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American Factory, la recensione del documentario Premio Oscar 2020

17/03/2020 11:00

Lorenzo Bagnoli

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American Factory, la recensione del documentario Premio Oscar 2020

Il documentario Premio Oscar 2020 racconta la difficile convivenza culturale tra lavoratori cinesi e americani

Il Midwest è la terra santa dell'industria dell'automobile americana, dove la crisi economica del 2008 ha colpito più forte. A Dayton, in Ohio, uno dei grandi impianti della General Motors ha dovuto chiudere. Poi, nel 2014, la cinese Fuyao – leader mondiale nella produzione di parabrezza per automobili - ha investito 40 milioni per trasformarlo nella prima azienda sino-americana. American Factory (tradotto in italiano con Made in USA - Una fabbrica in Ohio), Oscar 2020 per Miglior Documentario, comincia da qui il racconto sulla difficile convivenza culturale tra cinesi e americani e sul senso del lavoro oggi, in un momento tanto critico per il settore secondario.

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Ci sono due livelli narrativi: uno più reportagistico, che segue ciò che accade nella fabbrica e le tensioni crescenti tra dirigenza cinese e operai americani; l'altro più profondo, quasi filosofico, che si costruisce sulle introspezioni dei personaggi che s'interrogano sul significato del lavoro e del progresso.

Il film mette in scena l’incontro-scontro tra due ideologie: l'ultraliberismo individualista made in USA, dove il salario è il mezzo per raggiungere indipendenza, libertà e quindi appagamento; l'ultraliberismo del regime cinese, dove il singolo è solo un ingranaggio per rendere grande la Cina e i sacrifici individuali non vengono nemmeno messi sul tavolo delle trattative. Il minimo comune denominatore è il profitto, necessario per entrambi alla sopravvivenza.

Cosa va immolato per un anno con ricavi migliori: i turni di otto ore, le norme di sicurezza sul lavoro, il tempo da dedicare a una famiglia, la socialità tra colleghi? Quello che per gli americani è un sacrificio, per i cinesi non lo è. Quello che per gli americani è diritto inalienabile – il sogno americano, l’idea che dal nulla si possa diventare qualunque cosa si voglia – per i cinesi non si può nemmeno pensare. Nel punto di vista autoriale non c'è giudizio: solo un'umana e compassionevole presa di coscienza della distanza abissale tra questi due mondi.

 

Il personaggio con cui si empatizza di più è Wong, uno degli operai mandati dalla Cina per insegnare agli americani i metodi di produzione cinese. È vicino ai quarant'anni, ma sembra che ne abbia 15 di meno. È un lavoratore coscienzioso, che cerca di fare il suo meglio, senza restare totalmente sordo alle domande interiori. Diventa molto amico di Rob, che di anni in più ne ha una decina, ma sembrano cinquanta. Americano fino al midollo, con la pancia rotonda, i baffoni, i cavalli, le pistole, il giubbotto griffato Harley-Davidson, Rob rappresenta l'opposto del mondo di Wong. Ingenuamente pensa che il suo nuovo “fratello cinese” abbia desideri allineati ai suoi. Che sogni, come tutti, un po' di America. Invece per Wong libertà è una sigaretta fumata dopo cena, con gli occhi annegati tra i messaggi che scrive alla moglie, in Cina. Se l'incontro tra individui è possibile, non lo è per le “classi”. I singoli possono mediare, le collettività no. La classe operaia americana non può rinunciare al sindacato, alle regole sulla sicurezza, alla sua storia. La classe operaia cinese non può rinunciare all'indottrinamento che apre ogni turno di lavoro, all'ineffabile senso di predestinazione a diventare la locomotiva del mondo (condizione di cui un operaio cinese gode e godrà solo parzialmente, visto che non esiste vita se non in fabbrica).

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Nel conflitto culturale tra Cina e Stati Uniti nessuno ne esce davvero né vincitore, né vinto. La sfida vera - cioè restare produttivi nell'età dell'automazione e garantire una vita degna di essere vissuta ai propri operai, dando loro libertà assoluta o a una storia a cui credere ciecamente - al momento è persa, da entrambi.

 

Ogni personaggio, nella storia, ha dignità - incluso il signor Cao, l’amministratore delegato cinese, tanto piccolo e dimesso, quanto potente e ligio al dovere del progresso - ma la vera protagonista di questo racconto corale è la fabbrica. L'impianto di Dayton in American Factory diventa un organismo vivo: a volte è ripreso attraverso le lenti della distopia e dell'alienazione, come fossimo in Metropolis, in altri momenti con la curiosità scientifica di un documentario National Geographic. Il risultato è sempre eccellente.


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Genere: documentario

Titolo originale: American Factory

Paese/Anno: USA, 2019

Regia: Steven Bognar, Julia Reichert

Sceneggiatura: Steven Bognar, Julia Reichert

Fotografia: Steven Bognar, Julia Reichert

Montaggio: Lindsay Utz

Colonna sonora: Chad Cannon

Produzione: Partecipant, Higher Ground Productions

Distribuzione: Netflix

Durata: 110'

Data di uscita: 21/08/2019

 

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