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Il Solista

15/07/2010 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Il Solista

A più di un anno dall’uscita americana approda anche sui nostri schermi Il solista, il nuovo film di Joe Wright, dopo i successi di Orgoglio e Pregiudizio ed Es

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A più di un anno dall’uscita americana approda anche sui nostri schermi Il solista, il nuovo film di Joe Wright, dopo i successi di Orgoglio e Pregiudizio ed Espiazione. I primi rumors agli inizi del travagliato percorso di questa pellicola parlavano di una sicura candidatura agli Oscar, poi quando la distribuzione americana ne aveva spostato l’uscita ad Aprile, periodo tradizionalmente più “debole" in chiave statuette, si è capito che nel prodotto si era aperta qualche crepa. Le motivazioni della scelta ora sono chiare anche a noi: Il solista non è nulla di più di un discreto film; di certo non è materiale da Oscar. Il motivo principale è da ricercarsi in una sorta di autocompiacimento di cui è imbevuta la pellicola: è come se il regista e i collaboratori fossero troppo sicuri di avere tra le mani una storia troppo efficace, tratta dall’omonimo libro autobiografico del giornalista Steve Lopez, e di impatto emozionale troppo forte per fallire. E invece è proprio nella capacità di suscitare emozioni che Il solista risulta pesantemente deficitario.


Steve Lopez (Robert Downey Jr.), columnist del Los Angeles Times, crisi di vocazione spalmata su situazione familiare disastrata, vede uno spiraglio di luce nel suo incontro con Nathaniel Ayers (Jamie Foxx), un senzatetto che suona con incredibile passione uno scassato violino a cui mancano due corde. Colpito dai vaneggiamenti di una mente confusa e malata, ma sicuramente gentile e geniale, Steve scopre del passato di Nathaniel alla Juilliard, uno dei conservatori più famosi del mondo, e decide di fare di Nathaniel il soggetto della sua rubrica. Gli articoli di Steve sono la scintilla che fa scattare un rapporto sempre più stretto tra i due, tra il desiderio del giornalista di aiutare Nathaniel (una casa, un violoncello nuovo, un nuovo insegnante) e la voglia di libertà di quest’ultimo. A rendere tutto ancora più difficile è la mente schizoide di Nathaniel che lo confina a tratti in un mondo tutto suo, altre volte lo rende impaurito e violento.


Nonostante Downey e Foxx (di nuovo alle prese con la musica dopo l’interpretazione - quella sì da Oscar - di Ray Charles in Ray) siano indiscutibilmente bravi, il film non riesce a coinvolgere in pieno lo spettatore. Bella ma abbastanza trita la storia di riscatto di Nathaniel; l’empatia con il pubblico viene però a mancare nei due temi portanti del film: l’amicizia e il valore della musica. Troppe volte si ha la sensazione che Steve sia la balia di Nathaniel e che tra i due ci sia un divario enorme in cui affoga quella comunione di sentimenti e sensazioni di cui dovrebbe abbondare la pellicola. E vederli ad occhi chiusi mentre Nathaniel suona il violoncello sui marciapiedi di Los Angeles invece di avvicinarli allo spettatore li rende due alieni, intenti ad ascoltare una “voce di Dio” che per gli altri è uno sbadiglio. Ad aprile 2010 un altro film, Departures di Yojiro Takita, ritagliava un ruolo importante per un violoncello: lì speravi che l’eco di quegli accordi ti rimanesse dentro il più a lungo possibile, qui è il momento di controllare l’orologio. Dove Wright coglie invece nel segno è nella rappresentazione di Los Angeles, lontana dal glamour di Hollywood. Molte scene sono infatti girate nel poverissimo e squallido quartiere ghetto di Skid Row, tra senzatetto, dormitori, pestaggi e violenze; una desolazione da cui la musica di Nathaniel sboccia come un fiore nel deserto. Non un brutto film, ma certamente un’occasione mancata e una mezzo passo falso.


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