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Ichi the Killer

06/16/2010 10:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Ichi the Killer

Titolo di culto nella copiosa filmografia di Takashi Miike, Ichi the killer è, ad oggi, probabilmente la pellicola più conosciuta del folle regista giapponese..

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Titolo di culto nella copiosa filmografia di Takashi Miike, Ichi the killer è, ad oggi, probabilmente la pellicola più conosciuta del folle regista giapponese. Laddove si esalta sin troppo facilmente la violenza pulp di autori conclamati come Tarantino e Rodriguez, molto spesso si dimentica, più per ignoranza del pubblico italiota che per reale disinteressamento, di citare questo film del 2001. Sarebbe sbagliato catalogare come spesso avviene opere di questo genere come splatter gratuiti, laddove molto spesso il cinema orientale è in grado di regalarci costruzioni assai più complesse e profonde nascoste da un'anima freak e volutamente sfacciata, capace di scioccare opinioni pubbliche e perbenisti di ogni dove, in un affascinante connubio di commedia nera e thriller incalzante e disturbato. Tutto questo, e molto altro, è Ichi the killer.


Quando il boss Anjo viene assassinato e i 300 milioni di yen che aveva con sé scompaiono, il folle Kakihara (Tadanobu Asano) della sua banda si mette sulle tracce del killer. Su consiglio del misterioso informatore Jijii (Shinya Tsukamoto), Kakihara rapisce Suzuki (Susumu Terajima, feticcio e amico di Kitano), un uomo di una banda rivale e lo tortura crudelmente, per poi scoprire che non aveva niente a che fare con la scomparsa. Per ripagare lo sbaglio commesso, Kakihara si taglia un pezzo di lingua e lo offre al boss di Suzuki. Poi comincia a cercare Jijii, colpevole di avergli mentito, ma l'uomo sembra misteriosamente scomparso nel nulla. In realtà quest'ultimo ha come obiettivo quello di sgominare proprio la banda di Kakihara, e per farlo manovra Ichi (Nao Omori), un ragazzo timido e problematico che, vittima di problemi mentali e di sdoppiamento della personalità, è capace di trasformarsi in crudele assassino.


Ichi the killer è un concentrato di genio e sregolatezza, di esimia ricerca cinefila trasfigurata in immagini disturbanti ma mai fini a se stesse, un apologo sulla violenza nella sua più pura essenza, un viaggio nella mente e nelle perversioni, un fine ritratto psicologico dell'ambiguità della mente. Uno schiaffo all'ipocrisia, alla comune e deviata morale, rappresentata tramite una crudeltà cartoonesca ma sconvolgente non tanto per l'impatto che può avere sugli stomaci più deboli, ma per la virtuosa messa in immagine, ricercata nel suo saltuario impeto minimalista, vigorosa nei suoi eccessi splatter. Su quest'ultimo termine vi è da fare però una netta e importante distinzione: laddove infatti i classici del genere hanno (quasi) sempre collocazioni in ambiti fantastici e/o esasperati, dai zombi movie ai torture porn, Miike inserisce questa dissennata violenza in un contesto urbano, in lotte tra yakuza ben inserite nella realtà della mafia giapponese. Impossibile restare impassibili, e paradossalmente due saranno le reazioni opposte che dividono le schiere degli spettatori; alcuni ne saranno inorriditi, altri essendo consci che il mezzo cinematografico, per quanto estremo, rimane comunque una finzione, godranno divertiti delle più infide torture, trovandovi tutta l'abilità registica di un autore con la A maiuscola. Un plauso enorme va alla sceneggiatura, ispirata all'omonimo manga di Hideo Yamamoto, che la penna di Sakichi Sato ha trasformato sapientemente in una storia di perfetto stile cinematografico.


Infine, sarebbe una grave mancanza non citare le performance degli attori protagonisti. Se da un lato è puro gaudio per gli amanti del cinema orientale vedere per l'ennesima volta il regista di culto Shinya Tsukamoto (da Tetsuo a Nightmare detective, il maestro del cyberpunk su celluloide) nei panni di un diabolico ed ambiguo villain, con tanto di scena "fotomontata" verso la fine in grado di provocare risate di gusto, dall'altro è impossibile immaginare un Kakihara diverso da quello propostoci da Tadanobu Asano (attore di prima grandezza, Last life in the universe e Vital dello stesso Tsukamoto tra i tanti della sua fortunata carriera), pervaso giocosamente da un compiaciuto sadomasochismo che arriva a deformare permanentemente il proprio corpo. Il suo ghigno folle e beffardo è il biglietto da visita ideale per capire a cosa si va incontro con Ichi the killer.


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