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Matador di Pedro Almodovar, la recensione

03/19/2020 11:00

Emanuela Di Matteo

Recensione Film, Drammatico, Pedro Almodovar, cinema spagnolo, Antonio Banderas,

Matador di Pedro Almodovar, la recensione

Cosa accade quando a incontrasi e a farsi travolgere dalla passione sono due “uccisori”, due matador?

Difficile trovare, o anche solo concepire oggi, un film più autenticamente scabroso, citazionista, letterario, romantico e morboso di Matador di Pedro Almodovar, scritto nel 1986. Matador non nasce per provocare, e basta, come accade per un certo cinema contemporaneo, ma per raccontare la fatale e oscura relazione che unisce l’amore alla morte. Eros&Thanatos si mostrano in tutte le loro sfumature attraverso l’arte della tauromachia, usata come metafora per indicare la sfida, il coraggio, la passione e l’ineluttabilità in un rituale che prevede un carnefice (il matador) e una vittima (il toro). Ma cosa accade quando a incontrasi e a farsi travolgere dalla passione sono due “uccisori”, due matador? Una frase del film, sceneggiato dallo scrittore e accademico spagnolo Jesús Ferrero lo descrive bene: «Quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente». Matador è la narrazione di questo incontro violento ed appassionato, che brucia entrambe le parti.

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Antonio Banderas è Angel, un ragazzo dalle labbra e dagli occhi di angelo, oppresso da una madre fanatica religiosa, che vive nell’ammirazione per il famoso torero Diego Montes (Nacho Martinez), ritiratosi a causa di un grave incidente che lo ha lasciato zoppo.

Gli insegnamenti del torero - che in realtà non ha mai smesso di uccidere, sostituendo al toro giovani donne - lo spingono a cercare di dimostrare la sua virilità tentando goffamente di possedere la fidanzata di Diego. Ma Angel, afflitto da mitomania e dotato di poteri visionari, in questa storia avrà solo il ruolo di guida innocente e soprannaturale attraverso i sacri rituali della passione. Il nome Angelo, infatti, ha una etimologia greca e significa messaggero. Il ragazzo, insieme a un investigatore e a una serie di figure femminili tipiche del mondo del regista iberico – la repressa, la madre, la santa, l’innamorata - scoprirà che se Diego gode nell’uccidere, la bella avvocatessa María (Assumpta Serna) ama sedurre e infilzare i suoi uomini con lo spillone che tiene sempre fra i capelli, proprio come se fosse un torero. La storia, degna del romanticismo di tardo ottocento di Iginio Tarchetti, rimanda al culto della sofferenza erotica e della morte dello scrittore Yukio Mishima.

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Il film gioca di proposito con colori accecanti ed eccessivi, che si rifanno esplicitamente al capolavoro di King Vidor Duello al Sole, esageratamente colorato, le cui immagini finali vengono mostrate anche all’interno del film. La lezione del film di Almodovar sarà ripresa anni dopo anche dal gelido Crash di David Cronenberg, nel quale l’amore e la morte rimarranno ma spogliati di romanticismo e sacralità. Matador, infatti, parla di sesso alla sua ennesima potenza, quando è forza vitale primigenia, distruttiva, incontrollata, e di conseguenza anche divina, sacrale. Da consumarsi come un rituale magico: durante un’eclissi di sole. Ed è questo il filo segreto, quasi da mistero iniziatico, che lo scrittore Ferrero ha disegnato sotto una storia che è solo in apparenza un semplice melodramma.


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Genere: drammatico

Titolo originale: Matador

Paese/Anno: Spagna, 1986

Regia: Pedro Almodóvar

Sceneggiatura: Pedro Almodóvar, Jesús Ferrero

Fotografia: Ángel Luis Fernández

Montaggio: Josè Salcedo

Interpreti: Assumpta Serna, Antonio Banderas, Nacho Martínez: 

Eva Cobo, Julieta Serrano

Colonna sonora: Bernardo Bonezzi

Produzione: Compañía Iberoamericana de TV, Televisión Española (TVE)

Distribuzione: Medusa Film

Durata: 101'

Data di uscita: 17/02/1989

 

 

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