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The Last Station

06/09/2010 10:00

Valerio Ferri

Recensione Film,

The Last Station

Dopo il best seller omonimo di Jay Parini, pubblicato nel 1990, gli ultimi giorni dell’esistenza di Tolstoj rivivono anche sul grande schermo, grazie al regista

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Dopo il best seller omonimo di Jay Parini, pubblicato nel 1990, gli ultimi giorni dell’esistenza di Tolstoj rivivono anche sul grande schermo, grazie al regista hawaiano Micheal Hoffman. Quando ci si trova di fronte a trasposizioni cinematografiche sulla vita di simili personalità, si avverte spesso il peso di non essere sufficientemente preparati ad affrontare la pellicola, rinunciando in taluni casi ad accogliere la “sfida” della proiezione. Il nuovo prodotto distribuito da Sony sembra invece smentire questa tendenza, risparmiandoci due ore di noiosissime ricostruzioni senza alcun intento audace, seppur fedeli e cristalline. Se il Nemico pubblico - Public Enemies di Mann era recentemente già riuscito ad emozionarci, col suo mix ben calibrato di fascino storico e profumo di sentimento (concreto), il Tolstoj di Hoffman cerca di spingersi ancora oltre, nel tentativo di rimescolare ed innovare quelli che erano i canoni del film biografico, fino a consentirci di vivere gli ultimi intensi avvenimenti che ruotano intorno allo scrittore russo con rinnovato interesse e fruibilità. Anzi, c’è di più: ovvero la possibilità per i più fanatici di approfondire la propria passione, parallelamente alla ghiotta occasione per i profani digiuni di avvicinarsi senza sforzo all’autore di capolavori immortali come Guerra e Pace e Anna Karenina.


Valentin è un giovane letterato idealista, innamorato follemente dei pensieri e delle opere del grande Lev Tolstoj, nella Russia pre-rivoluzionaria degli Zar. Dopo aver realizzato finalmente il suo sogno di diventare assistente e allievo del suo mentore spirituale, l’inesperto ragazzo si trova costretto a fare i conti con una realtà ben diversa da quella conosciuta sui libri a lui cari. Da una parte, la vita nell’estesa comunità dei seguaci di Tolstoj lo disorienta e lo sconvolge, complice anche l’incontro con la trasgressiva e intrigante Masha; dall’altra, lo stile di vita insolito del Maestro non sembra corrispondere ad un’interpretazione così rigida delle sue tesi. La questione si complica quando Valentin diventa ago della bilancia nella sfida per il testamento di Tolstoj, tra la moglie Sofja e il combattivo discepolo Chertkov. La prima ostenta un’estrema caparbietà nel tentativo di convincere il marito a lasciare tutti i diritti sulle proprie opere alla famiglia, mentre il secondo ritiene più opportuno che sia l’intera umanità ad ereditarne il corposo lascito, sulla falsa riga delle ideologie espresse più volte da Tolstoj nei suoi saggi.


Il fatto che il film sia dichiaratamente costruito attorno alla figura di un unico grande protagonista potrebbe trarre in inganno. Al centro della scena non vediamo convenzionalmente solo la statuaria e patriarcale presenza di Christopher Plummer, ma si respira piuttosto l’odore dei pensieri di un uomo che hanno fortemente influenzato un'intera parte di società, ad iniziare dai suoi diretti seguaci per finire con i familiari più stretti. La spirale vorticosa che accompagna l’azione dei protagonisti ritrova nei valori del filosofo il principio di movimento. È lo stesso Tolstoj che è costretto, volente o nolente, a fare i conti con qualcosa che indirettamente ha contribuito a plasmare e costituisce una sorta di nemesi. Solo il nuovo aiutante Valentin sembra rappresentare quell’ideale di purezza in grado di far attecchire finalmente la vera essenza delle sue teorie. Certi limiti del biopic sembrano comunque insormontabili. L’esperienza di Paul Giamatti (Chertkov) e il carisma di Helen Mirren (Sofja) risultano infatti fondamentali per tenere in piedi una narrazione dai tempi sincopati, che si accende a sprazzi e non lascia il segno nel finale.


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