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John Rambo

06/18/2010 10:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

John Rambo

A vent'anni esatti dall'ultima apparizione nei cinema, Sylvester Stallone rispolvera il personaggio di Rambo, mettendosi questa volta anche dietro la macchina d

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A vent'anni esatti dall'ultima apparizione nei cinema, Sylvester Stallone rispolvera il personaggio di Rambo, mettendosi questa volta anche dietro la macchina da presa. Una figura cinematografica che nonostante lo scorrere del tempo non ha mai perso l'appeal e il fascino sul grande pubblico di ogni latitudine, e di cui il quarto film era in programma ben dal 2002, incontrando poi parecchi problemi tra cui la prematura scomparsa di Richard Crenna, storico interprete del colonnello Trautman, inserito da Stallone stesso nella sceneggiatura. Ciò nonostante, l'attore/regista americano non si è dato per vinto, e alla fine i risultati gli hanno dato ragione. Stallone è riuscito a rivitalizzare la saga, con un film eccessivo ma potente, una vera e propria mitragliatrice di immagini e violenza assolutamente imperdibili per chi ama i film d'azione pura. E poco importa che ormai Rambo, o meglio lo stesso Stallone, sia assunto ormai alla "maschera" di se stesso, che cerca di sopperire in ogni modo all'incedere della vecchiaia. John Rambo è sempre lo stesso, e non sarà qualche anno in più sulle spalle a rendere il suo mito meno leggendario.


John Rambo (Sylvester Stallone) si è ormai ritirato da anni nella Thailandia settentrionale. Lavora su un battello accompagnando i turisti di passaggio, quando riceve la visita di due missionari, Sarah Miller (Julie Benz) e Michael Burnett (Paul Schulze), diretti nella confinante Birmania, da anni luogo di un crudele conflitto tra l'esercito birmano e un gruppo di resistenza locale. Dopo l'iniziale reticenza, Rambo accetta di condurli nel luogo desiderato, trovandosi però nuovamente di fronte alle atrocità della guerra. Svolto il suo compito, qualche giorno dopo Rambo, tornato alla sua vita, viene informato dal pastore Arthur Marsch (Ken Howard) che i missionari sono stati catturati dall'esercito birmano e fatti prigionieri in un campo militare. Rambo decide così di accompagnare un gruppo di mercenari assoldati per liberarli al luogo del rapimento, ma ben presto sceglie di intervenire personalmente partecipando alla missione.


Rambo is back. E nel migliore dei modi. Stallone riprende il tema classico della saga, che dal secondo film in poi ha visto un reietto, un uomo dedito alla solitudine e all'agognata redenzione, ritrovarsi a lottare per una causa, spinto da un fuoco interiore che gli impedisce di rimanere indifferente di fronte alle ingiustizie. A livello di sceneggiatura, quest'ultimo capitolo non offre molte sorprese, e tutto scorre come è facile immaginare, ma d'altronde il personaggio è, nel bene e nel male, schiavo di un carattere fin troppo delineato e poco incline a sfumature di bianco o nero. Tralasciando questa ovvia premessa, bisogna dare atto a Stallone di saper girare un action movie di qualità, che bada al sodo senza perdersi in inutili fronzoli, e che questa volta riesce anche a dare degli accennati, ma interessanti, risvolti drammatici (quasi assenti nel precedente episodio). Esempio più chiaro ne è la brutale scena di sterminio in un piccolo villaggio, dove donne e bambini vengono falciati senza pietà dai moschettoni o smembrati dall'esplosione delle bombe. Una scena toccante, disturbante per alcuni, che ha appioppato (ingiustamente) la nomea di "film tra i più violenti degli ultimi anni", dimenticandosi probabilmente buona parte della produzione a stelle e strisce odierna. I possenti muscoli di Stallone, sempre più "potenziato" da lunghe sessioni di palestra e certe assunzioni di steroidi, bucano ancora una volta lo schermo, e le scene d'azione si rivelano esaltanti, senza la paura di scadere in facile pacchianeria, ma libere di esprimersi in tutta la brutale essenza della guerra, qui non edulcorata ma mostrata in tutta la sua nefandezza. Ovviamente è netta la caratterizzazione morale, e i cattivi sono tutti "crudeli e bastardi". Rambo si erge come mito, emblema di una libertà spesso ricercata ma impossibile da trovare in un mondo disperato, dove il male domina spesso le menti. Tra le righe, si legge anche questo, fattore non scontato e che spesso latita nei prodotti di genere.


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