione emotiva (l’incidente stradale, il dialogo dei due poliziotti al Winkie Café) a sketch grotteschi che rasentano il limite della parodia (emblematica la scena del killer sfigato). David Lynch salta di palo in frasca tra i generi più disparati, passando dal noir al thriller, dall’horror alla commedia con incredibile naturalezza, inanellando una serie di eventi mai casuali per quanto inutili possano sembrare a una prima visione. Tutto si sussegue in un crescendo emotivo sempre più caotico, fino a culminare nell’apogeo di quella che è la massima rappresentazione del cinema di David Lynch, ovvero la scena nel Club Silencio, in cui tutto risulta finzione e apparenza, metafora della nostra realtà quotidiana. Mulholland Drive non è un film semplice, non lineare, né chiaro a una prima visione, ma ciò non è necessariamente sinonimo di non-sense. La pellicola possiede una propria simbologia interna e chiari riferimenti visivi alle opere surrealiste, nonché una trama e un significato intrinseco ben preciso che si presta a più chiavi di lettura.


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